lunedì 5 ottobre 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 27° Domenica A – 04.10.2026

Isaia 5,1-7          Matteo 21,33-43

Ancora la vigna, immagine della vita a cui Dio ci ha chiamati e ci chiama ogni giorno, a tutte le ore, perché diventi dimora del Regno di Dio, cioè una vita in cui è bello stare e lavorare, portando buoni frutti, la conoscenza dell’amore di Dio, il volerci bene, un’umanità giusta e buona; un inizio di quella vita che un giorno avrà compimento e pienezza quando ci sarà la vendemmia. Alla luce della parabola narrata da Gesù come occupiamo noi questa vigna? Ci rendiamo conto che ci è stata affidata? Ne siamo riconoscenti e responsabili? Accettiamo che, sempre il Signore della vigna, attraverso avvenimenti della nostra storia, e suoi inviati ci aiuti a gestirla, o ne facciamo quello che vogliamo.

L’atteggiamento di quei lavoratori che hanno avuto in dono il compito di lavorare nella vigna, illustra bene come noi purtroppo ci comportiamo. Non vogliamo aiuti né sentire ragioni, e respingiamo ogni visita che vorrebbe essere non controllo, ma illuminazione e sostegno per un proficuo lavoro. Un rifiuto che diventa anche mortale, perché ci sentiamo padroni di ciò che ci stato consegnato e affidato alle nostre cure.

Addirittura, a certo punto, quando Dio, il Signore della vigna e della vita, manda persino il Figlio Suo Gesù, non esitiamo a cancellarlo, ad eliminarlo. Ed è quello che la parabola vuole proprio denunciare agli ascoltatori. Il figlio del padrone della vigna, catturato, portato fuori e barbaramente ucciso (Mt 21,39), è il Signore Gesù, che viene in mezzo agli uomini, si espone e si consegna, e viene da loro messo a morte. E quel che è peggio ci esortiamo reciprocamente a farlo: “Dai uccidiamolo, togliamolo di mezzo, facciamolo fuori, è la vigna sarà tutta nostra, faremo della vita quello che vogliamo.”. Così non diverrà dimora del Regno di Dio con frutti buoni, ma del male con frutti di morte, Vediamo quello che sta accadendo nel mondo quando e dove Dio viene cacciato e ucciso nel mondo, viene ucciso e cacciato dalle nostre famiglie. Vogliamo noi, stolti, farci padroni della vita!

C’è un particolare in questa parabola che mi fa pensare quanto corrisponda alla nostra realtà. Ed è quello che si pensa di guadagnare la vita con il sangue. Ma non con il nostro, nel senso che ci impegniamo a produrre frutti buoni sudando sangue, come si suol dire; con il sangue degli altri, che equivale alla violenza in tutte le sue forme, uccidendo, umiliando, stroncando la loro vita. Le guerre, le varie aggressioni, costano il sangue di innocenti per impossessarci e dominare la vita.

Pensiamo che sia possibile entrare in possesso di qualcosa al prezzo del sangue di qualcun altro. È la radice di ogni violenza: pensare che ciò che si ottiene debba essere sottratto agli altri con l’inganno che è violenza.  In realtà chi vive così non ottiene mai nulla e la violenza non è mai un mezzo per possedere qualcosa, ma per perdere tutto. Questa è la prima illusione. 

La seconda illusione è che la vigna, la vita, possa appartenere soltanto ad alcuni, senza essere di tutti. Ma ciò che è di Dio è sempre di tutti e che la logica che ne fa la dimora del Regno è esattamente opposta a quella dei vignaioli: per poter possedere qualcosa, bisogna accettare di non averne l’esclusiva e accoglierla come un dono fatto a me come a tutti gli altri. Infine, il popolo che produce frutti — “A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” (Mt 21,43) — non è un altro gruppo etnico o religioso diverso la noi, ma è formato da chi accoglie il dono di Dio con gratitudine, senza mai impossessarsene, e vince la violenza con un sovrappiù di amore.