lunedì 18 marzo 2013

OMELIA


5° Domenica C – 17.03.1013
- Isaia 43,16-21
- Filippesi 3,814
- Gv 8,1-11

A me, questa settimana, nel corso di un breve ricovero, un’esperienza che mi ha fatto sentire un po’ più vicino a malati ben più seri di me, bravi medici hanno tolto i “calcoli”.
Coloro che, invece, i calcoli li hanno davvero sbagliati sono stati gli scribi e i farisei.
Volevano mettere in difficoltà Gesù, fargli fare brutta figura: tra gl’integralisti della Legge di Mosè o farlo apparire come trasgressivo. In entrambi i casi ne avrebbe ricavato soltanto gravi conseguenze.
In questa situazione alla quale non si sottrae Gesù coglie per manifestare la grande “novità” del vangelo, poiché davanti a sé Egli ha una donna, una persona, ne vede la dignità, ne conosce il bisogno d’amore, l’ ama nella sua fragilità. 

Ci invade allora una gioia grande, non la rabbia di coloro che vorrebbero lapidare la donna, e guarda caso sono sempre tra gli osservanti, perché il Signore realizza con questa donna la promessa ascoltata nella prima lettura.

La donna sorpresa in adulterio possiamo dire sente sulla sua pelle la verità di quell'antica parola: Dio fa una cosa nuova, apre strade nel deserto, immette fiumi nella steppa. "Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?". Per lei, in quella tragica situazione, apparentemente senza via di scampo, il Signore fa “germogliare” una nuova possibilità di vita..
In quell’esistenza che agli occhi degli altri e della stessa donna occhi poteva sembrare vagabondaggio si apriva una strada, non c’era fine corsa. E se la vita familiare e coniugale che conduceva era così arida da arrangiarsi a trovare altrove un po’ d’acqua per la sete d’amore, ora poteva sentire il gorgogliare di quell’acqua che zampilla per la vita eterna.

Acqua nuova era il Maestro di Nazaret, il suo silenzio, i suoi occhi non induriti a condanna, la sua voce: "Neanch'io ti condanno". Dio fa una cosa nuova. Nuova anche rispetto al Libro sacro della Legge nel quale, scrivendo a suo nome, gli uomini hanno fatto scivolare alcune loro durezze: "Mosè nella legge ha comandato di lapidare donne come queste". E Dio no.

Oggi, confermando quanto in queste settimane abbiamo considerato come condizione per la vera conversione, la gioia ha un nome: Gesù, che significa “Dio salva”. Egli è colui che libera, è la misericordia che non disprezza la miseria, non condanna, ma promuove una nuova vita.
E’ per questa liberazione  che il vangelo attrae, e il cristianesimo può davvero essere luogo di umanizzazione e di salvezza; liberazione dal sentirci giudicati e condannati, poiché non lo siamo, se sbagliamo, se commettiamo errori; liberazione dalla trasgressione che possiamo a volte pensare come unica strada per realizzarci. No, la vera liberazione e quindi la gioia che ne viene è Gesù, la misericordia in persona.

Con lui passiamo dall’infinita durezza all’infinta tenerezza, l’unica che può darci il coraggio e la forza di non peccare più. “Mi hai incontrato - sembra dire Gesù – ora puoi non peccare più”. Quel puoi, che io immagino, mi dice che il Signore conosce bene anche la fragilità che permane nella creatura. Ma il suo amore ripeterà il perdono.
Così con lui passiamo da un cuore di pietra ad un cuore di carne; forse anche da un chiesa delle pietre per l’uomo e la donna oggi smarriti, dove, a volte, di pietra è lo sguardo, di pietra il giudizio, di pietra la condanna, una chiesa pietrificata, ad una chiesa del cuore che accoglie, difende, risolleva, rialza, incoraggia ad una nuova vita, sempre pronta alla misericordia e a ripetuto perdono.

In queste settimane quaresimali la gioia ha fatto lieti  i nostri passi impegnativi. Ora la misericordia di Dio che ci è stata annunciata, mostrata da Gesù sta per manifestarsi e comunicarsi nel mistero d’amore che è la Pasqua. C’è ancora tanto spazio per essere contenti, per stare nella gioia, che non è finita, è solo all’inizio. Senza… calcoli!




 

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