34° Domenica A – 23.11-2014
– Cristo Re e Signore
Siamo
all’ultima domenica dell’anno liturgico, il tempo che la Chiesa si dà per
vivere il mistero di Cristo. Dove ci porta il cammino di un anno e per dove ci
indirizzerà nuovamente tra una settimana?
Ci
porta e ci indirizzerà al Signore che verrà nella sua gloria. E’ Gesù,
appunto Signore perché ha vinto la morte, ed è Re perché in Lui, anzi Lui è il
Regno di Dio, cioè la quella vita nuova , piena, benedetta e beata, che il
Padre vuole per tutti i suoi figli, per l’umanità intera.
Questa
gloria non è nei titoli Re e Signore con cui oggi acclamiamo al Cristo. È
invece rivelata dall’immagine del “pastore”, perché più di tutti nel “pastore”,
così come viene annunciato nella prima lettura, è caratteristica la tenerezza,
la misericordia, la cura, l’amore e la passione più totale per coloro che gli
sono affidati, cioè noi.
Nella
prima lettura, per mezzo del profeta Ezechiele, è lo stesso “pastore” che si
confessa: cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna…le radunerò dove
erano disperse, le condurrò al pascolo, le farò riposare. E poi ancora: andrò
in cerca di chi si è perduto, ricondurrò chi è smarrito, fascerò chi
è ferito, curerò chi è malato, avrò cura di chi sta bene ed è
forte…
Ecco
questo “pastore” è Gesù, ed è mio Re per questo amore e non per altro! E’ il
Signore della gloria il cui altro nome è amore!
Ma
non basta. Il cammino della fede e della Chiesa mi conduce sì al Signore della
gloria, ma proprio perché il nome più vero di questa è l’amore, mi conduce
all’uomo, alla donna, ai poveri, come bene ci mette in guardia il brano del
Vangelo, che narra di un giudizio che noi stessi saremo un giorno chiamati a
darci in base alle scelte fatte in questa tempo.
Ogni
uomo, donna, i poveri, lì è la gloria, lì è la regalità verso cui persino Dio
si abbassa, per cui s’incarna e diventa uno di essi; lì si manifesta il Regno,
nell’accoglienza e nell’aiuto dato al fratello, alla sorella in difficoltà.
Come
Dio si prende cura di noi, noi vogliamo prenderci cura gli unitegli altri; come
Dio è il “mio “pastore”, noi lo siamo per gli altri. Voi lo siete per me, voi
siete “il mio” pastore! E quando ripenso e rivedo con quanta tenerezza,
partecipazione, affetto e premura, un anno fa, mi eravate vicini proprio in
questi giorni, mi prende ancora una grande indescrivibile commozione.
Non
trovo vergogna di essere presso di voi con la mia fame di amicizia, con la sete
di giustizi, con il bisogno di essere rivestito della vostra stima, di trovare
calore nella vostra casa, di sentirmi curato con pazienza nelle mie infermità,
di godere simpatia anche nelle mie debolezze ed errori. Spesso pensiamo solo a
dare, e così ci sfiniamo; ma anche il confessare la povertà o la difficoltà in
cui ci troviamo diventa occasione di amore e quindi di gloria.
Sì,
siamo “pastori” gli uni degli altri, ma soprattutto di quanti non hanno di che
vivere, e sono privi del sostentamento necessario, o sono nella solitudine, non
hanno dove abitare, sono malati o in situazione di emarginazione, anche a causa
di sbagli commessi. Sono il Cristo oggi, e vive della nostra accoglienza, sia
che lo riconosciamo come anche no.
La
nostra comunità, celebrando oggi anche la festa del Ringraziamento per tanti
doni e aiuti che ci sono qui in mezzo a noi, non può dimenticare, nascondersi a
questa presenza. E allora ritroviamo la generosità di venire loro incontro. E’
sempre possibile, ancor più necessaria la raccolta di cibo e aiuti per famiglie
che sono anche tra noi, riprendiamoci da una certa stanchezza e rassegnazione
in modo che a nessuno manchi il necessario per un po’ di serenità pur nella
difficoltà.
E
con le cose, mettiamoci il cuore, mettiamoci il tempo, finché lo abbiamo,
mettiamo quei piccoli servizi che rendono possibile e bella la vita della
nostra comunità. Ogni gesto, attività, lavoro, servizio, con cui ci prendiamo
cura gli unitegli altri, ci fa “pastori”, manifesti amore, accresca in noi quel
capitale di gloria che è la felicità di tutti, e senza fine.
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