domenica 3 novembre 2013

OMELIA


DEFUNTI – 01.11.2013 

Oggi è il giorno in cui la terra e il cielo non appaiono così distanti come a volte li facciamo. La solennità di tutti i santi e la commemorazione liturgica dei nostri cari morti ci confermano quella familiarità in cui tutti siamo, vivi e defunti, una familiarità piena di vita per la quale siamo stati creati.

Dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato viene conforto e luce a noi che tanto spesso pensiamo di aver perso i nostri cari e li cerchiamo nel cimitero e nei ricordi, gesti spontanei del cuore che dicono l’affetto che non muore. Dove cercarli i nostri cari? Il libro della Sapienza lo rivela: “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio”. Non un logo freddo, anonimo, le mani di dio, quelle che ci hanno plasmato dalla polvere modellandoci, simili alle mani di un vasaio (dice ancora la Bibbia). E ci hanno plasmato ad immagine del Figlio prediletto, Gesù.

Questo giorno ci ricorda anche quanto sia importante imparare morire. S impara, ci si allena, ad affrontare tante cose. Perché non s’impara anche questa cosa importante : imparare a morire. Imparare a morire è vivere, come perdere è ritrovare, dice Gesù nel vangelo; perdere la propria vita per amore è averla in pienezza e per sempre.

Come vivere la morte?. E ancora una volta ritorna l’immagine della mani: impariamo, negli eventi dell’esistenza, lieti o tristi, a consegnarci nella mani di Dio. “Padre” diceva Gesù sulla croce “ nelle tue mani consegno il mio spirito”. Vivere la morte come un consegnarci a Dio. Questa “consegna” non la si improvvisa. Chi vive consegnandosi all’amore, gli verrà naturale, spontaneo consegnarsi in quell’ultima ora, ultima del tempo presente, la prima dell’eternità.
Gesù con la “consegna” che ha fatto di sé al Padre ha aperto a tutti il Paradiso dove c’è un posto per ciascuno, dove nessuno è lasciato fuori se chiede di entrare. Il Paradiso è la festa che c’è nel cuore di Dio perché vede felici, e riuniti per sempre, i propri figli.

Non siamo disperati quando qualcuno parte per quel misterioso viaggio che è la morte perché sappiamo che non lo rivedremo più su questa terra. Gesù ci assicura che verrà un giorno nel quale saremo di nuovo riuniti in quel luogo di festa «dove non ci saranno più addii». Ci accoglieremo e ci riconosceremo senza mai più separarci. I nostri amici, i nostri familiari che abbiamo salutato, sono vivi e ci stanno aspettando, pregano per noi. Ci preparano un posto insieme a Gesù. E noi, da quaggiù, nell’attesa di riabbracciarli, ricambiamo questa preghiera d’intercessione, in una comunione d’affetti che ci dice che siamo gli uni nelle mani degli altri, nel loro cuore, oltre che nelle mani e nel cuore del Signore. Per questo nella fede non diciamoci addio!






OMELIA


Solennità di tutti i Santi – 01.11.2013
- Ap 7,2,4-14
- 1Gv 3,1-3
- Mt 5,1-12

La “comunione dei santi” che oggi celebriamo è realtà molto bella della nostra fede. E’ verità tra le più consolanti della nostra fede, poiché ci ricorda che non siamo soli ma esiste una comunione di vita tra tutti coloro che sono di Cristo, sono il suo corpo nella Chiesa Una comunione che nasce dalla fede; infatti, mediante il Battesimo. Per questo i primi cristiani erano chiamati anche “i santi”.

Questo riconoscimento, questo titolo, alla luce delle “beatitudini” pronunciate da Gesù all’inizio della sua predicazione poi incarnate nella sua stessa esperienza, io penso si possa estendere a tutta l’umanità, prima e dopo Cristo, anche all’umanità di altre espressioni religiose. Ovunque le situazioni indicate da Gesù ricevono consolazione, forza, luce, liberazione, salvezza perché Dio abita questa vita, questa ricerca e passione per essa. Dio è nei poveri, in coloro che sono nel pianto, nei miti, in coloro che hanno fame e sete di giustizia, nei misericordiosi, nei puri di cuore, i semplici, in chi fa opera di pace, in chi è perseguitato a motivo del bene oltre che del nome di Gesù. Sì, tutti santi,  perché hanno Dio dentro di sé. Santa è la vita, poiché Dio vita è.

