Come
amore!
L’evento
che mi accingo a vivere, l’intervento che sto per affrontare, l’esito e i
disagi che ne potranno venire, il cambiamento di programmi e progetti a cui
sottomessa anche la mia vita sacerdotale e il ministero, ogni cosa che si può
prevedere e quanto ci sarà di imprevisto, tutto io desidero vivere, con verità
e umiltà, quale amore.
Non
mi basta vivere “con” amore. Voglio vivere
“come” amore, perché tale è ogni esperienza, ogni frammento e situazione
della vita. La vita “è” amore, e non semplicemente va vissuta “con” amore,
quasi che la vita sia una cosa e l’amore un’altra. Poiché Dio è vita/amore, io
immerso in Lui non scindo quest’unica verità. Vivere è Amore in Dio, con i
fratelli, e nella mia umanità.
1
- La “chiamata” che in questo momento mi viene rivolta svela la vita “come”
amore, ancor più la vita sacerdotale che mi è stata donata immeritatamente. E’
“chiamata” a realizzare questo dono con tutto me stesso, non solamente nelle
intenzioni, progetti ideali, ma anche “fisicamente”. La Messa che celebro ogni
giorno diventa “fisica” e, con Gesù, o meglio Gesù in me ancora può dire : “Questo
è il mio corpo dato per voi”.
Sì,
voglio vivere questa esperienza della vita “come” amore. Non le do altro nome,
altra verità: Amore verso e in Dio, cioè consegna, abbandono nelle sue mani,
totale e gioioso affidamento a Lui. Voglio vivere con Gesù, prego che Gesù viva
in me la sua passione d’amore anche con la prova che comporta; essere
“sacrificio” perché “brucio” d’amore. Egli sa meglio di me valorizzare
l’esistenza mia, la salute e la malattia, e lo fa non strumentalizzando la mia
persona per qualche fine ma soltanto perché è amore.
2
- Vivere “come” amore si rivolge anche agli altri, e diventa vicinanza,
solidarietà, partecipazione. Il ministero sacerdotale si fa “incontro” a chi
soffre più di me, verso chi esperimenta situazioni di maggior sofferenza e
prova, conosce il limite, la debolezza, la paura, e non di rado la
disperazione. Si fa “accompagnamento”,
condivisione di passi e pure di lamenti, di tentativi di speranza e timori, non
lascia solo e triste nessuno. Si fa “sostegno”, non perché maestro o esempio di
sopportazione, ma semplicemente perché ci possa essere un cuore, un corpo, che
comprende e che si carica delle loro ferite.
Questa
solidarietà non è soltanto ai loro occhi perché non si smarriscano, ma è tale
davanti a Dio, nel segreto. Con il suo aiuto, se è nella sua volontà d’amore,
qualche peso dei fratelli può passare sulle mie spalle, perché siano più
liberi, sereni e lieti. Ma questa “intercessione sacerdotale”, lo ripeto, è un
segreto tra Dio e me. E ogni eventuale
conoscenza sia a lode e gloria Sua!
3
– Vivere l’esperienza del limite e della malattia “come” amore significa fare
di questo luogo e momento un’occasione di grazia e di crescita per tutti. Mi
trovo nella condizione di “lasciarmi amare”, di “lasciarmi fare”, di “lasciarmi
andare”. Ho bisogno di affetto, di attenzioni e aiuto, e questa debolezza,
questa fragilità diventa dono agli altri perché possano esercitarsi a loro
volta nell’amore.
Sono
prezioso, inoltre, perché amabile, agli occhi di Dio prima di tutto e poi anche
agli occhi dei fratelli. Posso vivere soltanto di amore. Non conta più
l’efficienza, la forza, il bastare a se stessi, essere in piena forma fisica, psichica,
spirituale, l’esperienza, le intuizioni della mente perché si realizzi il Regno
di Dio, e il vangelo prenda piede. La povertà, il limite, la fragilità, la
“semplice” umanità bisognosa diventa luogo di grazia, di nuova incarnazione
dell’amore fino al suo punto massimo, quello di dare la vita/amore.
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