BEATI GLI OPERATORI di PACE. MISERICORDIOSI !
Siamo qui nel tradizionale appuntamento del 25
aprile, festa di S. Marco che quest’anno cede il passo liturgico ad un solenne
e luminoso venerdì nell’Ottava di Pasqua, per pregare per la pace onorando
defunti e vittime delle guerre. Così la bella notizia, il vangelo della
pace, che è Gesù Risorto, non teme di
fare i conti con l’umanità che la pace desidera ma che non sempre riesce ad
ottenerla. Eppure proprio la parola del Signore, insiste nel ricordarci che noi
siamo chiamati ad essere “operatori di pace”, e che se vogliamo essere
“cittadini di questo mondo”, cittadini che s’impegnano per il suo bene, non
dobbiamo rinunciare a diventare “cittadini del Regno” cioè del vangelo.
La pace è dono, ma le opere della pace sono affidate
a noi. C’è una fatica, una responsabilità, c’è lo sforzo comune di costruire
una casa che sia dell’uomo e abitabile. E tutti gli uomini, ad li là dei loro
credo religiosi, devono operare per una pace fondata sulla giustizia. Il
vangelo va più in là: c’è bisogno dell’amore, della misericordia. Non ci sono
alternative. E l’amore estende la pace che è la somma di tutti i beni che
l’uomo, nella sua nobiltà spirituale, può desiderare (dallo star bene alla
serenità nella vita, dalla prosperità all’armonia della famiglia, dal benessere
economico alla riconciliazione e composizione di rancori e ingiustizie) e si
oppone ad ogni forma di squilibrio sociale. Questo squilibrio che crea tensioni
e risentimenti non è dato solamente dall’avidità di alcuni che non si accontentano
mai e non sono disposti a rinunciare ai loro privilegi, ma anche
dall’indifferenza o dall’arte di arrangiarsi o di difendersi di chi si vede
messo in qualche scomodità. A fronte di
questa situazione non cediamo al pessimismo di non ha più il coraggio di
sperare, e dice “tutto è inutile”; lasciamo l’inerzia di chi delega ad altri
dicendo : “il problema non è nostro; è dei potenti, dei governanti”.
Nessuno deve dimenticare che la pace, nelle sue
differenti espressioni, è un bene indivisibile, cioè c’è quando c’è per tutti.
E’ un valore e, come tutti valori, non esiste perché noi la proclamiamo, o
diciamo di volerla, o ci lamentiamo che manchi, ma c’è perché noi siamo
disposti a pagarne il prezzo, che non è mai la violenza.
Ricordavamo poco fa che essa è un dono, dono di
Dio, ma è anche la misura di una responsabilità, di un dovere, di un compito
che noi abbiamo nei confronti
dell’umanità intera, di ogni razza, lingua, popolo e nazione. Diciamo
sempre che non può esserci pace senza giustizia, e questa, nel suo significato
minimo, chiede che a ciascuno sia dato il “suo”. Questo “suo” riferito ad ogni
uomo è la sua dignità. Non ci sarà giustizia, non saremo uomini giusti, non ci
sarà amore, non saremo operatori di pace, se non riconoscendo, non in teoria ma
in pratica e con gesti concreti, che ogni uomo, non importa chi e da dove
venga, ha una sua dignità e grandezza inviolabile.
L’umanità, e noi ne siamo parte, è invitata a
prendere coscienza della propria unità. I problemi, le necessità, i bisogni,
causa guerre, migrazioni, ricerca di possibilità di vita, sono diventati
“globali”. Vediamo come si sono superate le frontiere fra i continenti e quelle
che esistono, o che vogliamo anche noi mantenere tra i popoli, hanno il sapore
dell’artificio, della prevaricazione, del rifiuto e della violenza. Dove c’è
bisogno di solidarietà e di educazione all’integrazione rispettosa, arricchente
per tutti, senza paura che ci portino via del nostro, noi non possiamo
dimenticare quella virtù che racchiude
i più veri sentimenti e atteggiamenti che Gesù ci ha insegnato, è cioè la
misericordia.
E’ significativo che questa nostra preghiera e
riflessione avvengano nella settimana di Pasqua, la settimana della pace e
della misericordia. Cristo Gesù è la nostra pace, il mediatore della pace.
Potremo anzi dire che la pace ha il nome di Cristo o Cristo ha il nome della pace. Non a caso il saluto del Risorto
ai suoi è: “Pace a voi!” E questa viene dalla misericordia che Egli ancora è, cioè
“ha cuore per le miserie”, le più varie che affliggono e danno tristezza ai
suoi fratelli. Anche noi non possiamo essere operatori e portatori di pace se
non siamo misericordiosi come Lui, che del resto non ha mancato di
incoraggiarci in tal senso: “siate misericordiosi, benevoli, come il Padre
vostro che fa sorgere il sole o piovere sui giusti e sugli ingiusti”. Non ha pure mancato di ricordare che se
usiamo misericordia, della stessa potremo godere: “beati i misericordiosi
perché troveranno misericordia”.
Misericordia è soccorrere i nostri fratelli
nelle necessità, e in tal senso facciamo opere di giustizia, riconoscendo la
loro dignità, e quindi di pace. Misericordia è il perdono che doniamo, la
composizione di divisioni, il porre fine a odi e risentimenti.
Di misericordia, di perdono, abbiamo bisogno
noi, la nostra società, per arrivare a dire, anche se forse sarà un po’
difficile in questi anni di celebrazioni che si preparano per gli anniversari
della grande guerra, che quella, come tutte le guerre, è stata, secondo
l’espressione dell’allora papa Benedetto XV, un’ “inutile strage”.
Speriamo che la sensibilità della gente non ci
porti ad esaltare, proprio conoscendo le immense sofferenze di tantissimi, quei
tristi avvenimenti, ma ogni ricordo diventi occasione per prendere la decisione
di risolvere conflitti e rispettare i diritti delle popolazioni mediante il
dialogo e l’azione diplomatica. Solamente se ci si porge la mano si avvia un
processo di guarigione delle ferite subite e si può interrompere il circolo
vizioso della violenza.
Giustizia, amore, misericordia, perdono, sono
tratti dell’umanità nuova che Gesù risorto ci partecipa con il dono del Suo
Spirito. Non è solo insegnamento, ma è la vita stessa che Egli ci comunica. Non
siamo degli illusi, teniamo i piedi ben per terra, ma il cuore è aperto, e la
mente non rinuncia trovare le vie che ci portino sui passi di Gesù, che ci ha
detto, mostrandocene il volto, “siate buoni, perfetti, com’è buono perfetto
il Padre vostro che è nei cieli”.
Il
grande Vescovo Ambrogio, vissuto a Milano nei primi secoli della chiesa, quando
l’impero romano ancora dettava legge ricordava ai suoi cristiani questa regola:
non ricambiare il male con il male è un dovere, ricambiare il male con il bene
è la perfezione. Questa è la via di Gesù.
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