lunedì 27 ottobre 2025

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

30° Domenica C – 26/10/2025 

Luca 18,9-14 

Dalla preghiera della povera vedova di domenica scorsa che non smetteva di importunare il giudice che non voleva farle giustizia, preghiera insistente che Gesù segnala come esempio alla nostra fede, alla nostra relazione con Dio per toccare il Suo cuore; alla preghiera, alla relazione, all’incontro con Lui, che rifugga dal comportamento del fariseo e non tema invece l’atteggiamento del peccatore, il pubblicano, “due uomini che salirono al tempio a pregare”:

Il secondo, il pubblicano, sappiamo essere nella sua vita un ladro matricolato, uno sfruttatore odioso, uno sciacallo. Fuori legge non ha nulla di buono da offrire a Dio. È carico soltanto di peccati. Ma la sua preghiera è lezione a noi.

Il primo, il fariseo, è tutto pio, a posto, pulito, osservante delle regole della legge, orgoglioso della sua rettitudine, buono, persino generoso. Non dice di sé cose false, ma si pavoneggia e tutto ciò che è e fa lo mette davanti a Dio come meriti ai quali Dio dovrebbe inchinarsi, pur ringraziandolo di essere così onesto e non come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano.

Dio mostra di non gradire la preghiera di questo perfetto perché la sua perfezione viene macchiata dalla presunzione, come se bastasse essere in regola per trovare accoglienza presso Dio, ma soprattutto dal fatto che giudica e disprezza gli altri. Con il suo comportamento il fariseo dichiara: “Io sono giusto! Io sono gradito a Dio. Ma l’altro no!”.

Nella nostra relazione con Dio, anche con le buone opere che possiamo mettere insieme, non dobbiamo dimenticare che, se sono realmente tali è perché Egli ci ha ispirato, guidato, sostenuto; non sono vanto nostro, tanto meno per disprezzare altri. “…chi si esalta sarà umiliato”, non sarà “giusto”, gradito, agli occhi di Dio, si troverà a mani vuote nonostante la sua bravura.

Invece: “…chi si umilia sarà esaltato”: Non è l’avvilimento per quello che si è, se ci si riconosce peccatori, ma la consapevolezza di non poter offrire a Dio che la nostra povertà di meriti. “Il Signore è vicino ha chi ha il cuore spezzato”, diceva un’espressione del Salmo proclamato poco fa; non orgoglioso, quindi, non indurito, anche se peccatore: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”

Questa parabola è una parola buona. Ci dice che dobbiamo imparare a stare davanti a Dio che è “santo” in umiltà. Confessare la nostra miseria come il pubblicano (“o Dio, abbi pietà di me peccatore”), ma anche riconoscere il bene che c’è in noi come proveniente da lui e non dalla nostra bravura peccando di presunzione.

Dobbiamo imparare a stare davanti a Dio con carità, cioè senza giudicare gli altri. Altrimenti ci mangiamo fuori tutto! Innalzare lodi e ringraziamenti al Signore e poi dire peste e corna del prossimo, giudicare, disprezzare gli altri, proprio non va. Occorre saper percuotere il proprio petto e non quello degli altri. Ci vuole umiltà e carità! Per queste Dio ci fa giusti ai suoi occhi e al suo Cuore.

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