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Domenica C – 11.08.2013
- Sapienza 18,6-9
- Luca 12,32-48
Nel cuore dell’estate, quando il caldo o le ferie
inducono quasi a rallentare un po’ la presa sulle nostre quotidiane
apprensioni, la parola del Signore ci richiama alla vigilanza. Il che non
significa rimanere tesi, quando invece abbiamo bisogno di un po’ di distensione
e anche di distrazione, ma piuttosto di non rinunciare alla nostra
intelligenza, cioè a vedere dentro i passi che ogni giorno siamo chiamati a
fare, nel cammino di discepoli dietro di Lui, a tutte le ore, quella del
giorno e quelle della notte, quelle più calde e quelle più fresche.
Il richiamo di Gesù è un
misto di tenerezza affettuosa (“Non
temere, piccolo gregge….”) e di sprone (“Vendete ciò che
possedete… Perché dov’è il vostro tesoro, la sarà anche il vostro cuore”)
Fermiamo la nostra
attenzione sulla parabola che quella che riguarda i servi nell'assenza del
padrone, i servi ai quali viene raccomandata, con immagini ricche di fascino,
la vigilanza. Ecco le immagini: la notte, la cintura ai fianchi, le lampade
accese.
La notte: la venuta del Signore, la
sua incessante venuta, i suoi appelli, i suoi inviti sono dentro le nostre
notti, quando è buio, quando non è tutto così chiaro, dentro l'incertezza,
l'imprevedibilità della vita. la bellezza della notte non è semplicemente
quella che in questi mesi estivi molti vanno gustando nei luoghi di
villeggiatura rimanendo svegli sino al mattino, o la cosiddetta notte bianca
che la società ha inventato per stordirsi ancora di più dopo le fatiche della
giornata. Non sarà mai una notte paragonabile a quella cantata nella prima
lettura, "la notte della liberazione desti al tuo popolo, Signore.
Si’,anche le nostre notti, intese in senso fisico o metaforico, simbolico, le
più tormentate come le più sciocche, sono tempo e luogo di visita e di
liberazione. In ogni notte ci sono bagliori di libertà. Amiamo stare svegli
perché Egli “torna dalle nozze”.
"Cinti i fianchi": è l'abito di chi parte, ed
è l'abito di chi lavora; perché Dio, di cui a volte lamentiamo l’assenza, Dio
lascia a noi questa casa, questa terra, queste cose. Le lascia alla nostra
responsabilità: non vuole schiavi. Anche se nella parabola è detto “padrone”,
sappiamo che Egli è un Signore, che ci metterà a tavola e che, cingendo lui i
suoi fianchi, ci passerà a servirci” per una festa più piena. Dio non è un
padrone. E’ un Signore, che si mette lui a servire. Infatti Gesù ha lavato i
piedi ai discepoli, come fa il servo. Ma per amore.
L’altra parabola ci ricorda le conseguenze
dell’esempio che Egli ci dà,e che sembrano contraddire questa bontà. La cosa
che Dio non sopporta, non potrà mai più sopportare né nella chiesa né nella
società civile, è che qualcuno approfitti della sua assenza, o del suo nome,
per farla da padrone. C'è nella parabola una dura condanna per l'amministratore
che approfitta del ritardo del Signore per percuotere, mangiare, bere,
ubriacarsi. No. L'autorità gli era stata conferita per distribuire armoniosamente.
Se viene usata per interesse personale o per altri fini, trova nella parabola
la sua condanna. Cinti i fianchi: vale a dire "prenditi cura",
prenditi cura delle cose di ogni giorno, delle relazioni di ogni giorno, della
casa, della strada, della città, delle occupazioni, dei volti di ogni giorno.
Ti sono stati affidati dal Signore, prima di partire.
E, infine, “le lucerne accese”. Se è
vero che il nostro è un andare nella notte, e non è facile vegliare e vedere
bene, importanti diventano le lucerne nella notte. Queste lucerne sono la
parola di Dio. Luce che rassicura, ma anche
luce critica, luce di giudizio, luce di accompagnamento. "Stai attento" - diceva Gesù -
"che la tua luce non diventi tenebra. Insomma, un vigilanza fatta di
speranza qualunque sia la notte, di responsabilità qualunque sia il compito, di
chiarezza che sta nell’ amore, nel bene che il signore ci vuole, e che ci
illumina.
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