OMELIA
20° Domenica B – 19.08.2012
- Proverbi 9,1-6
- Efesini 5,15-20
- Giovanni 6,51-58
“La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda”.
Affermazioni forti, inaudite, scandalose, quelle di Gesù. Pretese che non stanno né in cielo né in terra, blasfeme, per gli ascoltatori, diligenti e praticanti, visto che il discorso è tenuto nella sinagoga di Cafarnao. E’ sempre la stessa regola: se vuoi creare scompiglio, basta che parli nei luoghi ufficiali e contro la tendenza comune. Non è politicamente né religiosamente corretto il discorso di Gesù.
Eppure è la Sapienza in persona, incarnata che parla. Quella che, secondo le parole del libro dei Proverbi, prima lettura, si è costruita la casa tra gli uomini, ha posto qui la tenda, ha preparato il suo vino e imbandito la sua tavola invitando tutti, in particolare chi è inesperto, sprovveduto, sfortunato, infelice, povero, a mangiare e a bere.
Ma che cos’è o meglio chi è questa Sapienza che osa tanto: “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui…colui che mangia di me, vivrà per me”. E’ il Figlio di Dio mandato dal Padre nell’uomo/Dio che è Gesù. Sì va bene, ma costui è fuori di testa, “come può darci la sua carne da mangiare?”.
Ma noi non pensiamo che come l’incarnazione è avvenuta nel seno di Maria, così può avvenire anche in ognuno di noi? Nutrendoci di Gesù, mangiando Lui, diventiamo Lui. Rimaniamo anche con i nostri limiti e miserie, poiché data la nostra resistenza o debolezza, la concessione al peccato che facciamo, non basta certo una comunione a cambiarci l’esistenza (anche se l’assunzione di questo cibo mira a farci diventare Gesù che peraltro rispetta la nostra natura e personalità!). Mangiare il pane disceso dal cielo cambia comunque la nostra storia, anche i nostri peccati.
Sì, va bene, ma dov’è questa Sapienza in un dire e in un agire così fuori dal comune. Dove sta l’intelligenza? Giacché la prima lettura parla che si tratta di andare dritti per la via dell’intelligenza, noi che siamo inesperti, pur ritenendoci navigati.
Sapienza, dal verbo sàpere che significa dare e riconoscere sapore ai cibi, a qualcosa che assumiamo, a quello che facciamo. E’ avere e trovare gusto, gioia, piacere, godimento, letizia in ciò che come viviamo. Sapiente non è chi pesa le cose, le convenienze, chi misura se vale o non vale la pena; la via dell’intelligenza non la percorre semplicemente chi scruta, chi la sa lunga, chi non si lascia incantare. No, Sapienza è proprio incanto, stupore, sapiente è chi si lascia stupire, incredulo, dal prodigio di Dio, dal suo amore.
Che differenza tra i Giudei che dicono : “come può costui darci la sua carne da mangiare” e Maria di Nazareth che candidamente chiede all’angelo “come può avvenire quello che mi dici”?
La differenza la fa l’amore, la fiducia, all’abbandono al progetto di Dio. La sapienza è nell’amore che è il solo condimento che dà sapore, gusto, gioia, alla vita; non solo, ma è senza data di scadenza, garantisce una durata eterna. Questa sapienza è la vera volontà del Signore, a cui esorta Paolo nella seconda lettura incoraggiando a non comportarsi da stolti ma da saggi in giorni così cattivi.
Un’ultima cosa. Dove incontriamo la carne e il sangue di Cristo, dove possiamo mangiare e bere di Lui? Nel pane dell’Eucaristia che assumiamo e adoriamo, nella Parola del vangelo che ascoltiamo e mettiamo in pratica, nello Spirito che accogliamo e che seguiamo, nei fratelli che amiamo, che serviamo, adorazione tradotta in atto. Nessuno è allontanato dalla tavola che Dio ha preparato, a nessuno è negato di nutrirsi di Gesù, a nessuno è negata la sapienza, lo stupore, la gioia, la letizia, il gusto di vivere, se mangia e dona da mangiare amore.
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