martedì 17 febbraio 2015

OMELIA


6° Domenica B – 15.02.2015

- Lv 13,1-2.45-46
- 1Cor 10,31-11,1
-  Mc 1,40-45


Ancora una mano tesa da Gesù, dopo quella offerta alla suocera di Simone rialzata e liberata dalla febbre che la teneva a letto. Ancora la compassione che rivela Gesù come l’inviato di Dio a farsi vicino all’umanità ammalata,  a soccorrerla nella debolezza che mina la vita delle nostre famiglie.

Non c’è solo la compassione in Gesù che accetta di essere avvicinato da un  lebbroso che, con audacia, gli va incontro trasgredendo alla legge che imponeva invece a chi era affetto da tale malattia di non osare la convivenza sociale e religiosa. Il lebbroso era un escluso, un emarginato, condannato dalla società e ritenuto castigato da Dio. Per i giudei era una persona senza possibilità di relazione e di comunione, né con Dio né con gli uomini. 

Alla trasgressione dell’uomo malato che viola la legge risponde la trasgressione di Gesù che tocca il lebbroso “Stesa la mano, lo toccò”.
Fa  un certo effetto su di noi l’immagine di un Gesù trasgressore, trasgressivo. Noi veniamo da un’educazione all’obbedienza e non alla trasgressione. E invece anche in una trasgressione ci può essere “vangelo”, la bella notizia che Dio ama l’uomo.  E ci viene facile chiederci da che cosa veniva la trasgressione di Gesù.

La compassione verso ammalati e sofferenti, che tanto occupava della giornata di Gesù, aveva la propria fonte nella preghiera, ci ricordava domenica il vangelo; e la trasgressione che qui appare come un tratto della compassione viene dall’amore che Gesù ha per l’uomo. In Gesù c’è un pulsare di sentimenti e di emozioni che mostra come per Dio sia insopportabile una situazione in cui l’uomo, suo figlio, ogni uomo, fratello di Gesù e nostro, è bandito dalla vita, dal diritto ad essere accolto, onorato, amato, nel consorzio umano; è insopportabile che una legge, precetto di uomini, impedisca la vita a chi è sofferente.

E’ talmente insopportabile che la più precisa traduzione della parola che nella versione italiana fa apparire il comportamento di Gesù più accettabile anche ai difensori della legge  - per i quali, uomini religiosi, Gesù avrebbe dovuto prima pensare a cosa prevede la Legge, e poi mostrare il suo sentimento conformemente a ciò che la Legge comanda – la più precisa traduzione è che Gesù è “preso da collera”.

Proprio perché Gesù guarda quest’uomo, pensa a cosa significa quella malattia, vede la sua disperazione, le piaghe, il corpo devastato, “va in collera”; “no, non è possibile che l’uomo sia questo, che Dio voglia questo”.  Gesù ha una reazione di collera perché non può tollerare una simile situazione per un uomo che è suo fratello.

A noi piace un Gesù soft, magari tutto dolce e tenero; non ci va un Gesù hard. Facciamo fatica a pensare ad un Gesù che prova sentimenti di collera, che si arrabbia. Eppure il male non lascia indifferenti, né Dio, né l’uomo. E il discepolo di Gesù è uno che sa anche arrabbiarsi di fronte a chi e a ciò che causa sofferenza; non è impassibile alla sofferenza e ingiustizie, non può sopportarle.

Ed è con questa piena fedeltà alla nostra umanità, che Gesù c’insegna e sostiene, che può crescere il regno di Dio, il mondo, nuovo, in mezzo a noi. L’esortazione  di Paolo che chiude le poche righe della seconda lettura possiamo adattarle a Gesù : Diventate miei imitatori, come io lo sono del Padre mio.






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