mercoledì 30 settembre 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

26° Domenica A – 27.09.2026

Matteo 21,28-32

In questo ultimo mese la parola del Vangelo ci porta verificare se stiamo accogliendo nella nostra vita e concorriamo con Gesù. a costruire il Regno di Dio nelle nostre relazioni. Dapprima con l’insegnamento sulla correzione fraterno, poi con il perdono illimitato, e il saper gioire che nessuno sia escluso dalla generosità giusta di Dio (con la parabola non ascoltata, quella degli operai dell’ultima ora!)), e oggi con questa breve parabola che ci svela chi fa la volontà di Dio.

Già, chi fa la volontà di Dio? Dei due figli a cui il Padre chiede di andare a lavorare nella vigna, il secondo figlio che dice “sì, Signore” a parole, quasi in un rapporto di servo e padrone, ma poi si rimangia la parola? O chi respinge subito il comando, ma poi si pente, forse perché intende che quella richiesta veniva da un padre, e va a lavorare nella vigna?
Gli uditori di Gesù hanno ben individuato: ha fatto e fa la volontà di Dio, chi si comporta come il primo. Così i peccatori. che dicono no con la loro vita all’invito di Gesù, e a tante occasioni di Grazia, danno spazio al pentimento e possono beneficiare del regno di Dio. Mentre, invece, chi resta nell’ipocrisia, nella falsità, rimane indietro, rimane fuori. Discriminante non è la risposta, ma il pentimento!

Cos’è mai il pentimento nelle nostre relazioni, prima ancora che con il Signore e il suo vangelo, al quale diciamo sì, sì, ma poi facciamo e viviamo tutt’altro? 
Il pentimento è la capacità di ricredersi, rendendosi conto con dispiacere di aver sbagliato, di aver giudicato male, di aver preso una decisione sbagliata. E non è un senso di colpa di cui ci vergogniamo constatando il nostro comportamento errato che ci fatto fare una brutta figura.  Già questo sarebbe una buona cosa! Non è ancora una conversione vera e propria, un radicale cambiamento della mente e della vita, ma un primo passo. Il pentimento non è nemmeno il dispiacere di aver deluso, perché chi ci ama non teme che rechiamo delusioni. Ma il pentimento è la sofferenza che gli abbiamo inferto, è il dispiacere di avergli fatto del male, non ricambiando il bene che ci vuole.  

Come al perdono si arriva attraverso un cammino, anzi è un cammino di accoglienza e riconciliazione verso chi ci ha offeso, così sapersi ricredere è il primo passo che porta al pentimento. Ci vuole verità e umiltà per tale carità. Allora si ricompongono malintesi, rotture, divisioni; si ritrova fiducia l’uno nell’altro. Ma se uno non si ricrede che può aver sbagliato, che ha sempre ragione, non sa rivedere il proprio comportamento, che non domanda mai “scusa”, direbbe Papa Francesco, non costruirà nulla di bello. Piuttosto, “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”, esorta Paolo nella seconda lettura, sentimenti di umiltà, non certo arroganza e prepotenza.
La conversione è una via lunga e faticosa, e il Signore lo sa, ma oggi ci sta chiedendo di essere almeno disposti a fare ogni giorno dei piccoli passi, quei piccoli atti di ammissione di colpa che ci aiutano a smetterla di pensare che abbiamo sempre ragione noi e che sono gli altri a sbagliare. Imparare a ricrederci, a dire «scusami, mi sono sbagliato» è già un piccolo passo di quel cammino di umiltà necessario alla completa conversione, che ci porterà a fare in tutto e per tutto la volontà di Dio
 

lunedì 14 settembre 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 24° Domenica A – 13/09/2026 
Matteo 18, 21–35

La Parola ascoltata oggi ci illumina sul perdono. La bella parabola di Gesù ci rivela che l’elemento centrale della vita e di ogni comunità cristiana, a cominciare dalla famiglia, è il perdono, senza limiti. “Quante volte dovrò perdonare?”. E Gesù: “Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”. Dobbiamo essere disposti a ricominciare sempre di nuovo a perdonare perché anche Dio ogni giorno ci perdona di nuovo. “Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”, è il punto di partenza del perdono che dobbiamo darci tra di noi. Chi vive il perdono di Dio con cuore sincero, non può non perdonare chi lo ha ferito. È risposta alla misericordia, alla pietà che è stata usata verso di lui.

Come si sviluppa il perdono? Il perdono non è legato alla sparizione immediata di risentimenti, pensieri di rabbia, esigenza di giustizia, voglia di fargliela pagare, che possono accompagnarci per tanto tempo davanti al male, all’offesa, al torto recatoci, come una ferita rimane là dove è stata inferta, e vi rimane pure la cicatrice. Perdono è portare questi pensieri o sentimenti che sembrano fare a pugni con la riconciliazione, in modo totalmente nuovo. È opera della Grazia a cui dà assenso la nostra volontà! Perciò non aspettiamo a fare questo cammino di perdonare quando ci è passata o abbiamo avuto giustizia, come si dice, o abbiamo dimenticato. Anzi il ricordare, paradossalmente, è condizione per un perdono continuo ininterrotto. “Perdono, ma non dimentico”, diciamo rivelando dei residui amari nel nostro cuore; invertiamo l’ordine delle parole, o meglio dei sentimenti, e il risultato cambia: “non dimentico, quindi perdono!”. 

