martedì 13 agosto 2013

OMELIA


19° Domenica C – 11.08.2013

- Sapienza 18,6-9
- Luca 12,32-48

Nel cuore dell’estate, quando il caldo o le ferie inducono quasi a rallentare un po’ la presa sulle nostre quotidiane apprensioni, la parola del Signore ci richiama alla vigilanza. Il che non significa rimanere tesi, quando invece abbiamo bisogno di un po’ di distensione e anche di distrazione, ma piuttosto di non rinunciare alla nostra intelligenza, cioè a vedere dentro i passi che ogni giorno siamo chiamati a fare, nel cammino di discepoli dietro di Lui, a tutte le ore, quella del giorno e quelle della notte, quelle più calde e quelle più fresche.

Il richiamo di Gesù è un misto di tenerezza affettuosa (“Non  temere, piccolo gregge….”) e di sprone (“Vendete ciò che possedete… Perché dov’è il vostro tesoro, la sarà anche il vostro cuore”)

Fermiamo la nostra attenzione sulla parabola che quella che riguarda i servi nell'assenza del padrone, i servi ai quali viene raccomandata, con immagini ricche di fascino, la vigilanza. Ecco le immagini: la notte, la cintura ai fianchi, le lampade accese.

La notte: la venuta del Signore, la sua incessante venuta, i suoi appelli, i suoi inviti sono dentro le nostre notti, quando è buio, quando non è tutto così chiaro, dentro l'incertezza, l'imprevedibilità della vita. la bellezza della notte non è semplicemente quella che in questi mesi estivi molti vanno gustando nei luoghi di villeggiatura rimanendo svegli sino al mattino, o la cosiddetta notte bianca che la società ha inventato per stordirsi ancora di più dopo le fatiche della giornata. Non sarà mai una notte paragonabile a quella cantata nella prima lettura, "la notte della liberazione desti al tuo popolo, Signore. Si’,anche le nostre notti, intese in senso fisico o metaforico, simbolico, le più tormentate come le più sciocche, sono tempo e luogo di visita e di liberazione. In ogni notte ci sono bagliori di libertà. Amiamo stare svegli perché Egli  “torna dalle nozze”.

"Cinti i fianchi": è l'abito di chi parte, ed è l'abito di chi lavora; perché Dio, di cui a volte lamentiamo l’assenza, Dio lascia a noi questa casa, questa terra, queste cose. Le lascia alla nostra responsabilità: non vuole schiavi. Anche se nella parabola è detto “padrone”, sappiamo che Egli è un Signore, che ci metterà a tavola e che, cingendo lui i suoi fianchi, ci passerà a servirci” per una festa più piena. Dio non è un padrone. E’ un Signore, che si mette lui a servire. Infatti Gesù ha lavato i piedi ai discepoli, come fa il servo. Ma per amore.
L’altra parabola ci ricorda le conseguenze dell’esempio che Egli ci dà,e che sembrano contraddire questa bontà. La cosa che Dio non sopporta, non potrà mai più sopportare né nella chiesa né nella società civile, è che qualcuno approfitti della sua assenza, o del suo nome, per farla da padrone. C'è nella parabola una dura condanna per l'amministratore che approfitta del ritardo del Signore per percuotere, mangiare, bere, ubriacarsi. No. L'autorità gli era stata conferita per distribuire armoniosamente. Se viene usata per interesse personale o per altri fini, trova nella parabola la sua condanna. Cinti i fianchi: vale a dire "prenditi cura", prenditi cura delle cose di ogni giorno, delle relazioni di ogni giorno, della casa, della strada, della città, delle occupazioni, dei volti di ogni giorno. Ti sono stati affidati dal Signore, prima di partire.

E, infine, “le lucerne accese”. Se è vero che il nostro è un andare nella notte, e non è facile vegliare e vedere bene, importanti diventano le lucerne nella notte. Queste lucerne sono la parola di Dio. Luce che rassicura, ma anche  luce critica, luce di giudizio, luce di accompagnamento.  "Stai attento" - diceva Gesù - "che la tua luce non diventi tenebra. Insomma, un vigilanza fatta di speranza qualunque sia la notte, di responsabilità qualunque sia il compito, di chiarezza che sta nell’ amore, nel bene che il signore ci vuole, e che ci illumina.


 

 




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