venerdì 2 novembre 2012

OMELIA


Solennità di TUTTI i SANTI – 01.11.2012

Tre parole accendono di luce, di speranza, di festa, la celebrazione liturgica di Tutti i Santi che non può essere disgiunta dalla commemorazione dei nostri cari defunti, e ai quali è dedicato il nostro ricordo nella giornata di domani  (o nella visita al cimitero in cui saremo oggi pomeriggio). Tre parole che fanno parte la preghiera della Chiesa : “beati”, espressione che abbiamo pronunciare ripetutamente da Gesù; la parola “santi, oggetto e soggetto della festa,  e la parola “comunione”, cioè la familiarità in cui sono uniti tra loro e noi con loro. La bella notizia, il vangelo è fatto di queste tre parole.

“Beati”. Gesù non solo augura, ma conferma la volontà di Dio, del Padre suo, che nella sua misericordia, nel suo amore, ci vuole felici. Non tanto come compensazione di tristezze e difficoltà che possiamo incontrare in questa esistenza, ma perché discepoli suoi; di più, figli di Dio. Sì, Dio, il Padre ci vuole beati!
Mentre, per tradizione, questi giorni ci portano a pensieri mestizia per il distacco o la perdita di chi o di ciò che ci è tanto, ricordare che Dio ci vuole beati, non fa male. Anzi!

“Santi”. Santità è pienezza di vita, ed è propria di Dio, il Santo, come è sempre stato annunciato nella Bibbia. Questa pienezza di vita non lo allontana da noi, è il suo progetto d’amore, per tutti i suoi figli.  Non si realizza con le pratiche esteriori da noi eseguite, con osservanza di norme e precetti della legge. La santità ci viene comunicata direttamente da Gesù, il Suo Figlio mandato appunto per questo. Questo avviene nell’incontro con lui, nel Battesimo, nei gesti d’amore che sono i Sacramenti, nella carità che con il suo aiuto, con il sostegno del suo Spirito, viviamo. Possiamo anche arrivare a dare il proprio sangue, come rivela la visione finale del cielo, descritta nella prima lettura.  La santità però non è il frutto dello sforzo umano che tenta di raggiungere Dio con le sue forze; essa è l’amore di Dio riversato nel cuore degli uomini. Questo ci è dato in Gesù, il Figlio! E per riassumere le sue parole: non c’è altra beatitudine che l’amore!

“Comunione”.  Se la beatitudine è ciò che Dio in serbo per i suoi figli, e per questo ci ha voluto; se la santità è la ricchezza, la sostanza della nostra vita, è l’amore stesso accolto e corrisposto, la modalità che ci consente di esprimere questa verità è dentro questa parola “comunione”.
Non è possibile essere beati e felici da soli, non esiste l’amore se non si creano relazioni belle e buone, se non si vive insieme questo dono. Allora vicinanza, solidarietà, familiarità, fraternità, amicizia, relazioni d’amore più forti della morte grazie alla risurrezione di Gesù, sono manifestazioni e frammenti di  “santità”, e la mantengono “viva”. I primi cristiani chiamavano se stessi i “santi”, non perché integerrimi, ma perché consapevoli di avere in dono la vita di Dio, e nell’Eucaristia, nell’assemblea liturgica a cui partecipavano, ricevevano le “cose sante”, la parola e il corpo di Gesù. Vivere insieme, non c’è altro modo per rimanere e crescere nella santità, nella vita cristiana, rendere beati ed essere beati. Diversamente, ci raffreddiamo, ci spegniamo, come brace che tolta dal fuoco non ha più alimento, e pure impoverisce il comune focolare.

La memoria dei santi che hanno concluso il loro pellegrinaggio terreno ci consente di godere della loro dolce compagnia, di desiderarne la felicità e la beatitudine, di attendere quella pienezza di vita per cui siamo venuti al mondo e siamo amati. Vedremo e godremo Dio come egli è, vedremo e godremo la meraviglia che noi siamo in Lui. Ma intanto nella speranza e nell’amore si svolga il nostro cammino, in esse ci conduce la nostra fede.






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