domenica 13 dicembre 2015

OMELIA

 
2°Avvento C – 06.12.2015

- Baruc 5,1-9
- Fil 1,4-11
- Luca 3,1-6

“Verranno giorni in cui realizzerò le promesse di bene che ho fatto”, era la bella notizia di domenica scorsa prima di Avvento, in mezzo a tante inquietudini e paure.
Oggi, la parola del Signore, attraverso un altro uomo di Dio, Baruc, continua sulla stessa linea di speranza . “Deponi, Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione rivestiti dello splendore della gloria, cioè dell’amore, che ti viene da Dio”. Bellissimo invito.
E poi, questa “profezia”, parola di Dio che guarda avanti costruendolo il futuro e non solo augurandolo, si rende di nuovo presente in un uomo nel Vangelo, in Giovanni Battista.

Baruc nella prima lettura, Giovanni nella sua predicazione, parlano della preparazione  della venuta di questa”gloria” che sarà nel Messia, Gesù. Ma a chi tocca preparare la via? A Dio o a noi? 
Il contesto in cui svolge la propria missione Giovanni ci illumina al riguardo.

Intanto è la Parola di Dio, che non è un suono, ma un’azione, anzi una presenza che agisce, che viene su di Lui, figlio di Zaccaria, e non sui grandi e potenti del suo tempo, che sono elencati per essere messi da parte, pur con loro prerogative di nobili.

Dio inizia dagli umili, dai poveri. Il vangelo da lì si diparte per il mondo, e papa Francesco continua a sollecitare in questo tutta la Chiesa perché non abbia altra gloria che quella dell’Eterno (1° lettura). Dio inizia non dal centro, dai palazzi, ma dalla periferia, dal deserto.
“La parola di Dio scese su Giovanni nel deserto”. Nel deserto delle parole umane, spesso consumate, ambigue, interessate. Giovanni, come forse accade anche  oggi, predica nel deserto. Nessuno ascolta.
E poi nel deserto, nell’aridità, nel disorientamento che ognuno può portare dentro di sé.
Ma la Parola viene, è data, per farci fiorire, per tracciare con noi la strada giusta della vita.

Giovanni predica un battesimo di conversione, cioè mutamento di mentalità, di comportamento e di stile di vita, con l’azione semplice di lasciarsi immergere nelle acque del fiume Giordano. Si va sott’acqua, si depone nell’acqua “l’uomo vecchio con i suoi comportamenti mortiferi” e si viene fatti riemergere dalle acque come uomini e donne in grado di “camminare in una vita nuova” Questa immersione dice volontà di far ritorno sulla strada che porta a Dio, ritorno al Signore, rivolgersi a lui: ecco ciò che questa immersione significa. Quale gesto potrebbe per noi avere uguale significato?

Giovanni compie una missione di consolazione, di incoraggiamento, un’azione di misericordia. Ed è significativo questo predicare e agire per aiutare ad aprire una strada nel deserto e appianarla per la venuta del Signore giunti, come siamo, la Giubileo della Misericordia.

E se fosse anche un po’ la missine affidata anche a noi? Lo è certamente con la nostra conversione e il gesto che potrebbe avviarla (prendendo a prestito l’immagine: qualche vuoto da colmare, qualche orgogliosa abbassare, qualche tortuosità da correggere, qualche sentire da raddrizzare…). Ma pure con il diventare noi ministri di consolazione e incoraggiamento gli uni per gli altri. Davvero la gloria, l’amore, la Misericordia di Dio sarebbe già in mezzo a noi.








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