martedì 28 aprile 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 4° Domenica di Pasqua A – 26/04/2026


In questa quarta domenica del tempo pasquale, riconosciuta e celebrata come la domenica del “buon pastore” o pastore bello, unico, che è ovviamente Gesù, il Risorto, io sono in mezzo a voi e condivido la preghiera e la vita con alcuni particolari sentimenti Quando nel vangelo di oggi Gesù parla del pastore delle pecore, parla di sé, della sua missione. E poiché non è di facile comprensione quello che dice, anche perché ci può dare un po’ fastidio essere considerati “pecore”. Ma tant’è che molti vogliono esserci guide e pastori! E da costoro, social o potenti, siamo guidati, purtroppo. Gesù usa anche un’altra similitudine: Io sono la porta delle pecore, vale a dire l’accesso alla vita

Chiedo che questi sentimenti siano anche in voi. 
Innanzitutto, la gratitudine e la commozione per questa immagine di tenerezza e di premura, di affetto e familiarità stretta che viene dalla figura del pastore. E non posso non andare alle parole dell’apostolo Pietro nella sua lettera dove ci fa sapere che “Cristo Gesù patì per voi”, cioè ha dato la vita, ha vissuto fino in fondo l’amore per me, per voi, per noi; con una mitezza, una misericordia e fiducia che danno la misura di quanto gli siamo cari, e gli sono cari anche quelli che non lo accettano e arrivano a rifiutarlo. 

Il Suo è sangue prezioso, ci diceva ancora Pietro domenica scorsa, e oggi ritorna a confermare: “dalle sue piaghe siete stati guariti”, dalla nostra esistenza senza senso. “Eravate erranti come pecore”. Cioè quando ci perdiamo, ci smarriamo, siamo nella più nera confusione, non sappiamo da soli ritrovare la via di casa, ecco allora che siamo “ricondotti” a Lui, al pastore. Egli ci riconduce a sé, egli fa per noi quello che conta e dà salvezza; non noi da soli ce la facciamo a ritrovare la via. Egli è il custode, colui che si prende cura del nostro nutrimento, del nostro bene; non noi da soli, ma, dice a conclusione del brano del vangelo, “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Egli rimane porta aperta per la vita! 

C’è un’altra serie di sentimenti davanti a questa figura del pastore, e con voi li condivido. Sono sentimenti di responsabilità che io provo, chiamato ogni giorno a raffigurare ai vostri occhi proprio questo unico Pastore per grazia, per un dono particolare dello Spirito. 

Innanzitutto, Gesù è stato costituito Signore e Pastore, dice sempre Pietro nelle sue prime prediche, perché è stato prima “agnello” e “servo obbediente”. Vale per me, vale per tutti noi nella nostra condizione di essere accanto agli altri come responsabili del loro bene. Prima occorre farsi agnelli e vivere in obbedienza al Padre. “Chi pecora si fa, lupo lo mangia”, dice un proverbio. Il vangelo insegna diversamente: “Chi agnello si fa, pastore diventa”. Non è questo un suggerimento per imparare a servire e a guidare gli altri chiunque essi siano?

E poi sentimenti di gioia. Il motivo? Eccolo: il pastore chiama le sue pecore una per una, ascoltano la sua voce; poi le conduce fuori, cammina innanzi a loro, esse lo seguono. Un pizzico di amarezza fa capolino, invece, quando “un ladro, un brigante, un estraneo”, che vanno per “rubare, uccidere, distruggere” fanno breccia tra coloro che ami, ai quali interessa assai poco conoscere l’amore di cui sono oggetto; coloro che non hanno tempo, non hanno spazio, non hanno libertà, non credono, e non vogliono cercare in Gesù la vita.

