sabato 19 aprile 2014

OMELIA


Giovedì Santo –17.04.2014

“Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto (uscito) da Dio e a Dio ritornava…” in questo “passaggio” al Padre, la sua Pasqua, Gesù ci vuole con sé, ci conduce alla nostra “uscita” verso la vita preparata e annunciata dalla liberazione della schiavitù d’Egitto, come abbiamo sentito nella prima lettura.

“Fate questo in memoria di me”, una triplice consegna per questa “uscita”  che dà vita.

1° - La consegna del suo corpo e del suo sangue, della sua vita e della sua morte; la consegna di un’alleanza di Dio e con Dio che non verrà mai meno.
Il corpo e il sangue dicono l’umanità del Figlio di Dio che nutrendoci di sé ci rifà, ci libera, ci assicura che Dio ci è vicino, ci fa “uscire” da un’umanità prigioniera della paura, della disperazione, della morte e del peccato, rifiuto dell’amore.
Gesù ci ama, e quindi ci salva, con il suo corpo e il suo sangue, e così siamo chiamati ad essere pure noi “salvatori” dei fratelli con il nostro corpo e il nostro sangue; come dobbiamo tenere in gran cura il corpo e il sangue di quanti sono feriti, disprezzati, abbandonati.

2° - La consegna della Cena. Questa cura, attenzione, amore, Gesù desidera che li viviamo nella comunione fraterna, nella condivisione, sedendo alla medesima tavola, di cui la Cena è segno.  Solamente insieme possiamo essere il Corpo e il Sangue del Signore. Non ci può essere comunione con Gesù, umanità nuova o vita cristiana, se non insieme, pur con le nostre differenze, come c’erano tra i discepoli quella sera. Questa Cena chiama e promuove familiarità, fraternità, amicizia, solidarietà. E, considerata la circostanza che era ed è di festa, non può essere caratterizzata da pesantezza e tristezza, ma da gioia, anche se messa spesso alla prova, come avviene quella sera.

3° - La consegna di un gesto che svela il cuore con cui stare insieme per essere Corpo e Sangue del Signore. Gesù  che “si alza da tavola, depone le vesti, si china a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli” dice che il servizio umile agli altri, volere il loro bene, ritenerli più importanti di noi, nutrirli di attenzione delicatezza, liberarli, purificarli dalla povertà materiale, morale, spirituale, questa è la vera Cena del Signore. Gli altri, i più poveri, persino i peccatori, sono, secondo una espressione ripetuta di papa Francesco, la “carne di Gesù”!

Il gesto che la liturgia di stasera ci invita a compiere ricordando Gesù ci svela a che cosa impegna l’andare alla comunione, sederci alla mensa del Signore. Ci impegna a fare comunione con gli altri, a lavarci i piedi gli uni agli altri, servire i fratelli più poveri, imparare a farlo.

Io lo sento come lezione sapendo la fragilità e la debolezza di vario tipo che in questo tempo si manifestano sempre più anche nella mia umanità; lo sento insieme miei fratelli preti, per i quali preghiamo ricordando don Gianantonio e don Giampaolo che con la suora sono ancora prigionieri dei loro rapitori.

Ho desiderato celebrare il gesto di Gesù che lava i piedi dei discepoli invitando chi da tempo ormai dona il proprio servizio in mezzo a noi in alcune necessità della vita parrocchiale.
Desidero poi contraccambiare chi letteralmente si è sempre preso cura di me e in questi mesi e non ha temuto di lavarmi nella mia malattia.

Ma soprattutto avrei voluto lavare i piedi ai tre poveri, giovani profughi dalla loro terra e da situazioni di pericolo e di morte, ai quali l’Amministrazione comunale ha avuto il coraggio, per giustizia e umanità, di offrire ospitalità. La comunità cristiana condivide questa scelta e persone buone non mancano di dare collaborazione e aiuto. Il bene offerto e compiuto viene spesso incompreso e criticato; come Pietro che resiste e protesta davanti a Gesù non capiamo l’amore. Siamo ancora un’umanità vecchia, prigioniera della paura e dell’egoismo. Nell’invitare allora un rappresentante dell’Amministrazione comunale, idealmente è a questi fratelli che laviamo i piedi e facciamo parte con loro, anche se di altra fede, del Corpo e del Sangue di Gesù, del suo cuore, della sua umanità.


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