giovedì 5 aprile 2012

OMELIA

Giovedì Santo - 05.04.1012

La via di Gesù e con Gesù che abbiamo percorso in queste settimane ci ha portato a questa cena di Pasqua. E’ una via di liberazione(lo ricorda l’esperienza di Israele che lascia l’Egitto) e qui assaporiamo la libertà, la libertà dell’amore alla quale passiamo dalla schiavitù del peccato e dalla morte con Gesù che ci ama fino alla fine.

Ancora una volta  egli ci conduce e ci chiama a seguirlo. Siamo qui perché accettiamo il suo invito, anche se non comprendiamo appieno la modalità e la misura di tale amore, proprio come Pietro e non solo a quella Cena. Del resto l’amore non esige né merito, né comprensione, è dato, e basta, per essere accolto, o anche per essere buttato. Nel primo caso porta salvezza e vita, nel secondo c’è infelicità e morte.

Alla sua cena Gesù ci riconosce suoi amici e signori. Per questo egli si china davanti a suoi discepoli, e a tutti indistintamente, senza considerare se sono buoni o cattivi, fedeli o traditori, lava i piedi, e agli stessi poi porge quel pane e quella bevanda che sono il suo corpo e il suo sangue, la sua vita.

Vogliamo seguirlo Gesù, accettando questo invito e questo gesto nei nostri confronti, imparando la sua lezione d’amore: “come ho fatto io”, e sempre nella stessa circostanza dirà  “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”. La libertà, la verità dell’amore sta in quel “come”. Prima di essere un traguardo che raggiungeremo al termine dell’esistenza, e forse sarà proprio il modo con cui saremo nella morte a segnare l’apice di quel “come”, ora è la via che continua in modo nuovo. E’ possibile mangiando di lui, rimanendo fedeli al mandato ricevuto: “fate questo in memoria di me”.

“Anche voi dovete lavarvi i piedi”. Poche volte Gesù usa questo imperativo nel vangelo, e sempre legato all’amore. Non che l’amore si possa comandare, ma all’amore non si può rinunciare! L’amore è vita, e la vita si esprime nell’amore. questa è la croce!
Stasera a questa cena Gesù porta i suoi sulla croce, domani ci salirà da solo, anzi no, là c’è il Padre che attende. E’ una singolare cena, per quanto di tradizione presso i giudei, che avviene nel clima di un’amicizia unica, tenere, forte, di una familiarità impensabile, di una comunione e confidenza profonda.

Così vorrei fosse anche tra di noi. E’il suo testamento, la vera beatitudine che ci lascia, come dice subito dopo: “Sarete beati se farete tutto questo”.
Davvero, miei  cari, vorrei vedervi felici perché vi amate, vi volete bene, che è qualcosa di più profondo che aiutarsi, che mettersi a servizio gli uni degli altri. Perché io stesso mi sono accorto dopo tanti anni di ministero di prete, e in questa sera riconosco la mia nascita, che non basta fare, dare, correre, consumare tempo e forze. Occorre l’amore, quella carità che era e che è Cristo Gesù! E che mi fa capace di stima, benevolenza, simpatia, cordialità anche verso chi ha pensieri diversi o contrari ai miei.

La Cena pasquale che si rinnova in ogni Eucaristia o S.Messa è  detta “sacrificio”. Amare è “sacrificio”. Io voglio essere “sacrificio” con Gesù. Non nel senso di rinuncia o distruzione o annientamento di me, se non di quella parte che non è secondo il suo cuore.  Ma nel senso di “fare sacro”, degno dell’uomo e di Dio, ogni atto, gesto, scelta, realtà della mia vita. E ciò che fa sacro è l’amore con cui si compie, l’amore come quello di Gesù. Servire è molto di più e meglio che sacrificarsi per gli altri, è fare sacri gli altri riconosciuti destinatari del nostro amore, tempo, fatiche…

Stasera vorrei onorare con il sacrificio di Gesù che mi è dato di presiedere, riconoscere  “sacro” ognuno di voi, carissimi,  e lo faccio invitando alcuni fratelli e sorelle, che in vario modo riconoscono questa sacralità agli altri, famiglia o comunità, con il servizio della preghiera e della carità della collaborazione fraterna. A loro desidero rivolgermi con lo stesso gesto, e prego, con lo stesso cuore sacerdotale di Gesù.



Nessun commento:

Posta un commento