Carissimi, rigenerati, risorti con Gesù, siamo continuamente ricondotti e custoditi dal Suo amore. Preghiamo, in questa domenica in modo particolare, perché il Pastore grande delle pecore, come lo chiama al Scrittura, sia presente in mezzo a noi attraverso anche la disponibilità di chi accoglie la vocazione a diventare sacerdote nel popolo di Dio, e ad esserlo sull’esempio e le orme di Cristo.

martedì 14 aprile 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 Seconda Pasqua A – 12.04.2026
 

1Pietro 1,3-9   -   Giovanni 20,19-31

 

Siamo all’Ottava di Pasqua, e continua la luce di questo evento della risurrezione di Gesù. Anzi, ne siamo partecipi anche noi siamo con Lui risorti grazie al Battesimo che abbiamo ricevuto. Questa domenica è la Festa della Divina Misericordia, come ha voluto indicare già Papa Giovanni Paolo II, poiché la nostra risurrezione, la nostra rinascita, la nostra ricreazione, avviene proprio per la Misericordia che ci è stata e ci è usata a fronte dei nostri peccati e delle loro conseguenze, a fronte delle nostre fughe o tradimenti, come è avvenuto per gli stessi discepoli di Gesù. Visitati dal Risorto, come narra il Vangelo, si sono visti confermare i suoi doni di pace e di liberazione da ogni paura, di amicizia, di fiducia. 
La Misericordia non è una tomba, un sepolcro, una sconfitta; non è debolezza, se non di amore, che Dio non può trattenere, per noi suoi figli, che ha trovato nel Cuore di Gesù l’accesso per entrare nel nostro mondo, per riversarsi, trafitto, sul nostro mondo; per insegnare all’umanità la via della pace. La Misericordia è un grembo che si apre e ci dona la vita di risorti, la vita di Gesù, che noi possiamo, e dobbiamo toccare con le nostre mani, come Tommaso. Questi non è il maestro del dubbio, non è semplicemente l’emblema dell’incredulità, anche se così viene richiamato dallo stesso Gesù, non è colui che ci pianta il naso come siamo soliti dire. 
No, Tommaso ci dice che non possiamo nemmeno accontentarci di quello che ci dicono gli altri. Del resto, lui non si lascia convincere dalle parole dei suoi amici, non essendo stato presente quella prima sera di Pasqua. Ci insegna che dobbiamo fare esperienza del Risorto: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.  E che significa? “Se io chiudo gli occhi per non vedere le sofferenze dei fratelli, e quanto patiscono a causa del male che li affligge, e del bene che cercano di perseguire, io non posso dire di essere risorto con Gesù”.  Ancora una domanda: come fare per toccare le ferite del Risorto e dei miei fratelli? Accogliere la pace che ripetutamente ci dona: “pace a voi…pace a voi… pace a voi… che da soli non siete capaci di darvi”.
La Misericordia ci porta la pace: non rifiutiamola. Non è debolezza! Ci offre il perdono. Non è sconfitta! La Misericordia ci manda a liberare il mondo dal male, dal peccato proprio con il perdono. Se noi non perdoniamo, dice Gesù, il mondo tutto resta invischiato nel male, se non si perdonano vicendevolmente e non cercano vie diverse dalle attuali quei potenti che pensano di gestirlo il male, ne rimangono prigionieri e noi vittime con loro. La preghiera per la pace e la riconciliazione, il toccare le ferite dell’umanità più povera invece di infliggerle, il renderci conto ed unirci a chi ha dato la vita per amore, Cristo crocifisso risorto, può smuovere noi, credenti finalmente a diventare credibili agli occhi del mondo.
“Siete ricolmi di gioia”, assicura Pietro nella sua lettera. “Esultate di gioia”, incoraggia. Una ritrosia può essere in noi nel toccare le ferite del Cristo Risorto, che ancora sanguinano in tanti nostri fratelli o nelle nostre famiglie; paura di contrarre chissà quale infezione. Se sarà, ben venga. Non c’è infezione o contagio più sano di un contagio o infezione d’amore. Si apriranno i nostri occhi e pure il nostro cuore diventerà più misericordioso e fonte di perdono. Amen.

domenica 5 aprile 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

SABATO SANTO - Veglia Pasquale - 04.04.2026

Cari fratelli e sorelle, Gesù il Cristo, il mio Gesù, il nostro Signore e fratello, è risorto dalla morte! Siamo sorpresi ancora una volta da questo evento di Grazia, e non possiamo che esultare con il coro degli angeli che così prolungano il canto che già al Natale di Gesù fecero, con la Chiesa, con la terra come ci invitava l’acclamazione di poco fa.