Santità è comunione con Dio, familiarità con Lui che ci è donata, e non ancora consapevolmente vissuta e pienamente compresa. “Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato”, scrive Giovanni nella sua lettera (seconda lettura).  Questa familiarità con Dio si prolunga in una comunione fraterna, appunto dei “santi”. Poiché siamo uniti a Dio in Cristo Gesù, poiché siamo inserirti e partecipi della sua familiarità con il Padre (“Padre, io e te siamo una cosa sola”) allora possiamo diventare veramente un cuore solo e un’anima sola tra di noi, perché l’amore di Dio brucia i nostri egoismi, i nostri pregiudizi, le nostre divisioni. interiori ed esterne. L’amore di Dio brucia anche i nostri peccati. (Papa Francesco)

E’ vera anche la direzione inversa.
Se siamo uniti nella santità, cioè viviamo insieme ogni frammento della nostra umanità, ogni limite, ogni desiderio di bene, ogni angustia che ci frena, giungiamo alla comunione piena con Dio. Essere uniti fra noi ci conduce ad essere uniti con Dio, ci conduce a questo legame con Dio che è nostro Padre. La nostra fede, la nostra vita cristiana, ha bisogno del sostegno degli altri, specialmente nei momenti difficili. Se noi siamo uniti la fede diventa forte.
Chi di noi tutti non ha sperimentato insicurezze, smarrimenti e perfino dubbi nel cammino della fede? In questi momenti difficoltosi è necessario confidare nell’aiuto di Dio, mediante la preghiera filiale, e, al tempo stesso, è importante trovare il coraggio e l’umiltà di aprirsi agli altri, per chiedere aiuto, per chiedere di darci una mano. In questa comunione – comunione vuol dire comune-unione – siamo una grande famiglia, dove tutti i componenti si aiutano e si sostengono fra loro.

La comunione dei santi va al di là della vita terrena, va oltre la morte e dura per sempre. Questa unione fra noi, va al di là e continua nell’altra vita; nella commemorazione dei nostri morti (oggi pomeriggio e nella giornata di domani) veniamo confermati in questa verità. Essa è pure la nostra bellezza, o per rimanere nel termine di Gesù, la nostra “beatitudine”, la nostra condizione di felicità che inizia già qui, già qui possiamo gustarne le primizie vivendo appunto la comunione con Gesù e tra di noi, condizione che avrà la sua pienezza quando vinta sarà la morte. E lo sarà!





giovedì 31 ottobre 2013

ANCOR


Indorato
di luce cara,
da celeste manto
avvolto
e benedetto,
mosse le fronde
sapore di pace
e sollievo,
nell’aere
d’anticipo freddo
d’autunno,
tra familiari voci
della vita,
anche l’orizzonte,
dei monti,
cupo,
il creato splende,
e tutto ancor
io amo.





mercoledì 30 ottobre 2013

LEGGEREZZA


(…vigilia dell’intervento – 05.11.2013)


Volteggiar di foglie,
si ricorrono
quasi a fasciare
passi miei.
S’agitano le fronde,
non il cuore,
lo Spirito vento
stasera è brezza.
Leggero viene
il sorriso amico,
affetto circonda
chiama a danza.
Santità
vita beata eterna,
musicali note
di giorni nuovi.
Su fruscio dolce
di foglie secche,
natural timore
lieve si fonde





OMELIA


30° Domenica C – 27.10.2013

- Sir 35,12-14.16-18   
- 2 Tm 4,6-8.16-18    
- Lc 18,9-14  

Dopo l’insegnamento di domenica scorsa sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi, ecco un’altra parola che illumina il nostro stare davanti a Dio che,guarda un po’, dipende dal nostro stare davanti agli uomini.

