5° Domenica C – 17.03.1013
- Isaia 43,16-21
- Filippesi 3,814
- Gv 8,1-11
A me, questa settimana, nel corso di un breve
ricovero, un’esperienza che mi ha fatto sentire un po’ più vicino a malati ben
più seri di me, bravi medici hanno tolto i “calcoli”.
Coloro che, invece, i calcoli li hanno davvero
sbagliati sono stati gli scribi e i farisei.
Volevano mettere in difficoltà Gesù, fargli fare
brutta figura: tra gl’integralisti della Legge di Mosè o farlo apparire come
trasgressivo. In entrambi i casi ne avrebbe ricavato soltanto gravi
conseguenze.
In questa situazione alla quale non si sottrae
Gesù coglie per manifestare la grande “novità” del vangelo, poiché davanti a sé
Egli ha una donna, una persona, ne vede la dignità, ne conosce il bisogno
d’amore, l’ ama nella sua fragilità.
Ci invade allora una gioia grande, non la rabbia
di coloro che vorrebbero lapidare la donna, e guarda caso sono sempre tra gli
osservanti, perché il Signore realizza con questa donna la promessa ascoltata
nella prima lettura.
La
donna sorpresa in adulterio possiamo dire sente sulla sua pelle la verità di
quell'antica parola: Dio fa una cosa nuova, apre strade nel deserto, immette
fiumi nella steppa. "Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?".
Per lei, in quella tragica situazione, apparentemente senza via di scampo, il
Signore fa “germogliare” una nuova possibilità di vita..
In
quell’esistenza che agli occhi degli altri e della stessa donna occhi poteva
sembrare vagabondaggio si apriva una strada, non c’era fine corsa. E se la vita
familiare e coniugale che conduceva era così arida da arrangiarsi a trovare
altrove un po’ d’acqua per la sete d’amore, ora poteva sentire il gorgogliare
di quell’acqua che zampilla per la vita eterna.
Acqua
nuova era il Maestro di Nazaret, il suo silenzio, i suoi occhi non induriti a
condanna, la sua voce: "Neanch'io ti condanno". Dio fa una
cosa nuova. Nuova anche rispetto al Libro sacro della Legge nel quale,
scrivendo a suo nome, gli uomini hanno fatto scivolare alcune loro durezze: "Mosè
nella legge ha comandato di lapidare donne come queste". E Dio no.
Oggi,
confermando quanto in queste settimane abbiamo considerato come condizione per
la vera conversione, la gioia ha un nome: Gesù, che significa “Dio salva”. Egli
è colui che libera, è la misericordia che non disprezza la miseria, non
condanna, ma promuove una nuova vita.
E’
per questa liberazione che il vangelo
attrae, e il cristianesimo può davvero essere luogo di umanizzazione e di
salvezza; liberazione dal sentirci giudicati e condannati, poiché non lo siamo,
se sbagliamo, se commettiamo errori; liberazione dalla trasgressione che
possiamo a volte pensare come unica strada per realizzarci. No, la vera
liberazione e quindi la gioia che ne viene è Gesù, la misericordia in persona.
Con
lui passiamo dall’infinita durezza all’infinta tenerezza, l’unica che può darci
il coraggio e la forza di non peccare più. “Mi hai incontrato - sembra dire
Gesù – ora puoi non peccare più”. Quel puoi, che io immagino, mi
dice che il Signore conosce bene anche la fragilità che permane nella creatura.
Ma il suo amore ripeterà il perdono.
Così
con lui passiamo da un cuore di pietra ad un cuore di carne; forse anche da un
chiesa delle pietre per l’uomo e la donna oggi smarriti, dove, a volte, di
pietra è lo sguardo, di pietra il giudizio, di pietra la condanna, una chiesa
pietrificata, ad una chiesa del cuore che accoglie, difende, risolleva, rialza,
incoraggia ad una nuova vita, sempre pronta alla misericordia e a ripetuto
perdono.
In
queste settimane quaresimali la gioia ha fatto lieti i nostri passi impegnativi. Ora la misericordia di Dio che ci è
stata annunciata, mostrata da Gesù sta per manifestarsi e comunicarsi nel
mistero d’amore che è la Pasqua. C’è ancora tanto spazio per essere contenti,
per stare nella gioia, che non è finita, è solo all’inizio. Senza… calcoli!
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