...nell'omelia
18° Domenica A – 03.08.2020
Isaia 55,1-3
- Romani 8,35-39 -
Matteo 14,13-21
Dalle
parola ai fatti. E dopo le belle parabole che Gesù ha raccontato per annunciare
la novità del Regno, cioè del Vangelo, ecco i gesti che lo confermano. Confermano
quello che l’amore di Dio è venuto a portare. Non sono sufficienti le belle
prediche. Bisogna passare alle opere. Così dopo le tre parabole delle scorse
domeniche, incontreremo tre gesti di Gesù nelle prossime.
Oggi
Gesù sfama con cinque pani e due pesci una folla di persone.
Un
prodigio di carità viene in aiuto a chi non ha. Come può avvenire?
Innanzitutto
la compassione. All’origine del bene vi è la compassione. Gesù stesso la prova.
Questo sentimento ci fa vicini, prossimi, fratelli di chi si trova in qualche
pena. Sorge in noi non per restare un pio dispiacere o superficiale commozione,
ma per diventare condivisione della necessità e azione per farvi fronte.
“Non abbiamo che cinque pane e due pesci”
obiettano i discepoli davanti alla fame della gente. Attenti a non liquidare la
compassione e a non congedare la folla. Ma, se abbiamo Gesù con noi, se siamo
con Gesù, la compassione si traduce in azione, nell’amore in azione. Ecco il
regno di Dio, l’amore di Dio che soccorre l’umanità tramite nostro, quel poco
che ci ritroviamo tra le mani. Senza demandare che tutto faccia Lui. Certo Egli
interviene, ma confida che noi facciamo la nostra parte.
Nel
racconto evangelico c’è un particolare sul quale anche la mia attenzione è
stata attirata; un particolare che consente pure a noi di passare dalla
compassione all’azione. Ed è la “benedizione”, la benedizione che Gesù recitò
nel prendere i cinque pani e i due pesci prima di darli ai discepoli per la
folla. Il miracolo (perché è miracolo passare dalla compassione all’azione!) è
frutto della benedizione. Cosa significa “benedire”?
“Benedire”
le realtà che abbiamo tra le mani, ciò di cui è fatta e vive l’esistenza
nostra, è riconoscere nel pane, nell’acqua, nella casa, nel cielo, nella terra,
e ancor più nella donna, nell’uomo, che ci vivono accanto, il segno che Dio ci
accompagna e ci dà tutto ciò; certo è frutto del nostro lavoro e impegno, ma
anche questi sono “benedizione”. Quello che siamo o il posto che occupiamo,
persino l’amore che fa incontrare le persone, pure questo è “benedizione”. E’
persona di fede chi lo riconosce! E se lo riconosce, allora la compassione
sfocia nell’azione.
Mangiare
il pane, bere l’acqua, godere della tenerezza di un amore, di un’amicizia… è
vivere queste realtà come “dono, come uscite da Dio. E allora non le teniamo
per noi, non ce ne impossessiamo, spesso togliendo loro la libertà di essere
quello che le fa belle e per cui ci sono date a nostra gioia; non ne disponiamo
a nostro piacimento, interesse, o egoismo. Troppo spesso pensiamo e diciamo: il
pane è cosa mia, è prodotto mio; l’amore è cosa nostra, e lo gestiamo come
vogliamo. Tu sei mio, tu sei mia!
Se
invece pensiamo che ogni cosa, il pane, l’acqua, la casa, magari un po’ di
benessere, l’amore stesso che ci fa mettere e stare bene insieme, sono usciti
da Dio, sono “dono”, allora non li tratteniamo più per noi, non li gestiamo
senza farne segno di lui presso gli altri.
“Benedire”:
riconoscere ogni cosa dono di Dio è l’anello che ci fa passare dalla
compassione all’azione, dalle parole ai fatti, alla realizzazione del regno di
Dio, alla vita bella che Gesù è venuto a portare. Benedire è condividere. Amen!
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