Solennità di TUTTI i SANTI –
01.11.2012
Tre
parole accendono di luce, di speranza, di festa, la celebrazione liturgica di
Tutti i Santi che non può essere disgiunta dalla commemorazione dei nostri cari
defunti, e ai quali è dedicato il nostro ricordo nella giornata di domani (o nella visita al cimitero in cui saremo
oggi pomeriggio). Tre parole che fanno parte la preghiera della Chiesa : “beati”,
espressione che abbiamo pronunciare ripetutamente da Gesù; la parola “santi,
oggetto e soggetto della festa, e la parola “comunione”, cioè la familiarità in cui sono
uniti tra loro e noi con loro. La bella notizia, il vangelo è fatto di queste
tre parole.
“Beati”. Gesù non solo augura, ma conferma la
volontà di Dio, del Padre suo, che nella sua misericordia, nel suo amore, ci
vuole felici. Non tanto come compensazione di tristezze e difficoltà che
possiamo incontrare in questa esistenza, ma perché discepoli suoi; di più,
figli di Dio. Sì, Dio, il Padre ci vuole beati!
Mentre, per tradizione, questi giorni ci portano a
pensieri mestizia per il distacco o la perdita di chi o di ciò che ci è tanto,
ricordare che Dio ci vuole beati, non fa male. Anzi!
“Santi”. Santità è pienezza di vita, ed è propria di
Dio, il Santo, come è sempre stato annunciato nella Bibbia. Questa pienezza di
vita non lo allontana da noi, è il suo progetto d’amore, per tutti i suoi
figli. Non si realizza con le pratiche
esteriori da noi eseguite, con osservanza di norme e precetti della legge. La
santità ci viene comunicata direttamente da Gesù, il Suo Figlio mandato appunto
per questo. Questo avviene nell’incontro con lui, nel Battesimo, nei gesti
d’amore che sono i Sacramenti, nella carità che con il suo aiuto, con il
sostegno del suo Spirito, viviamo. Possiamo anche arrivare a dare il proprio
sangue, come rivela la visione finale del cielo, descritta nella prima
lettura. La santità però non è il
frutto dello sforzo umano che tenta di raggiungere Dio con le sue forze; essa è
l’amore di Dio riversato nel cuore degli uomini. Questo ci è dato in Gesù, il
Figlio! E per riassumere le sue parole: non c’è altra beatitudine che l’amore!
“Comunione”. Se la beatitudine è ciò che Dio in serbo per i suoi figli, e per
questo ci ha voluto; se la santità è la ricchezza, la sostanza della nostra
vita, è l’amore stesso accolto e corrisposto, la modalità che ci consente di
esprimere questa verità è dentro questa parola “comunione”.
Non è possibile essere beati e felici da soli, non
esiste l’amore se non si creano relazioni belle e buone, se non si vive insieme
questo dono. Allora vicinanza, solidarietà, familiarità, fraternità, amicizia,
relazioni d’amore più forti della morte grazie alla risurrezione di Gesù, sono
manifestazioni e frammenti di “santità”,
e la mantengono “viva”. I primi cristiani chiamavano se stessi i “santi”, non
perché integerrimi, ma perché consapevoli di avere in dono la vita di Dio, e
nell’Eucaristia, nell’assemblea liturgica a cui partecipavano, ricevevano le
“cose sante”, la parola e il corpo di Gesù. Vivere insieme, non c’è altro modo
per rimanere e crescere nella santità, nella vita cristiana, rendere beati ed
essere beati. Diversamente, ci raffreddiamo, ci spegniamo, come brace che tolta
dal fuoco non ha più alimento, e pure impoverisce il comune focolare.
La memoria dei santi che hanno concluso il loro
pellegrinaggio terreno ci consente di godere della loro dolce compagnia, di
desiderarne la felicità e la beatitudine, di attendere quella pienezza di vita
per cui siamo venuti al mondo e siamo amati. Vedremo e godremo Dio come egli è,
vedremo e godremo la meraviglia che noi siamo in Lui. Ma intanto nella speranza
e nell’amore si svolga il nostro cammino, in esse ci conduce la nostra fede.
Nessun commento:
Posta un commento