domenica 12 agosto 2012

OMELIA
19° Domenica B – 12.08.2012

- Giovanni 6,41-51
- Efesini 4,30 – 5,2
- 1Re 19,4-8

Mangiare per vivere. Nutrirsi per stare in piedi. Prendere cibo per camminare. Cosa assai naturale e necessaria. Ma si può mangiare e morire, nutrirsi senza sostanza, alimentarsi e non trovare forze. Questione di qualità e di quantità di cibo! Di “pane” che è ne l’immagine che lo riassume.

La cronaca di questi giorni mi ha stimolato ad un accostamento che non vuole essere irrispettoso o blasfemo.
Un atleta, che dovrebbe gareggiare alle Olimpiadi, si nutre, è il caso di dire, assume una sostanza proibita che lo favorirebbe nell’impresa sportiva. Egli conosce il proprio limite, dice addirittura che prova nausea, disgusto, non gli dà più nessuna soddisfazione correre, ma ci sono tutte le aspettative della gente su di lui e la paura di non essere all’altezza dei sogni…Allora: vincere ad ogni costo, vittoria o niente… e per andare  più forte si nutre di ciò che non dovrebbe. Questo per ingannare se stesso (che non ce la fa più), per ingannare gli altri (che contano su di lui), …non certo per avere più vita, anche se riconoscendo di aver sbagliato nel comportarsi slealmente, può sempre riprenderla coraggiosamente in mano in modo nuovo la propria esistenza.

Anche noi. Non siamo dopati o drogati, ma spesso assumiamo, ci nutriamo di cibo, di “pane che non dura e perisce”, diceva  già Gesù domenica. Egli ritorna oggi a riaffermarlo, a riproporre se stesso come “il pane della vita”, l’unico, “il pane che discende dal cielo”, cioè dono di Dio.
Questo pane non inganna chi lo mangia, non ci fa apparire più buoni, più bravi, più forti, non distrugge la nostra persona, non ci fa andare fuori di testa, non ci dà la morte. Chi ne mangia non muore, vive e continuerà a vivere di quella vita che in definitiva è l’amore in tutte le sue più vere espressioni come lascia pure intendere l’apostolo Paolo nella seconda lettura: via ogni cattiveria e malignità, e spazio alla benevolenza, alla misericordia, al perdono …la vita è camminare nella carità! Chi mangia il pane che è Gesù, cioè chi crede in lui ha la vita eterna, chi accoglie la sua persona chi ascolta e si nutre della sua parola, chi lo segue, chi lo assume come compagno e maestro della propria esistenza, questi va avanti e vince anche quando, umanamente, perde, o prova il sapore della sconfitta, l’amarezza di non farcela.

Elia, uomo integerrimo di Dio, fugge nel deserto e, allo stremo delle forze fisiche, psichiche, spirituali, vuole lasciarsi morire: “ora basta, Signore!”. Dio gli manda pane e acqua con il comando: “alzati e mangia”. Lo ristora,  lo rifocilla. Ma attenzione: non perché torni a dormire, cioè si metta in cuore in pace. No. “Alzati e mangia, perché è lungo il cammino che ti aspetta; le tue responsabilità non sono finite, e nemmeno la mia rivelazione, il dono che sto per farti”. “Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb”, o Sinai. Lì l’esperienza di Dio sarà piena, come a dire che nutrirsi del pane che Dio dà, ed è Gesù, ci conduce all’incontro vivo e portatore di vita con Lui.

Le parole che Gesù va dicendo, riportate dal vangelo di Giovanni in queste domeniche, sono preparazione al pane dell’Eucaristia che Gesù consegnerà ai suoi nel corso dell’ultima cena, negli eventi della Pasqua, “la mia carne per la salvezza del mondo”. Sono parole che stupiscono e creano difficoltà negli ascoltatori. Solamente se “istruiti da Dio”, come ricorda lo stesso Gesù, cioè illuminati interiormente, potremo accoglierle e nutrirci di lui per avere la vita  senza fine.






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