venerdì 29 marzo 2013

OMELIA


Giovedì Santo 28.03.2013 – “Nella Cena del Signore”

Carissimi, sono per noi stasera la tenera amicizia e la dolce confidenza di Gesù che c’invita alla Cena di Pasqua con il desiderio grande di coinvolgere anche noi nel passaggio che sta per compiere. Quella cena che era di tradizione, ora diventa una realtà tutta nuova.

Tradizione perché celebrava e rinnovava un evento caro per gli Ebrei prigionieri schiavi in Egitto che, come abbiamo sentito nella prima lettura, ha preso avvio da una cena: la loro liberazione, un cammino nuovo di speranza  e di vita.
Con Gesù, la stessa cena diventa annuncio, ripresentazione, partecipazione, ad una liberazione ancora più profonda che riguarda l’umanità intera, la liberazione dal male, dalla morte, dal peccato, offerta di un cammino nella libertà che solo l’amore realizza.
Alla cena ebraica era l’agnello sacrificato, con pani azzimi e erbe amare, il cibo che salutava giunto il momento di partire.
Alla cena del Signore, questa sera e ogni volta che viene celebrata, egli stesso diventa l’agnello che offre se stesso, il proprio amore, la propria vita e morte, fa sacrificio, cioè fa sacra ogni realtà dell’esistenza  compreso l’amaro ultimo respiro, la stessa morte che, nella nostra considerazione umana, sembrerebbe sconfessarla e invece no.

La familiarità, l’intimità cara, a cui Gesù c’invita chiamandoci a sedere e a mangiare con Lui, non può riempire di mestizia e tristezza la cena pasquale, anche se ora sappiamo che cosa significhi.
Già era una cena di festa per  le tante meraviglie che Dio ha operato e continua ad operare in favore dell’uomo, la vita, la creazione, la sua alleanza e vicinanza che mai ci abbandona, la misericordia, la liberazione; era una cena ricca di allegria, di esultanza, di gioia, di cibi saporiti pur nella loro essenzialità, di calici di vino che si alzano in onore dell’Onnipotente. Non poteva celebrarsi diversamente una vittoria.

Non c’è posto per l’amarezza e la tristezza a questa cena ancor più stasera che diventa la cena dei discepoli di Gesù; non c’è posto per l’amarezza e la tristezza nella vita cristiana, poiché “senza gioia non c’è fede”, non c’è riconoscenza vera, non c’è amore, non c’è speranza.
E’ il testamento che Madre Elena, conosciuta attraverso le giovani sorelle francescane che sono state tra noi ci ha lasciato, in perfetta comunione con Gesù. E’ stato anche il suo ultimo canto che ella ha scritto proprio per noi, per la nostra comunità, mentre il male, ma soprattutto l’amore che nutriva per il Signore stava per consegnarla alla vita che non ha fine.
Non siate mai uomini e donne tristi: un cristiano non può mai esserlo! Non lasciatevi prendere mai dallo scoraggiamento!” Diceva domenica scorsa Papa Francesco, nell’omelia all’ingresso di Gesù a Gerusalemme….  E, per favore, non lasciatevi rubare la speranza! Quella che ci dà Gesù”.

Un cena di gioia è la cena del Signore, non una cena d’addio ma di una presenza e comunione intense e profonde che nemmeno la morte può distruggere. Una vita di gioia è la vita cristiana, la vita dei discepoli, degli amici di Gesù, la vita nostra che impariamo da lui, che di lui ci nutriamo.

La gioia e la vita  che apprendiamo da Gesù alla sua cena pasquale, qui stasera e ogni volta che partecipiamo all’Eucaristia, è l’amore grande per il Padre, l’amicizia bella per cui ha voluto i suoi stretti a sé, la fiducia di cui li ha circondati e mandati con libertà a continuare la sua missione, a fare “come ho fatto io”.

La gioia che riempie la vita sta nel servire, nell’abbassarsi e riconoscere la dignità degli altri anche dei meno meritevoli di considerazione come potevano apparire Giuda e Pietro; nel riunire, vedere uniti coloro ai quali si vuol bene; gioia è lasciare in eredità non cose o ricchezze, ma se stessi esempio di amore, di accoglienza, di perdono, di fratellanza, di coraggio e di apertura alla vita e offerta che non teme la morte… Questo amore lo insegna il gesto della lavanda dei piedi compiuto da Gesù che tra poco ripeteremo.

Carissimi, di questa gioia e di questa vita di carità io desidero essere, con cuore, fantasia e coraggio, frammento in mezzo a voi e per voi con il sacerdozio di cui Gesù pastore buono mi fa partecipe in questa sera e per tutto il tempo che mi sarà dato. Vi sono grato dell’amicizia e dell’esempio che voi date a me, di vita, di gioia, di servizio, di benevolenza; vi sono grato perché mostrate pazienza per i miei limiti e comprensione per il servizio qualche volta maldestro, o che non raggiunge tutti e quelli più bisognosi. Chiedo fraternamente aiuto a voi, chiedo la vostra preghiera e il dono di poter entrare nella vostra confidenza per ascoltare, per portare con voi le vostre speranze e fatiche, per cercare insieme una parola che ci parli al cuore e illumini i nostri passi.

Che la Cena del Signore, partecipazione al mistero della sua Pasqua, ci faccia ancor più uniti nell’amicizia, nella gioia, nell’amore, nella vita che egli vuole per noi.

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