domenica 8 febbraio 2015

OMELIA


5° Domenica B – 08.02.2015
- Giobbe 7,1-7
- 1Cor 9,16-23
- Marco 1,29-39

“Ricordati che un soffio è la mia vita!” E così Giobbe, l’uomo dalle mie disgrazie dalla proverbiale pazienza, l’uomo da cui viene questa supplica, approda a Dio passando attraverso la strada drammatica della sofferenza.
Giobbe che percorre la via oscura del dolore diventa il modello del vero credente in Dio. Ma non per questo, nella sua triste esperienza, non è scandalizzato dalla sofferenza. Anzi! Quante domande e interrogativi,e nella sua condizione non accetta le spiegazioni che gli danno alcuni suoi amici. “Ma perché? Come mai?”, continua adire. “Eppure non lo merito!”. “Mi sono toccati mesi di illusione e notti di affanno mi sono state assegnate…, no, non le merito!”.

La risposta a questo lamento umanissimo, a questa richiesta legittima di chiarezza, non è la spiegazione,  che non viene, che non convince se viene offerta. Anzi, se tentassimo di darla saremmo presuntuosi di fronte la mistero del male, e per nulla delicati vero chi soffre. Chi sta soffrendo, nel corpo nello spirito, nell’animo, nel cuore, non ha bisogno primo di capire, ma del nostro”compatire”. La compassione di Gesù, la partecipazione di Dio, la sua presenza, quell’avvicinarsi “prendendo per mano” (come fa nella casa di Pietro con al suocera di costui) senza timore di contaminarsi o di infrangere la legge (che lo proibiva), il suo lasciarsi condurre “tutti i malati e indemoniati” senza negarsi a nessuno…questa è la risposta alla molteplice sofferenza in cui sta molta gente, e in varia misura stiamo tutti.

Nella sua giornata, e Marco ne sta narrando una giornata tipo, Gesù è così immerso nella vita più reale delle gente, in tutti i luoghi, a tutte le ore. Era il segno della fedeltà all’uomo, all’umanità, alla storia delle gente. Mi viene da pensare alle “nostre” giornate, così piene, così affollate, una cosa dopo l’altra. Gesù ci riconcilia con esse, se sono vissute non per noi, ma con questa compassione, condivisione, alla necessità e sofferenze degli altri, sono impegnate a liberare ciò che rende triste e pesante l’esistenza di chi ci è accanto.

Non è cosa semplice e facile, trovare il tempo e le forze! Anche Gesù fa fatica, in una vita così immersa, così intensa di incontri, di accoglienza, di partecipazione, a trovare spazi di interiorità, di silenzio e ricarica. Questa compassione, questa solidarietà con tanta gente provata, questo passare dentro le malattie, dentro i problemi senza fine dell’umanità, questo strano “ritmo” giornaliero ha la sua fonte nella preghiera: “al mattino presto si alzò quando era ancora buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava”, dialogava con il Padre.

Ritorniamo alla supplica di Giobbe, “ricordati che un soffio è la mia vita”,  regaliamoci la premura dei discepoli che a Gesù, in quella casa, “parlarono di lei”, della suocera di Pietro, “a letto con la febbre”. Ma soprattutto non ci sfugga la terapia di Gesù nei confronti di costei: “la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò…”. “Le strinse la mano”.Una terapia di umanità è il primo intervento per fare del bene, per rialzare, per portare a guarigione, per abilitare alla vita. Sì, il vangelo lo si annuncia, come confessa Paolo nelle sue righe che abbiamo letto, passa dando una mano; il vangelo è anche in una stretta di mano.






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