ASSUNTA C – 15 Agosto 2013
- Ap 11,19a;12,1-6a.10ab
- 1Cor 15,20-27a
- Luca 1,39-56
Nella
Solennità in onore di Maria, madre di Gesù, “assunta in cielo in corpo e
anima” come recita la nostra fede di credenti nella risurrezione di Gesù,
ha piena cittadinanza in noi la speranza che la sorte gloriosa del Figlio di
Dio e di questa creatura è anche la nostra meta, la pienezza e non il
dissolvimento della vita.
Pur
celebrando questo evento in un tempo così arso dal caldo, non è l’afa
dell’estate, l’aria soffocante che conosciamo, o che respiriamo, qui, nella
nostra preghiera. No, è l’aria di primavera, la brezza che risveglia alla vita.
Il clima, non tanto dei giorni quanto della storia, rimane infuocato per molte
vicende e lotte che nel mondo, nelle famiglie, nel cuore si tengono, non si
spengono mai, come lasciano intendere le immagini della prima lettura,
l’umanità innanzitutto sottoposta agli attacchi del male ma anche custodita da
Dio. Ma sopra tutte queste lotte s’innalza il canto di Maria, il Magnificat,
che spegne ogni tormento, allevia ogni angoscia, scioglie il dubbio che sia
tutto un’ illusione.
Il
canto di Maria, condivisione di vita e di lode con la cugina Elisabetta, dice
stupore, benedizione, ferma certezza che Dio fa cose grandi nella vita dei suoi
figli, dei poveri, degli umili, dei piccoli: li innalza, dà liberazione, senso
e bellezza alla loro esistenza; fa cose grandi anche davanti alla arroganza dei
potenti, perché vince la loro superbia, ne abbassa le pretese, li lascia, come
è proclamato, a mani vuote.
Certo
nel tratto di storia che si svolge in questo mondo, non sempre appare chiara e
definitiva la vittoria della vita sulla morte, del bene sul male, dell’amore
sull’odio e l’egoismo. Ma dal momento che il Risorto ha fatto partecipe questa
creatura, la madre Sua, Maria, della sua vittoria, anche ogni creatura, quindi
noi, ogni frammento di questo mondo non andrà perduto, ogni realtà che ci è
stata cara e ha servito al nostro bene, e che pure noi abbiamo contribuito a
far crescere, godrà della bellezza del cielo. Dopo le vicende che qui ci hanno
impegnato, motivo di lacrime e di speranze, di iniziali gioie e di fatiche,
sorpresi e contenti potremo dire “ma che storia!” che abbiamo vissuto, “ma che
storia!” Dio ha fatto in noi e cono noi.
“L’ultimo
nemico ad essere annientato sarà la morte”. Sembrava
vincente in Maria, come su quel suo Figlio, ed è stata annientata, la morte.
Partono da questa convinzione che Paolo ci annuncia nella sua lettera la
speranza e l’ impegno con cui camminiamo su questa terra verso il cielo, con
cui occupiamo questo tempo provvisorio per entrare nell’eternità. Troppo poco
nel nostro dire, nelle nostre considerazioni, nelle nostre aspettative,
peraltro fragili andiamo oltre questa esperienza terrena. Pensiamo che tutto si
riduca qui, sia quando le cose ci vanno bene sia quando siamo messi alle
strette. Siamo senza speranza che è la facoltà non tanto di attendere il
futuro, quanto di renderlo presente qui, con l’impegno, dando un sussulto
nuovo, decisivo, positivo alla nostra storia.
“Il
tempio di Dio che è nel cielo”, dice la prima
lettura dal libro dell’apocalisse ricco di immagini, cioè il suo mistero di
amore ci ha offerto, l’ “arca dell’ alleanza”, la sua comunione,
vicinanza, la sua vita. Umile e forte strumento corresponsabile di questa
grazia, è quella donna di cui si parla ancora nella prima lettura. E’
innanzitutto l’umanità, è il popolo che si affida a lui, è la comunità dei
credenti, è Maria, figura che riunisce in sé questi protagonisti che Dio vuole
per una storia nuova; è Maria che rivive nella Chiesa, negli uomini, in ogni
donna perché viva quel figlio che è la vera salvezza, Gesù; perché il male,
questo drago, così sproporzionato a fronte del bene, con sette teste, dieci
corna, una coda potente, sia definitivamente incatenato.
Sì,
Maria rivive in me, in te, in ciascuno di noi, nella Chiesa e nel mondo, in
questa nostra comunità parrocchiale a lei affidata. Lo Spirito che la resa
luogo di grazia e strumento di salvezza è dato anche noi. Non temiamo le lotte
a cui siamo sottoposti, e l’ultimo nemico che è la morte. Vogliamo,
piuttosto, essere eco del suo canto, del canto di Maria.
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