Parabola del fariseo e del pubblicano. Una parabola risaputa, quasi scontata. E quasi scontato sembra da che parte stiamo, dove siamo schierati: dalla parte del pubblicano, e non dalla parte del fariseo, pensiamo. O non sarà vero che un po' del pubblicano e un po' del fariseo convivono dentro di noi? Noi, che siamo persuasi di essere giusti, e se non arriviamo a disprezzare gli altri, almeno non ci riteniamo peggiori.

"Due uomini salirono al tempio a pregare".
L’insegnamento sulla preghiera non riguarda le parole da dire, ma lo spirito con cui sono proferite.
Questi due uomini, così diversi, dicono cose vere. In particolare è vero che il fariseo è un osservante, un «uomo religioso», stimato come persona pia ed esemplare, è vero che le cose che dice le ha fatte, è vero che ha fatto anche più dello strettamente comandato: digiuna due volte, e paga la decima addirittura di tutto! Ma com'è il suo cuore nei confronti di Dio? Annota la parabola: "…stando ritto, pregava fra sé", come se si parlasse addosso. Tiene un “monologo”. Dice “Dio”, ma è lui al centro, e a Dio gli ricorda le sue opere buone. Se la preghiera è rimandare a Dio le nostre opere buone, mettergli davanti i nostri meriti, è una preghiera interessata, che non ci fa giusti ai suoi occhi. Ricorda a Dio che è debitore in qualche modo verso di noi.

Al contrario il pubblicano, colui che svolge il mestiere dell’ingiusto appaltatore di tasse, la figura tipica del  peccatore pubblico, riconosciuto tale da tutti, il cielo lo sente così immeritato, così sproporzionato, che neanche con gli occhi osa alzare gli occhi. E si batte il petto, lui peccatore, e lo è, dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore". In questa confessione di povertà che si affida alla pietà di Dio sta la grandezza del peccatore perché dice un saggio maestro spirituale «Chi conosce i propri peccati è più grande di chi resuscita i morti». E Dio fu pietoso con il pubblicano. Uscì dalla preghiera e tornò a casa sua reso giusto. Non aveva nessuna presunzione di sé. E, soprattutto, non aveva lo sguardo duro sugli altri.

Questo è il criterio che può aiutarci a capire se la nostra preghiera è quella giusta agli occhi di Dio:
dal tuo sguardo sugli altri puoi dedurre se la tua è una preghiera sporca, sprecata, che non ti fa giusto.
Se il nostro sguardo è di superiorità -"non sono come gli altri uomini e nemmeno come questo pubblicano"-, se ci sentiamo superiori e giudici, giudici spietati, la nostra non è preghiera, anche se le celebrazioni fossero vivaci e le preghiere interminabili.
Ricordiamo che Gesù racconta “questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri.

Non da come parliamo di Dio o con Dio viene la nostra salvezza, siamo giusti davanti a Lui, ma da come parliamo e da come guardiamo gli altri e le cose di queste vita.






venerdì 25 ottobre 2013

" LASCIAR ANDARE "


Bucano le cime
il bianco manto,
dall’oblio emergono,
ricercan calore
e nella nebbia
si sveste il cuore.
Coraggio!
Rigo di luce
è spartito di vita,
attrae
voce e canto.
Non lasciarti morire,
“lasciar andare”
è solo fiorire.



domenica 20 ottobre 2013

100 ANNI

            (…alle Piccole Suore della Sacra Famiglia e ai bambini... 
                 con tutti coloro che hanno a cuore la loro crescita, 
                 nel centenario della Scuola Materna di Monteviale!)


Incrocio d’età
e abbraccio di cuori,
nella passione di anni
l’innocenza di bimbi,
centenaria storia.

Dedizione mirabile
si coglie ancora,
forze fragili, per tempo,
commozione ben viva,
grata nostalgia.

Donne d’amore e fede
tra noi un tempo donate
alla custodia materna,
al fiorir di germogli,
al servire vita.

Narran gioiose
indelebili cari ricordi,
fatiche feconde di grazia,  
occhi non spenti, vivaci,
su volti e rughe di luce.

Il testimone continua,
passata la saggia mano
a fantasiose maestre,
a genitori di bimbi
che ancora crescono.

Secolare storia,
atomo di eternità,
vivo il nucleo che move  
l’universo e il cuore,
da sempre fa nome
AMORE!