domenica 3 novembre 2013

PENSIERI


Come amore!

L’evento che mi accingo a vivere, l’intervento che sto per affrontare, l’esito e i disagi che ne potranno venire, il cambiamento di programmi e progetti a cui sottomessa anche la mia vita sacerdotale e il ministero, ogni cosa che si può prevedere e quanto ci sarà di imprevisto, tutto io desidero vivere, con verità e umiltà, quale amore.

Non mi basta vivere “con” amore. Voglio vivere  “come” amore, perché tale è ogni esperienza, ogni frammento e situazione della vita. La vita “è” amore, e non semplicemente va vissuta “con” amore, quasi che la vita sia una cosa e l’amore un’altra. Poiché Dio è vita/amore, io immerso in Lui non scindo quest’unica verità. Vivere è Amore in Dio, con i fratelli, e nella mia umanità.

1 - La “chiamata” che in questo momento mi viene rivolta svela la vita “come” amore, ancor più la vita sacerdotale che mi è stata donata immeritatamente. E’ “chiamata” a realizzare questo dono con tutto me stesso, non solamente nelle intenzioni, progetti ideali, ma anche “fisicamente”. La Messa che celebro ogni giorno diventa “fisica” e, con Gesù, o meglio Gesù in me ancora può dire : “Questo è il mio corpo dato per voi”.

Sì, voglio vivere questa esperienza della vita “come” amore. Non le do altro nome, altra verità: Amore verso e in Dio, cioè consegna, abbandono nelle sue mani, totale e gioioso affidamento a Lui. Voglio vivere con Gesù, prego che Gesù viva in me la sua passione d’amore anche con la prova che comporta; essere “sacrificio” perché “brucio” d’amore. Egli sa meglio di me valorizzare l’esistenza mia, la salute e la malattia, e lo fa non strumentalizzando la mia persona per qualche fine ma soltanto perché è amore.

2 - Vivere “come” amore si rivolge anche agli altri, e diventa vicinanza, solidarietà, partecipazione. Il ministero sacerdotale si fa “incontro” a chi soffre più di me, verso chi esperimenta situazioni di maggior sofferenza e prova, conosce il limite, la debolezza, la paura, e non di rado la disperazione.  Si fa “accompagnamento”, condivisione di passi e pure di lamenti, di tentativi di speranza e timori, non lascia solo e triste nessuno. Si fa “sostegno”, non perché maestro o esempio di sopportazione, ma semplicemente perché ci possa essere un cuore, un corpo, che comprende e che si carica delle loro ferite.

Questa solidarietà non è soltanto ai loro occhi perché non si smarriscano, ma è tale davanti a Dio, nel segreto. Con il suo aiuto, se è nella sua volontà d’amore, qualche peso dei fratelli può passare sulle mie spalle, perché siano più liberi, sereni e lieti. Ma questa “intercessione sacerdotale”, lo ripeto, è un segreto tra Dio e me.  E ogni eventuale conoscenza sia a lode e gloria Sua!

3 – Vivere l’esperienza del limite e della malattia “come” amore significa fare di questo luogo e momento un’occasione di grazia e di crescita per tutti. Mi trovo nella condizione di “lasciarmi amare”, di “lasciarmi fare”, di “lasciarmi andare”. Ho bisogno di affetto, di attenzioni e aiuto, e questa debolezza, questa fragilità diventa dono agli altri perché possano esercitarsi a loro volta nell’amore.

Sono prezioso, inoltre, perché amabile, agli occhi di Dio prima di tutto e poi anche agli occhi dei fratelli. Posso vivere soltanto di amore. Non conta più l’efficienza, la forza, il bastare a se stessi, essere in piena forma fisica, psichica, spirituale, l’esperienza, le intuizioni della mente perché si realizzi il Regno di Dio, e il vangelo prenda piede. La povertà, il limite, la fragilità, la “semplice” umanità bisognosa diventa luogo di grazia, di nuova incarnazione dell’amore fino al suo punto massimo, quello di dare la vita/amore.



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