Il perdono, inoltre, passa attraverso parole buone, dette con sincerità, parole che vogliono la serenità dell’ambiente. Non certo un silenzio imbronciato, a muso duro!  La nostra capacità, e volontà, di mettere in pratica la lezione e la pietà ricevuta, contenuta nella parabola, prendono forza dalle parole che possiamo riprendere e far circolare per smorzare i toni, portare calma e pace Quando in famiglia si insegna i figli a farsi rispettare più che a perdonare; quando si ricama o si rincara su errori e ingiustizie, quando seguiamo la mentalità e il linguaggio di “tolleranza zero” senza carità, le parole non costruiscono il perdono, contribuiscono ad un inquinamento ambientale dei cuori.

Il perdono, infine, si realizza nei gesti, con i fatti. Il re “impietositosi del servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito”. Dire a uno, orgoglioso, che non ammette il proprio sbaglio, “ti perdono”, si rischia di farlo imbestialire di più, quando, addirittura, in cuor nostro non si pensa di umiliarlo facendogli pesare la sua cattiveria. Allora ecco: può aiutare il semplice saluto senza girare la testa dall’altra parte, un gesto di cortesia, un atteggiamento di comprensione, di simpatia, una disponibilità … senza ritornare sul male che ci è stato fatto, altrimenti si rischia una catena infinita di recriminazioni; le ferite aperte richiedono tempo per guarire, e occorre usare intelligenza e tatto per trovare il modo di mostrare all’altro che gli si è perdonato.

Dove ci porta il perdono? Sulla soglia del…Paradiso! Oltre a costruire un mondo “nuovo” qui, quello del “vero amore”, che non esiste senza perdono, ci porterà proprio alla porta del Paradiso, Il Signore non terrà conto delle malefatte da noi commesse quando gli domandiamo perdono, ma ci chiederà conto, questo sì, se non abbiamo dato noi il perdono agli altri: “Così anche il Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”. Non è una minaccia. È la sua correzione fraterna e paterna nei nostri confronti.


domenica 6 settembre 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 23° Domenica A – 06.09.2026
Ezechiele 33, 7-9        Romani 13,8-10      Matteo 18,15-20

Credenti, discepoli di Gesù, Maestro e Signore, Figlio di Dio, come attestava Pietro qualche domenica fa, non siamo solo chiamati ad essere annunciatori della buona notizia che Dio ci ama, ma anche ad amarci tra di noi. Tale amore, tra le varie attenzioni cui è fatto non esclude quell’intervento che oggi la Parola di Gesù raccomanda: prendersi cura del fratello che sbaglia; più precisamente che commette una colpa contro di te, dice Gesù. 

Non si tratta di lasciargliela passare liscia, come si suol dire, di alzare le spalle, né tanto meno di fargliela pagare alla prima occasione. No. Mi sta a cuore il tuo bene, con te voglio ricomporre una ferita, ricostruire una bella comunione, che è poi la più vera testimonianza di vangelo, a tal punto che non ti posso lasciar passare quello che hai commesso o fatto contro di me. Non si tratta di fare i maestri presuntuosi o permalosi, ma avere, ripeto, a cuore il bene e dell’altro e della comunità, della nostra relazione, familiare, o altro, guadagnare qualcosa di prezioso che non ha prezzo.

Ora la correzione “fraterna”, e già questa caratteristica è un buon punto di partenza per ricomporre conflitti e divergenze, non considerarci estranei l’uno all’altro, per cui qualche volta si esce non espressioni poco disponibili alla correzione, tipo “chi credi essere “o “pensa agli affari tuoi “, “non rompere”, prevede un protocollo, una procedura, in cui filo conduttore è la vera carità, immagine del pastore che si preoccupa e va in cerca della pecora perduta. Quindi nessuna rivendicazione o richiesta di scuse, ma preoccupazione del bene del fratello che ha fatto del male.

Questa procedura prevede, primo passo, la riservatezza, la delicatezza, persino la dolcezza, per non infliggere, a nostra volta, spesso, una ferita più grande di quella ricevuta; in un dialogo che è pazienza infinita e offre la possibilità di un ripensare a quello che è stato detto o fatto “La correzione è animata dalla carità quando è fatta con spirito di dolcezza. La dolcezza è in verità grande amica e indivisibile compagna della carità…Nelle buone insalate ci vuole più olio che aceto e sale. Procurate di essere il più mansueto possibile e ricordatevi che si prendono più mosche con poco miele che con cento barili d’aceto”. (San Francesco di Sales)
La presenza poi di qualche testimone può aiutarci, appunto, a non andare più in là di quello che abbiamo patito; ci aiuta a verificare se la nostra reazione non sia mossa da risentimenti o vendette, ma discernere meglio quello che può essere successo. 
E la comunità più vasta a cui Gesù fa riferimento non è per sbandierare e svergognare queste miserie, ma per affidare alla preghiera di tutti le difficoltà e lotte che rimangono sconosciute, ferite che non possiamo condividere con tutti, opportunità di amore che ci avvicinano a quello di Gesù. 

Nessun risultato di questi passi? La storia continua? Allora “…sia per te come il pagano e il pubblicano”. Più volte, i pagani e i pubblicani, che Gesù ha ripreso, sono stati oggetto della sua instancabile attenzione; ha sempre tenuto le porte aperte, persino li ha indicati come esempio, poiché, mai per nessuno è chiusa la porta del suo cuore. Lo sia anche la nostra! E’ il segno che il Regno è qui.