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Domenica C – 22.19.2013
- Esodo 17,8-13
- 2Tm 3,14-4,2
- Lc 18,1-8
La preghiera è il respiro
della vita cristiana, vita che si manifesta nell’amore, ha i suoi frutti di
bontà, giustizia, carità, misericordia, lode e benedizione. La preghiera non è
semplicemente dire preghiere ed orazioni, anche se quello che abbiamo in cuore
lo possiamo esprimere con le nostre parole. E’ piuttosto un accogliere l’amore
e quanto può venire dall’amore di Dio e porsi davanti a questi con fiducia,
sempre, senza stancarsi mai, come suggerisce l’insegnamento di Gesù nella
parabola ascoltata.
La necessità che induce a
questo respiro, che è appunta la preghiera, è data dalla nostra condizione di
non poter vivere senza, condizione che a sua volta viene dalla nostra povertà,
simboleggiata nella parabola dalla “vedova”, una delle categorie più
povere, senza difesa, esposte a subire soprafazioni e angherie di ogni genere.
Chi si sente forte, sicuro, potente o prepotente, difficilmente si affida con
sincerità nella preghiera a chi può aiutarlo. Come la vedova non
dobbiamo, piuttosto, temere di manifestare la nostra debolezza, nella
certezza che la nostra misera condizione di peccatori, posta davanti a Dio
nella preghiera e trasfigurata dalla sua potenza, si muterà in una forza insperata,
capace di illuminare e dare senso a tutta la nostra vita.
L’esortazione di Paolo, con cui si apre il brano della
seconda lettura, “figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e
che credi fermamente”, è bellissima eco di questo “pregare sempre,senza
stancarsi mai”, poiché la perseveranza ci può fare difetto e la stanchezza,
invece, possiamo sentirla in abbondanza, assai pesante. Racconta la prima
lettura che anche Mosè che, in preghiera, alzava le mani al cielo per sostenere
i suoi, sentiva pesare le mani, condivideva a suo modo la loro lotta. Questo
particolare dice la solidarietà che lega le persone attraverso la preghiera, la
vicinanza che possiamo donare. Nella preghiera per gli altri, che il Signore
ama, abbiamo modo, non l’unico,di dire e mostrargli quanto ci stiano a cuore,
ed è quello che a lui fa più piacere, quello che lui desidera, vuole.
Ma ritorniamo alla stanchezza a cui la povera vedova non
cede. Non si scoraggia questa donna. E’ forte, determinata, nella sua
solitudine e povertà. E smonta la sordità di quel giudice perché le sia fatta
giustizia. Ora Dio non è giudice disonesto, non cede al fastidio come questo
tale che vuole liberarsi d’intorno della donna. Ma questa storia presa come
esempio mi ha sorpreso con un messaggio inquietante, quello del “ritardo di
Dio”. Non scandalizziamoci, ma a volte
l'impressione è che Dio temporeggi, come quel giudice, l'impressione è che sia
in ritardo, sulle nostre necessità e davanti alla nostra preghiera. E la
stanchezza viene anche da qui.
“E
Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano, giorno e notte, verso di lui
e li farà a lungo aspettare?” "Vi dico che farà loro giustizia
prontamente". "Li farà a lungo
aspettare?". Ci perdoni il Signore, ma a volte la sensazione è che Dio
non risponda così prontamente e che faccia a lungo aspettare.
Ma… Dio non è mai in ritardo, viene al momento giusto, e con il bene giusto.
A
fronte di situazioni che sorprendono, angustiano, e non mostrano vie di
soluzione, sorge la domanda: “Ma dov’è Dio?”. Accettiamo come risposta la
contro-domanda che Gesù lascia intuire: “Dov’è la vostra fede?”. «Il
Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
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