Sesta di Pasqua B – 13.05.2012
- Atti 10,25-26ss
- 1Giovanni4,7-10
- Giovanni 15,9-17
Mi piace Gesù e mi onoro di essere tra i suoi “amici” perché è colui che mi offre l’esperienza umana più vera, bella, intensa: essere amato e amare. Lo conferma egli stesso: “come il Padre ha amato me, così anche io ho amato voi”. Ecco la piena umanità! Non solo: la gioia piena. “Vi ho detto queste cose”, vi ho fatto conoscere e partecipi di questa esperienza “perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.
Essere amato e amare è tutta la vita, tutta la gioia. Non altre cose! Gesù è stato amato dal Padre, il vangelo che ce ne dà varie occasioni per coglierlo, ma il punto massimo di questo amore è stato che la morte non ha potuto trattenere il Figlio amato.
“Rimanere in questo amore”, ancora come Gesù esorta i suoi, “rimanete nel mio amore”, significa fare questa duplice esperienza, quella di ricevere e dare amore. Sì, ricevere amore , perché questo ci precede, assicura Giovanni nella sua lettera. E’ Dio che ha amato noi e ci ama, e chi a sua volta ama è perché è stato ed è amato. Attorno a noi accusiamo e vediamo quanto poco amore ci sia, oppure quanto sia errato, imperfetto, incompleto l’amore, o perché possessivo, superficiale, immaturo. Nella nostra esperienza, senza voler giudicare nessuno, constatiamo che chi non ha conosciuto l’amore, difficile per lui diventa poi ridistribuirlo attorno a sé. Chi è segnato da esperienze amare, fa più difficoltà a voler bene in modo maturo. Ecco perché non è di poco conto l’esperienza che ha fatto Gesù di essere amato dal Padre suo, e di conseguenza essere amati da Dio anche noi; e lo siamo, perché Dio, dice Pietro nella prima lettura, che non fa preferenza di persone, ma dona il suo Spirito, cioè il suo amore a chi a lui si apre.
“Rimanere nell’amore”, e si arriva così a dare la propria vita per gli altri, a consumarsi per loro.
E’ possibile “rimanere nell’amore”? Non è una conquista nostra, un merito che si acquisisce, poiché è un dono, una grazia, un’offerta di vita, dove l’unica condizione che ci permette di accoglierla, è anche questa donata. Eccola qui: “voi siete miei amici”, “io vi ho scelto”, “non voi me, ma io voi”. Ancora una volta le parole che ritorneranno nella prima lettera di Giovanni.: “non voi mi amate, ma io amo voi”.
“Amici” per entrare in questa comunione, in questa familiarità, in questo mistero e dono grande di vita e di gioia. Che cosa c’è dentro questa parola “amici”? C’è un rapporto nuovo con Dio che non ci tratta da servi e ci paga secondo la nostre prestazioni; è una nuova relazione dove Egli ci ama come figli e tutto quello che è suo è nostro.
“Vi ho costituiti”, stabiliti, dice Gesù, e quindi solleva i suoi da ogni forma di precariato, “perché andiate, portiate frutto, e il vostro frutto rimanga”. E’ bellissimo questo riconoscere da parte di Gesù il risultato della fatica, dell’impegno dei suoi. “Senza di me non potete far nulla”, aveva detto, ma il bene che fate è il “vostro frutto”. Dio è un Padre non mi rinfaccia mai: “quello che possiedi è tutto merito mio”, ma gioisce dei miei progressi. Solamente Gesù ci dice: “Quello che chiedete nel mio nome, il Padre ve lo concede”. “Nel mio nome” non è adoperare una formula, ma rimanere nel suo amore, nella sua amicizia, con l’unico comando: “Che vi amiate gli uni gli altri”.
E’ la pienezza di umanità e di gioia: essere amato e amare!
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