lunedì 29 ottobre 2012

OMELIA


30° Domenica B – 28.10.2012

- Geremia 31,7-9
- Ebrei 5,1-6
- Marco 10,46-52

Nelle ultime domeniche Gesù aveva parlato ai suoi, partendo dalle esigenze vitali che fanno parte di tutti noi, di matrimonio e amore, di soldi e ricchezze, di ambizioni che possiamo avere nel cuore. E’ la vita, diremmo noi. Davanti a questa possiamo essere spesso come ciechi, non vediamo bene, non sappiamo come muoverci, siamo fermi sul cibo della strada, cioè ai margini della vita stessa.

L’episodio narrato dal vangelo stamattina è significativo di come possiamo ritrovare la luce e avere vita in pienezza e bellezza. Un vero cieco, Timeo, un povero che siede lungo la strada a chiedere elemosina, a mendicare attenzione, compassione e aiuto, offre l’occasione per mostrare ancora una volta la bontà di Gesù e cogliere un insegnamento per noi, per tutti i ciechi.

Come si guarisce dalla cecità, cioè dall’incapacità o impossibilità di vedere la vita, di gustarla, di viverla appieno? Gesù lo rivela chiaramente al quel povero che ritrova la vista semplicemente al suono della sua voce, all’efficacia della sua parola: “ Va’, la tua fede ti ha salvato”, ti ha aperto gli occhi. Ci sono tanti particolari illuminanti in questo incontro, e può farci bene  ora l’uno ora l’altro. Io condivido con voi questo: “La tua fede ti ha salvato”.

Nell’anno della fede in cui abbiamo cominciato a muovere i primi passi, come discepoli che vogliono aprire gli occhi sulle belle realtà  della vita (amore, soldi, salute, desideri…), è appunto la fede che ci dà salvezza. Ma che ci dice della fede questo incontro? Cos’è la fede?

E’ sentire che Gesù è sulla nostra strada, sta passando, incrocia la nostra miseria e cecità, tocca la nostra storia e le nostre vicende. E’avvertire la sua presenza in te,e a questa gridi, ti abbandoni, ti affidi. Quel canto di liberazione, guarigione e speranza che troviamo nella parole del profeta Geremia (prima lettura) ben si addice e si realizza in Gesù, l’inviato di Dio che riporta l’umanità, i fratelli che sono nel pianto tra le consolazioni.

Fede è non lasciarsi intimidire o scoraggiare da chi o da tutto ciò, cose o eventi, che vorrebbe zittirci dal nostro gridare il bisogno di aiuto, di giustizia, di pace, e vorrebbe che noi rimanessimo nella nostra condizione di poveracci.

Fede è alzarsi dalle nostre paralisi, non cedere alle nostre paure, gettare via il mantello delle poche sicurezze che abbiamo o delle lamentele. Raggiungere Gesù, venire a Lui che chiama. E’ la sua presenza in mi, alla quale mi abbandono e mi affido.

Fede è riconoscere che Gesù non è soltanto un buono uomo seppur di stirpe regale, “Figlio di Davide”, ma il “Figlio di Dio” (Rabbunì, un termine con il quale ci si rivolgeva a Dio).
E’ dirgli il nostro desiderio di vita. Che è di gran lunga superiore a cose, ricchezza, fortuna, carriera; vita dove anche gli affetti più cari o la salute che ci sta a cuore, ricevono luce.

“Che cosa vuoi che io faccia per te?”, chiede Gesù. “Che io veda, abbia luce, speranza. Che io possa comunicare anche un po’ di luce e speranza agli altri”. Lo posso fare gridando come Timeo, con la vita, seguendo Gesù una volta guarito, che Gesù è il figlio di Dio.

Un amico mi ricordava in questi giorni la parola di una persona saggia: Hai due modi per diffondere la luce, essere la lampada che la emette o lo specchio che la riflette. Il vangelo aggiunge: invocarla e seguirla!







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