mercoledì 30 ottobre 2013

OMELIA


30° Domenica C – 27.10.2013

- Sir 35,12-14.16-18   
- 2 Tm 4,6-8.16-18    
- Lc 18,9-14  

Dopo l’insegnamento di domenica scorsa sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi, ecco un’altra parola che illumina il nostro stare davanti a Dio che,guarda un po’, dipende dal nostro stare davanti agli uomini.

Parabola del fariseo e del pubblicano. Una parabola risaputa, quasi scontata. E quasi scontato sembra da che parte stiamo, dove siamo schierati: dalla parte del pubblicano, e non dalla parte del fariseo, pensiamo. O non sarà vero che un po' del pubblicano e un po' del fariseo convivono dentro di noi? Noi, che siamo persuasi di essere giusti, e se non arriviamo a disprezzare gli altri, almeno non ci riteniamo peggiori.

"Due uomini salirono al tempio a pregare".
L’insegnamento sulla preghiera non riguarda le parole da dire, ma lo spirito con cui sono proferite.
Questi due uomini, così diversi, dicono cose vere. In particolare è vero che il fariseo è un osservante, un «uomo religioso», stimato come persona pia ed esemplare, è vero che le cose che dice le ha fatte, è vero che ha fatto anche più dello strettamente comandato: digiuna due volte, e paga la decima addirittura di tutto! Ma com'è il suo cuore nei confronti di Dio? Annota la parabola: "…stando ritto, pregava fra sé", come se si parlasse addosso. Tiene un “monologo”. Dice “Dio”, ma è lui al centro, e a Dio gli ricorda le sue opere buone. Se la preghiera è rimandare a Dio le nostre opere buone, mettergli davanti i nostri meriti, è una preghiera interessata, che non ci fa giusti ai suoi occhi. Ricorda a Dio che è debitore in qualche modo verso di noi.

Al contrario il pubblicano, colui che svolge il mestiere dell’ingiusto appaltatore di tasse, la figura tipica del  peccatore pubblico, riconosciuto tale da tutti, il cielo lo sente così immeritato, così sproporzionato, che neanche con gli occhi osa alzare gli occhi. E si batte il petto, lui peccatore, e lo è, dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore". In questa confessione di povertà che si affida alla pietà di Dio sta la grandezza del peccatore perché dice un saggio maestro spirituale «Chi conosce i propri peccati è più grande di chi resuscita i morti». E Dio fu pietoso con il pubblicano. Uscì dalla preghiera e tornò a casa sua reso giusto. Non aveva nessuna presunzione di sé. E, soprattutto, non aveva lo sguardo duro sugli altri.

Questo è il criterio che può aiutarci a capire se la nostra preghiera è quella giusta agli occhi di Dio:
dal tuo sguardo sugli altri puoi dedurre se la tua è una preghiera sporca, sprecata, che non ti fa giusto.
Se il nostro sguardo è di superiorità -"non sono come gli altri uomini e nemmeno come questo pubblicano"-, se ci sentiamo superiori e giudici, giudici spietati, la nostra non è preghiera, anche se le celebrazioni fossero vivaci e le preghiere interminabili.
Ricordiamo che Gesù racconta “questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri.

Non da come parliamo di Dio o con Dio viene la nostra salvezza, siamo giusti davanti a Lui, ma da come parliamo e da come guardiamo gli altri e le cose di queste vita.






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