30° Domenica B
– 28.10.2012
- Geremia 31,7-9
- Ebrei 5,1-6
- Marco 10,46-52
Nelle ultime domeniche
Gesù aveva parlato ai suoi, partendo dalle esigenze vitali che fanno parte di
tutti noi, di matrimonio e amore, di soldi e ricchezze, di ambizioni che
possiamo avere nel cuore. E’ la vita, diremmo noi. Davanti a questa possiamo
essere spesso come ciechi, non vediamo bene, non sappiamo come muoverci, siamo
fermi sul cibo della strada, cioè ai margini della vita stessa.
L’episodio narrato dal
vangelo stamattina è significativo di come possiamo ritrovare la luce e avere
vita in pienezza e bellezza. Un vero cieco, Timeo, un povero che siede lungo la
strada a chiedere elemosina, a mendicare attenzione, compassione e aiuto, offre
l’occasione per mostrare ancora una volta la bontà di Gesù e cogliere un
insegnamento per noi, per tutti i ciechi.
Come si guarisce dalla
cecità, cioè dall’incapacità o impossibilità di vedere la vita, di gustarla, di
viverla appieno? Gesù lo rivela chiaramente al quel povero che ritrova la vista
semplicemente al suono della sua voce, all’efficacia della sua parola: “
Va’, la tua fede ti ha salvato”, ti ha aperto gli occhi. Ci sono tanti
particolari illuminanti in questo incontro, e può farci bene ora l’uno ora l’altro. Io condivido con voi
questo: “La tua fede ti ha salvato”.
Nell’anno della fede
in cui abbiamo cominciato a muovere i primi passi, come discepoli che vogliono
aprire gli occhi sulle belle realtà
della vita (amore, soldi, salute, desideri…), è appunto la fede che ci
dà salvezza. Ma che ci dice della fede questo incontro? Cos’è la fede?
E’ sentire che Gesù è
sulla nostra strada, sta passando, incrocia la nostra miseria e cecità, tocca
la nostra storia e le nostre vicende. E’avvertire la sua presenza in te,e a
questa gridi, ti abbandoni, ti affidi. Quel canto di liberazione, guarigione e
speranza che troviamo nella parole del profeta Geremia (prima lettura) ben si
addice e si realizza in Gesù, l’inviato di Dio che riporta l’umanità, i fratelli
che sono nel pianto tra le consolazioni.
Fede è non lasciarsi
intimidire o scoraggiare da chi o da tutto ciò, cose o eventi, che vorrebbe
zittirci dal nostro gridare il bisogno di aiuto, di giustizia, di pace, e
vorrebbe che noi rimanessimo nella nostra condizione di poveracci.
Fede è alzarsi dalle
nostre paralisi, non cedere alle nostre paure, gettare via il mantello delle
poche sicurezze che abbiamo o delle lamentele. Raggiungere Gesù, venire a Lui
che chiama. E’ la sua presenza in mi, alla quale mi abbandono e mi affido.
Fede è riconoscere che
Gesù non è soltanto un buono uomo seppur di stirpe regale, “Figlio di
Davide”, ma il “Figlio di Dio” (Rabbunì, un termine con il quale ci
si rivolgeva a Dio).
E’ dirgli il nostro
desiderio di vita. Che è di gran lunga superiore a cose, ricchezza, fortuna,
carriera; vita dove anche gli affetti più cari o la salute che ci sta a cuore,
ricevono luce.
“Che cosa vuoi che io
faccia per te?”, chiede Gesù. “Che io veda, abbia
luce, speranza. Che io possa comunicare anche un po’ di luce e speranza agli
altri”. Lo posso fare gridando come Timeo, con la vita, seguendo Gesù una volta
guarito, che Gesù è il figlio di Dio.
Un amico mi ricordava
in questi giorni la parola di una persona saggia: Hai due modi per diffondere la
luce, essere la lampada che la emette o lo specchio che la riflette. Il vangelo
aggiunge: invocarla e seguirla!
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