...nell'omelia dell 3° Domenica di Quaresima B - 04.03.2018
Esodo 20,1-17
Giovanni 2,13-25
Il
mio saluto rinnovo a voi, di vero cuore. Ringrazio tutti del ricordo e della
preghiera che avete avuto per me in questo tempo. Sono contento ora di
ritornare ad affiancarmi a voi in questo tempo di quaresima. Andremo insieme
verso la Pasqua di Gesù e nostra.
E’
la nostra vita discepoli, la vita cristiana, è una conversione ancora una volta
alla Verità più grande di tutti, l’amore di Dio: vogliamo ritornare a Lui come ci
esortava la Sua parola all’inizio di questo tempo di grazia.
Questo
cammino è fatto sì di prove e tentazioni, ma con l’aiuto dello Spirito avviene
pure in armonia, tra “bestie selvatiche e angeli”. Ce lo ricordava la prima
domenica. E’ pure un salire e poter dire “oh, è bello!” quello che
intravvediamo come è successo ai tre che Gesù, domenica scorsa aveva portato
sul monte.
Il
cammino nella vita cristiana non è un passeggiata idilliaca, romantica, e
richiede di avere ide ben chiare e capacità di decisione; bisogna essere
determinati nelle scelte da fare. Ci vuole, insomma una passione una tenacia,
una forza che può apparire poco rispettosa e accondiscendente di uno stile sistema
di vita che non quello vero, quello secondo il progetto di Dio.
Quello
che succede al tempio con Gesù, come narra il vangelo in questa domenica, ci
insegna che bisogna “essere pieni di zelo per la casa del Padre”, per quel
tempio che è vita degli uomini, la nostra vita di tutti i giorni. Essere molli,
indecisi, poco veri o compromessi, non ci fa camminare nella vita cristiana.
Siamo
chiamati ad essere in pace sì, capaci di meraviglia sì, ma anche di santa
umanissima indignazione per ciò che è falso; appassionati e pieni di zelo come
Gesù per ciò che vale agli occhi di Dio. I fiumi di sangue che scorrevano nel tempio,
ridotto ad un macellatoio di animali, il commercio religioso dei sacrifici, suscitano
la contestazione violenta di Gesù. E’ finito il tempo dei sacrifici, lo dirà in
più occasioni. Tuonerà altre volte: “Misericordia e non sacrifici", spesso fatti
per metter a posto la coscienza, per guadagnare meriti davanti a Dio o
scongiurare i suoi castighi.
Se
sacrifici facciamo, perché così siamo stati educati, se sono veri lo si vede
dai frutti. Mortificazioni, rinunce, penitenze… quali sono i loro frutti? Favoriscono
l’umanità, la qualità della vita, la libertà, la giustizia, la solidarietà, il
rispetto del creato…? Allora sono veri! L’unico sacrificio per cui ci appassioniamo
e siamo pieni di zelo, di impegno, è l’eccedenza di amore, di carità, di
giustizia, il di più di vita, di umanità, di festa.
Va
bene, ma come la mettiamo con i comandamenti che ci sono stati ricordati nella
prima lettura? Gesù dirà: “non sono
venuto ad abolirli, ma a dare loro compimento, pienezza, con una eccedenza di
amore. Non vogliamo l’eccellenza della vita, ma l’eccedenza della vita,
dell’amore.
E’
l’unico sacrificio che Dio gradisce, da vivere, in armonia, con meraviglia, e
con tanta passione.
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