BRICIOLE di PAROLA... nell'omelia
13° Domenica A – 28/06/2026
2Re 4,8-16 - Matteo 10,37-42
Se c’è una considerazione con cui commentare queste parole di Gesù rivolte ai suoi apostoli è che appaiono parole esagerate, scandalose, d’inciampo anche a chi lo vuol seguire. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Esagerato! Scandaloso! Incomprensibile come possa Gesù chiederci una cosa simile!
Gesù non dice di non amare i propri parenti, i propri familiari. Non sta neppure chiedendo un amore per Lui che escluda gli altri, che li dimentichi o che non se ne prenda cura. Sta dicendo che ogni nostra capacità di amare viene da Lui ed è dono suo. È l’incontro, la relazione con Lui che rende possibile ogni altro amore. Senza questa relazione che mette Lui davanti, l’amore rischia di diventare possesso, schiavitù, violenza; ogni tentativo di andare avanti si blocca. Se invece la nostra vita è fondata sulla relazione con Gesù, allora siamo e diventiamo via via capaci, anzi, “degni”, adatti, di amare Lui e tutti come Lui ama; di portare la croce come Lui la porta; la croce dell’amore poiché voler bene può costare! Egli si propone decisamente come fonte inesauribile, limpida, del voler bene ai nostri cari; sostegno irrinunciabile, traino di ogni nostro buon impegno che a volte curiamo più di Lui. L’abbiamo sentita qualche volta la battuta: “Se non fosse per il Signore, non sarei lì. Avrei già spento ogni pazienza e comprensione”. Non è che non si ami di meno, se davanti mettiamo Dio, e non c’è bisogno di essere gelosi del Signore se qualcuno cerca e trova in Lui la forza per andare avanti. Ma con Lui si può amare di un amore di qualità perché Dio è presente mediante la Sua grazia e misericordia, che ci consentono di non fare calcoli o ripicche.
Altra affermazione che può apparirci esagerata. “Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, sia chi riceve sia chi dà, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
C’è una forma concreta dell’amore fatto di piccoli gesti, nell’accogliere con piccole attenzioni chi vive con voi, chi viene a noi. Spesso immaginiamo che fare del bene sia compiere azioni straordinarie e non badiamo al fatto che il Vangelo può stare in un bicchiere d’acqua dato con amore, in una condivisione del poco che abbiamo o è nelle nostre possibilità, nell’accoglienza di chi chiede aiuto, accoglienza, nella delicatezza e premura con cui trattiamo le persone.
Dove sta la ricompensa che ne viene, se chi chiede questo aiuto non può darci nulla, e dal quale non vogliamo nulla? In una comunione che ci avvicina a quella che Dio offre a noi che a Lui ricorriamo nelle nostre necessità, in una comunione che ci fa simili a Lui. E poi non è vero che non riceviamo nulla. Ce ne viene la benedizione del Signore oltre a quella, a volte non manifesta, di chi abbiamo accolto e aiutato. E se non ci sarà quest’ultima, per distrazione o ingratitudine, non verrà meno quella di Dio. Il risultato è sempre una speciale benedizione: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu stringerai un figlio fra le tue braccia”, dice l’uomo santo di Dio alla coppia che lo ospita, coppia che non ha figli. L’amore non è uno scambio di favori, ma una delicatezza reciproca! Quanto viene fatto nel nome del Signore - “per causa mia”, dirà Gesù – non manca della Sua benedizione, poiché Dio non si lascia vincere in generosità.
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