venerdì 15 marzo 2013

BRICIOLE di VITA

" MISTERO PASQUALE "

             (... nella salute e nella malattia - 11/13 marzo 2013)



Con umile parola di chi ha nulla da insegnare, con trepidazione di chi ha ancora molto da imparare, e con l’affetto che ho nel cuore, narro la breve esperienza del mio ricovero in ospedale.
Lungi da me la presunzione di paragonarla all’intensa “passione, morte, risurrezione” di Gesù, ma sono pure convinto che nei frammenti dell’ esistenza si riflette un po’ del “mistero pasquale”. Nulla è insignificante nella nostra storia, e tutto, ogni particolare, può aiutarci a conoscere un po’ di Lui, della sua passione d’amore per noi e a farcene partecipi.

1 – L’attesa
Dopo aver valutato con i medici l’opportunità di intervenire e presa la decisione di farlo, notavo in me un periodo di disponibilità più che rassegnata, addirittura impaziente curiosa, che mi faceva sentire persino onorato. Circondato da affetto e incoraggiato da chi mi voleva bene.
Potevo vivere un momento di vera solidarietà con fratelli e sorelle molto più sofferenti di me, avvicinarmi timidamente e con maggior rispetto alla loro persona, alle loro paure, agitazioni e angosce. Questo mi faceva sentire che loro ed io eravamo e siamo un unico corpo, umanissimo luogo dove il bisogno di salvezza da una parte e la sovrabbondante risposta d’amore di Dio dall’altra potevano e di fatto s’incontrano, per la nostra felicità.

I miei giorni di attesa, poi, hanno avuto il dono di essere avvolti da un momento di gioia e letizia con l’esperienza della “piccola missione” che le sorelle francescane hanno vissuto e condiviso con noi. La loro persona, la semplicità, il sorriso, l’abbandono fiducioso alla volontà di Dio che è unicamente per il bene dei suoi figli, mettevano fretta al mio cuore desideroso di vivere questa nuova esperienza, occasione per mostrare, forse a me più che Lui, che in fondo ci conto perché lo amo. Portavo in cuore una grande speranza che anche questa esperienza era per il bene, il nostro bene, quello dei fratelli e mio.

“Sono venuto a portare un fuoco e come vorrei che fosse già acceso. C’è un battesimo che devo e ricevere…(Lc 12,49-50), confidava Gesù agli amici. Io oso fare altrettanto.
Gesù avvertiva l’urgenza di vivere fino in fondo la sua missione, di manifestare a tutti la vicinanza amorevole del Padre. Mostrava decisione e risolutezza consapevole di quanto poteva accadergli. Non si tirava indietro e indicava  che soltanto al termine di questo atto d’amore, triplice e unico qual è la “passione, morte, risurrezione” è possibile la vita per tutti.

Io non ero affatto baldanzoso, ma in un certo onorato di poter accompagnare Gesù con questo frammento, un “sassolino”, della mia vita. Non erano “calcoli” quelli che facevo, ma il desiderio di vivere e donare anche così il ministero a cui sono stato chiamato.

2 – L’abbandono
L’essere accompagnato all’ospedale da persone buone, accolto da persone gentili e belle nella loro familiarità, la vicinanza di tanti con la loro affettuosa preghiera e un caro umanissimo augurio, mi hanno aiutato a scivolare presto nell’abbandono.
Abbandono nelle mani dei medici, abbandono nelle attenzioni premurose del personale infermieristico, abbandono di ogni mio pensiero e progetto su come avrei gestito, con pretesa di guidare anche l’amore che mi è dato di vivere, questi giorni di degenza.

L’abbandono è stato consapevole e totale quando l’anestesia ha interrotto la mia vigile attenzione, ma non il cuore. Penso che questa situazione rifletta un po’ quella che tante volte siamo chiamati ad affrontare nella nostra storia. Siamo nella necessità di consegnare noi stessi a vicende, situazioni che non avremmo voluto, né di cui la nostra mente non ha saputo farsene una ragione; nello stesso tempo c’è una parte importante, fondamentale, di noi che rimane ad assumere anche il silenzio e l’abbandono più totale, ed è il cuore, l’amore.

