lunedì 22 dicembre 2014

OMELIA


4° Avvento B – 21.12.2014

- 2Sam 7,1-16
- Luca 1,26-38

Non si ferma più la promessa gioia che ci porta questo tempo. Dopo l’invito a vegliare e a stare attenti per non perdere l’occasione, invito sentito sin dalla prima domenica; dopo l’esortazione forte di Giovanni battista che la buona notizia, Gesù, è in mezzo a noi anche se non lo conosciamo; dopo il pre-inizio di questa gioia con Maria “piena di grazia” già nel grembo della madre sua, e che oggi viene ancora così riconosciuta; dopo tutti questi segnali, la promessa di gioia sembra conoscere  un brusco e crudele stop.

Non possiamo dimenticare la strage di bambini e ragazzi di cui abbiamo sentito anche in questi giorni. “Non si può immaginare un sacrilegio maggiore”, scrivono sui giornali; “è grottesco, dire tra qualche giorno, buon natale”,aggiunge qualcun altro, con parole colme di desolazione e di resa. Ma già in origine la festa fu così: il Dio Bambino venne al mondo nel sangue, nell’assassinio annunciato della Croce. Ma non solo quella di Gesù: altre vite sono subito spezzate per causa sua. Per il Bambino che nasce, tanti altri, in vario modo, sono uccisi. Sembra una vendetta.

Ci sentiamo sorpresi da questa umanità capace di tutto, piena di buone intenzioni, ma più spesso capace degli atti più efferati. Talmente sorpresi, smarriti, da intaccare la nostra fiducia e farci ritenere ogni promessa di gioia una falsità. Con onesta dovremmo purtroppo  ammettere che il dono straordinario che Dio ci concede, non lo si ritiene all'altezza della cattiveria del mondo

Ma l’orrore è vinto da un abbraccio, da quello di Dio che germina nel grembo di una donna, Maria, il Suo Figlio che sarà il salvatore, salvatore non dalle nostre tragedie ma nelle nostre tragedie; non dalla disperazione che ci prende, ma nella disperazione perché non diventi morte definitiva dell’umanità.  Il Natale è l’annuncio di questo abbraccio, di un amore, di questa gioia che ci appare ancora impossibile.
 
Il nostro concorso a che si realizzi questo sogno di Dio che vuole la nostra gioia, e non si accontenta che noi gli costruiamo un tempio di pietra, come aveva in mente Davide, è dato da Maria di Nazareth. E’ il suo sì, il suo “avvenga quelle che hai detto”; è il suo sì alla vita, alla salvezza offerta, alla gioia.

Dio entra nella vita. Riprende quello che aveva confessato a Davide: sono stato con te, dovunque tu sei andato. E già questo è motivo di gioia. Ora diventa ancora più consistente perché la presenza di Dio prende carne, assume un volto visibile in Gesù. E poi il santuario che Dio più ama è il cuore di un bimbo, il cuore di ogni uomo.

Ma occorre sempre il sì di Maria, e del suo adorato sposo Giuseppe, sì che avviene nella vita quotidiana, non nel tempio di pietra, ma nella vita di una casa, di una famiglia che si sta formando, nell’esistenza di una donna e di un uomo che  vedono i loro sogni superati da quello di Dio. E vi dicono sì, entrambi rassicurati, contro l’evidenza di quello che poteva accadere, da una sola parola “Non temere Maria, non temere Giuseppe”.

Non possiamo impedire le lacrime dei genitori che hanno visto uccidere i loro figlioli, non possiamo non piangere con loro. E può essere comprensibile la rabbia che ci sale dentro per la crudeltà di tali delitti, siano compiuti da terroristi lucidi o un genitore impazzito. Ma oggi, il sì di Maria, poi sostenuto da quello di Giuseppe, confortati dall’abbraccio di Dio e dalla sua parola “non temere”, anticipa, incoraggia ancora una volta il nostro sì, ci dà modo di sperare e di augurare ancora con verità, tra qualche giorno, “buon Natale”.


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