I segnali di quanto stanotte compie la potenza dell’amore di Dio già ci erano stati dati quando Gesù svegliava dalla morte la figliola di Giairo, o con un semplice tocco della sua mano richiamava in vita il figlio unico della madre vedova e ancor più gridava all’amico Lazzaro di uscire dalla tomba. No, la morte non poteva vincere sull’ amore, sulla vita, ed ecco allora il gran prodigio, al culmine di tanti prodigi, narrati dalla Parola proclamata, che Dio aveva operato per il suo popolo perché noi tutti lo apprendessimo: Gesù è risorto!

E’ la vittoria della luce sulle tenebre, vittoria che abbiamo accolto e salutato con la liturgia iniziale di questa nostra assemblea: Cristo Gesù, luce del mondo, il mondo che tanto buio, rischiarato purtroppo solamente da bagliori di guerra e esplosioni di violenza, ancora vorrebbe tenere sepolto, senza speranza. La Parola ha illuminato la nostra mente e ha confermato che speranza c’è: Dio non abbandona i suoi figli, a cominciare dal Figlio prediletto, e noi suoi fratelli, non abbandona l’umanità. Cristo è Risorto! C’è speranza nel nostro cuore, ed è sempre così, quando con meraviglia e gratitudine, ci lasciamo dai Lui sorprendere.

Ecco, allora, sorpresi da questo evento di Grazia e misericordia, come dicevo, siamo sopresi dalla gioia, ed anche il timore che non sia vero quello che l’angelo ha annunciato alle donne e quindi ai discepoli, comprensibile per la nostra incapacità a comprendere l’opera e l’amare di Dio, non fa che accendere e bruciare di desiderio che, sì, è tutto vero. Non c’è spazio per la paura di essere tratti in inganno. Subito fugge, in fretta, la paura. Invece, presto, il desiderio, la speranza, verranno confermati, poiché la vittoria di Gesù sul male, sulla morte, sul peccato, rifiuto di Dio, su colui che vorrebbe convincerci che non è per nulla vero (e nel mio ministero, mi è capitato di sentirmelo dire!), questo desiderio e speranza di risurrezione divengono realtà anche nella mia vita, nella mia storia, nella nostra vita, nella nostra storia. Come?

Tra qualche istante rinnoveremo le promesse del nostro Battesimo, che è la nostra risurrezione in cui siamo stati posti, in cui vogliamo vivere ogni giorno. Spesso siamo ricacciati nella tomba, afferrati da ombre di morte, e, cosa più triste, trasciniamo altri in questa condizione che non sa più accogliere, cercare, gioire del bene per cui siamo stati creati e redenti. Redenti, cioè liberati da ogni pietra tombale.

 L’altra sera alla Cena Ultima, ma anche la prima di una storia di amicizia che continua sino alla fine dei tempi, abbiamo avuto in dono la comunione con il nostro Maestro e Signore, e il suo insegnamento; ieri, silenziosamente, sulla croce, Gesù, con la sua offerta ha colmato il nostro ammanco di amore affidandosi al Padre Suo, e togliendoci così dalle pretese del peccato ci ha redenti, liberati; stanotte, in questa Veglia e giorno di Risurrezione, gioiamo perché Egli, grazie al Padre, ha stracciato il decreto di morte, ci ha portato con sé alla piena liberazione e santificazione, poiché lo Spirito di Gesù completa l’opera per cui il Padre l’aveva mandato. Ritorno a dire, allora: sì, sorpresi dalla gioia! Ecco come dobbiamo essere stanotte, domani, oggi e sempre! Confusi un po’, ma umili e gioiosi, contenti, o almeno sereni e nella pace, diverremo presto testimoni e annunciatori che Dio ci ama, che Dio vuole la vita dei Suoi figli, e mai smetterà, attraverso Gesù, di offrircela in abbondanza.

La conferma? L’Eucaristia, la cui celebrazione ora proseguirà, nutrimento della Parola, del Corpo e del sangue del Signore, lì ci viene incontro,  e di lì nella nostra quotidiana Galilea, ci manterrà risorti con Lui, vivi e nella gioia. Gesù è risorto: Buona e felice Pasqua di Risurrezione!