Entrando in sala operatoria con un minimodi lucidità e poi “offrendo” che mi sia tolta, ho notato in due istanti immediatamente successivi (ma era passata un’ora e mezza!) il grande orologio analogico che sulla parte dettava i tempi. Il tempo! Che cos’è? Se non lo spazio, qui, in attesa dell’eternità, di fare consegna di sé nella mani di Dio spesso attraverso le mani degli uomini. Quest’ultime, anche nel fare il bene, possono ferire, quelle di Dio mi raccolgono con immensa tenerezza e io sono in braccio a Lui come “bimbo sereno in braccio alla mamma” (Salmo 131,2).

Gesù ha vissuto con questa consapevolezza l’abbandono all’amore fino a dare la vita. Si è messo nelle mani degli uomini e ancora più in quelle del Padre, pur sperimentando la tristezza  di essere stato allontanato. Ora l’abbandono per essere tale non è soltanto una condizione esteriore, ma un’esperienza interiore che mette alla prova la nostra fede. Dicendo di sì al progetto di Dio nella nostra vita diciamo di sì alla sua assenza-presenza che ci trae dalla morte alla vita.
Gli uomini trattano il mio corpo come meglio credono e sanno fare. Il Signore mi custodisce tutto, silenzioso e certo nella sua potenza e misericordia.

Così mi riportano alla mia stanza, ove disagi, insonnia, sussulti di stomaco, ricordano la mia assai limitata capacità di soffrire e la fragilità di chi si mette nella mani della vita.
Lascio i  “calcoli”, mi sono stati tolti, ma non cambia il risultato, positivo, che la debolezza umana mi offre.

3 - L’affetto
“Le donne vennero…”  (cfr. Luca 24,1)… al letto.
Guardano, silenziose e partecipi, il mio pallore.
Presenza cara, discreta, che rende possibile il pieno abbandono al progetto di Dio, la donna è segno della materna premura del Padre, docile allo Spirito, maestra nel dare forma al Figlio. E’ provvidenza più che umana, pone fine alla solitudine nel sogno di Dio e nel bisogno dell’uomo; familiare persona amica a cui sono debitore di delicatezze e attenzioni, fedeltà ed entusiasmo, capacità di sacrificio e di innamorarsi di ciò che riempie il cuore e la vita… le donne mi sono accanto, qui, con messaggi e telefonate, condivise da amici, con il ricordo che so ben vivo.

Questa vicinanza accompagna e benedice anche la missione pastorale nella comunità, addirittura il mio ministero sacerdotale. Rendo grazie! Le ferite della vita pastorale, e non, sono affidate anche alle donne, all’unzione e al profumo di cui sanno circondarle. Conoscono bene quelle dell’amore, loro, così fragili e forti!

Non mancano le attenzioni, le coccole affettuose, espressione umana della tenerezza divina, con il semplice sorriso, la parola che solleva, il rimuovere con delicatezza il bendaggio, l’accorrere prontamente ad un suono di campanello, l’interessarsi se c’è dolore, la pazienza con i pazienti… Prolungano l’ “unzione” che le donne volevano riservare al corpo di Gesù.
Di più, molto di più : sono piccoli grandi segni di “risurrezione” in atto!

E allora tutti, donne e uomini, familiari cari, come i discepoli del Risorto, provano stupore sollievo!
Gesù, bucando la morte, ha portato pace e rinnovato entusiasmo.
Attendo con loro che lo Spirito scenda abbondante a dare forza e coraggio, confermi la gioia, per continuare a vivere il mistero pasquale del Maestro e Signore nostro, Gesù.

“Tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene” (Gv 21,17) oso anch’io ripetergli oltre le mie cadute.
Mi ridona ogni volta fiducia e mi chiama a nuovi passi, su strade nuove o antiche, che voglio percorrere insieme a fratelli e sorelle che lo conoscono e ancor più con quelli che non lo conoscono, affinché questa conoscenza, secondo la volontà di Dio, possa svelarsi anche a loro. E’ l’unico “calcolo” che tengo stretto, o piuttosto, il “dono” che desidero condividere con tutti.

Per la misericordia che mi è continuamente usata, possa io “leggere” (Lc 24,27) la storia e quasi “completare” (Col 1,24) , dare compimento nel senso che Gesù vuole che io lo viva con Lui, un po’ del “mistero pasquale” (passione, morte, risurrezione), affinché  tutti abbiano vita in abbondanza e gioia piena nel Suo amore.
Amen.

( dall’ospedale di Noventa Vicentina
“tre giorni non interi… un frammento di Pasqua!”)




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