4° Avvento B – 21.12.2014
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2Sam 7,1-16
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Luca 1,26-38
Non
si ferma più la promessa gioia che ci porta questo tempo. Dopo l’invito a
vegliare e a stare attenti per non perdere l’occasione, invito sentito sin
dalla prima domenica; dopo l’esortazione forte di Giovanni battista che la
buona notizia, Gesù, è in mezzo a noi anche se non lo conosciamo; dopo il pre-inizio
di questa gioia con Maria “piena di grazia” già nel grembo della madre sua, e
che oggi viene ancora così riconosciuta; dopo tutti questi segnali, la promessa
di gioia sembra conoscere un brusco e
crudele stop.
Non
possiamo dimenticare la strage di bambini e ragazzi di cui abbiamo sentito
anche in questi giorni. “Non si può immaginare un sacrilegio maggiore”,
scrivono sui giornali; “è grottesco, dire tra qualche giorno, buon
natale”,aggiunge qualcun altro, con parole colme di desolazione e di resa. Ma già in origine la festa
fu così: il Dio Bambino venne al mondo nel sangue, nell’assassinio annunciato
della Croce. Ma non solo quella di Gesù: altre vite sono subito spezzate per
causa sua. Per il Bambino che nasce, tanti altri, in vario modo, sono uccisi.
Sembra una vendetta.
Ci
sentiamo sorpresi da questa umanità capace di tutto, piena di buone intenzioni, ma più spesso
capace degli atti più efferati. Talmente sorpresi, smarriti, da intaccare la
nostra fiducia e farci ritenere ogni promessa di gioia una falsità. Con onesta
dovremmo purtroppo ammettere che il dono straordinario che Dio ci concede, non lo si
ritiene all'altezza della cattiveria del mondo
Ma l’orrore è vinto da un
abbraccio, da quello di Dio che germina nel grembo di una donna, Maria, il Suo
Figlio che sarà il salvatore, salvatore non dalle nostre tragedie ma nelle
nostre tragedie; non dalla disperazione che ci prende, ma nella disperazione
perché non diventi morte definitiva dell’umanità. Il Natale è l’annuncio di questo abbraccio, di un amore, di
questa gioia che ci appare ancora impossibile.
Il nostro concorso a che si
realizzi questo sogno di Dio che vuole la nostra gioia, e non si accontenta che
noi gli costruiamo un tempio di pietra, come aveva in mente Davide, è dato da
Maria di Nazareth. E’ il suo sì, il suo “avvenga quelle che hai detto”; è il
suo sì alla vita, alla salvezza offerta, alla gioia.
Dio entra nella
vita. Riprende quello che aveva confessato a Davide: sono stato con te,
dovunque tu sei andato. E già questo è motivo di gioia. Ora diventa ancora
più consistente perché la presenza di Dio prende carne, assume un volto
visibile in Gesù. E poi il santuario che Dio più ama è il cuore di un bimbo, il
cuore di ogni uomo.
Ma occorre
sempre il sì di Maria, e del suo adorato sposo Giuseppe, sì che avviene nella
vita quotidiana, non nel tempio di pietra, ma nella vita di una casa, di una
famiglia che si sta formando, nell’esistenza di una donna e di un uomo che vedono i loro sogni superati da quello di
Dio. E vi dicono sì, entrambi rassicurati, contro l’evidenza di quello che
poteva accadere, da una sola parola “Non temere Maria, non temere Giuseppe”.
Non possiamo
impedire le lacrime dei genitori che hanno visto uccidere i loro figlioli, non
possiamo non piangere con loro. E può essere comprensibile la rabbia che ci
sale dentro per la crudeltà di tali delitti, siano compiuti da terroristi
lucidi o un genitore impazzito. Ma oggi, il sì di Maria, poi sostenuto da
quello di Giuseppe, confortati dall’abbraccio di Dio e dalla sua parola “non
temere”, anticipa, incoraggia ancora una volta il nostro sì, ci dà modo di
sperare e di augurare ancora con verità, tra qualche giorno, “buon Natale”.
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