24° Domenica C – 15.09.2013
- Es 32,7-14
- 1Tm 1,12-17
- Lc 15,1-32
Con queste tre parabole - le parabole della
misericordia- noi tocchiamo il cuore del vangelo, il cuore di Dio. E ci
lasciamo toccare il cuore da Dio!
Con delicatezza e stupore vorremmo accogliere questa
pagina; magari l’abitudine che abbiamo – l’abbiamo ascoltata tante volte - ci fa superficiali e frettolosi. Evitiamo
pure la durezza che viene dalla pretesa o malintesa convinzione di essere
bravi, a posto, in regola come…servi.
Alla fine della parabola più nota, quella dei due
figli, il Padre fa conoscere che il suo desiderio grande è di avere figlie non
servi in casa, figli amati e non servi interessati o impauriti, filmiche fanno
festa con lui e non “scribi e farisei che mormorano” o trovano da ridire sulla
sua bontà, perché “riceve i peccatori e mangia con loro”, Gli scribi e i
farisei erano infastiditi dall’ intesa, dal feeling tra i peccatori e Gesù. Ne
erano scandalizzati.
Se la Chiesa, i cristiani, vuole essere simile al
suo Signore dovrebbe scandalizzare per la sua misericordia. Mostriamo di avere
conosciuto Dio. Altrimenti passiamo dalla parte dei “mormoratori” o del figlio
maggiore della parabola, dalla parte di coloro che non capiscono Dio. Non
capiscono Dio, non lo accettano soprattutto.
Il cuore vero della parabola non è tanto un messaggio
sui peccatori, ma l’annuncio bello, la “buona notizia” su Dio. Più che la
pecora perduta o la moneta smarrita, o il figlio che se ne va sbattendo la
porta, in evidenza è il pastore, la donna, il padre di quei due figli. Tutti
luoghi e manifestazioni di premura, presenze stupende di affetto.
La
pecora, la moneta, il figlio… si perdono. Ma anche Dio si perde. Si perde
dietro a uno solo. Dio perde la testa per uno solo. Non siamo una massa
indistinta per lui. Ognuno è unico e prezioso. Chi di noi non ha mai perso al
testa, il sonno, l’appetito, la serenità, per un figlio, per la persona che più
ama?
Nel prima lettura: “ Dio si pentì del male che
aveva minacciato di fare al suo popolo”. Non la minaccia ci sorprende,
valutando Dio con le categorie umane nella sua progressiva rivelazione, ma ci
appare paradossale il fatto che egli “si converte”alla testa dura del suo
popolo. Dio “si converte” alla fragilità dei suoi figli, dopo aver dato loro la
massima e più bella libertà: uno lo abbraccia, l’altro esce a pregarlo! Dio non
sa nuocere, non sa punire. Dio che si pente… non è un “padrone”. Non è da
servire, ma da amare, soprattutto accogliendo il suo amore e condividendolo con
gli altri.
Il suo è cuore di padre, che ama come una madre. Il
nostro cuore sia cuore di figli sorpresi, stupiti, felici della sua bontà.
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