18° Domenica C – 04.08.2013
- Qoelet 1,2; 2,21-23
- Colossesi 3,1-11
- Luca 12,13-21
In
un tempo che potrebbe essere di respiro e di calma, dalla parola del Signore
viene l’occasione per pensare alle tante corse, affanni, illusioni e pure
lotte, liti, per metter via, accumulare più beni.
Con
la compassione del buon samaritano, l’ospitalità di Marta, l’ascolto di Maria,
la confidenza con il Padre nella preghiera, anche la libertà dalle cose che si
possiedono ci è dato come un tratto del vero discepolo. Egli non pone nelle
ricchezze la propria sicurezza e gioia. E’ piuttosto il figlio che ci fida
della provvidenza del padre. Dispiace che la lettura ascoltata non continui con il brano seguente
che parla degli uccelli dell'aria nutriti da Dio, dei gigli vestiti da Dio,
dell'invito di Gesù a non farci schiavi né del vestito né del cibo. Bisogna pur
darsi da fare per cibo e vestito - Gesù
ha preso a simbolo due cose essenziali - ma c'è un prima.: "cercate
prima il regno di Dio e la sua giustizia". C'è il sogno di Dio.
C’è
invece il sogno, il calcolo di quest’uomo che mira ad ingrandire il proprio
capitale per poi spassarsela, c’è l’incubo dell’uomo che avvicina Gesù con la
richiesta di fargli da mediatore: "Maestro,
di' a mio fratello che divida con me l'eredità".
Gesù
stava parlando dell'abbandono a Dio, stava dicendo: non temete, voi valete! Il
valore vero siete voi, voi valete più dei passeri. Se Dio non dimentica loro, a
maggior ragione si prenderà cura di voi. E, dentro questi pensieri alti, ecco
la domanda terra terra sulla divisione di un'eredità. Quella persona tra la
folla che ascoltava Gesù era certamente via con la testa. Altro che le parole
di Gesù. Il suo chiodo era un altro, era l'eredità. Quante volte sono via io
con la testa, quando un altro parla, quando parla Dio, nelle Sacre Scritture.
Non ci rendiamo conto della preziosità e verità della sua parola perché la
nostra mente è occupata altrove.
Nella
risposta di Gesù il problema non è l'eredità. Il problema, fa egli capire, è
l’avidità insaziabile che, dirà Paolo, è idolatria.
Non
ci riguarda potremo dire, noi forse non abbiamo avuto o abbiamo conflitti di
eredità. Ma ci domandiamo: da che cosa dipendono gli umori della mia vita.
Dipendono dall'abbondanza dei beni, dalla sicurezza dei beni? Se è così -dice
Gesù - sei stolto. Il capitale può essere dei più grandi e i beni una
moltitudine, ma a che serve, se tu non puoi aggiungere un'ora sola alla tua
vita?
Così
si avvicina all'insegnamento sapiente della prima lettura che riflette sulla
debole consistenza delle cose umane, l'inconsistenza del soffio, sono come un
soffio: "vanità delle vanità, tutto è vanità".
Questa
parabola non è scritta allora per togliere ogni valore alle cose quotidiane: tu
puoi aver lavorato "con sapienza, con scienza e con successo",
sempre come dice la prima lettura, e penso che sia un merito, un atto di
onestà. . Ma, Riconosci – dice la parola
di Dio - la fragilità delle cose, dei beni della terra e non attaccarci
il cuore. Non diventarne schiavo, non diventare dipendente, se diventi
dipendente perdi la tua libertà.
È
un pensiero forte questo, che mette sotto verifica il nostro tempo, consumato
dietro l'ansia delle cose: "neppure di notte il suo cuore riposa".
La parola di Dio suona, inequivocabile, come un "alto là". E non sarà
che la vita stia diventando un magazzino? Di questi tempi per qualcuno
stracolmo, ed è illusione; per altri ancora tanto vuoto, sembra non esserci
neanche il necessario, ed è tristezza. Solo Gesù rimane la vera ricchezza,
l’unica vera sicurezza. E il sogno di Dio la nostra realtà!
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