2° Domenica di Pasqua – 12.04.2015
E’
la risurrezione di Tommaso! Così guardo al racconto che fa il vangelo oggi
sulla manifestazione del Risorto ai discepoli. E, prima di Tommaso c’è la
risurrezione di costoro, la risurrezione della comunità dei suoi amici. Questa
comunità, convocata qualche giorno prima dalla confidenza e affetto di Gesù a
fare la pasqua, questa comunità che subito di disperde e fugge nel momento
della prova, questa comunità che si sbarra in casa per timore dei Giudei, viene tirata ora fuori da questa tomba di
paura, di incertezza, di solitudine. La risurrezione è riprendersi come
comunità. Ecco
fare Pasqua non è diventare più buoni, ma ritrovarsi, essere, fare comunità
attorno al Risorto.
Lì
dove ci sono belle esperienze di comunità a partire dalla famiglia, gli amici,
il paese, la stessa comunità parrocchiale, lì la risurrezione di Gesù sta
lasciando il segno. La comunità risorge
ed è viva non perché è frenetica, fa, moltiplica le proprie corse, ma perché
riconosce e accoglie il Risorto, la sua pace, il perdono e la capacità di
liberare il mondo dal male.
Se
la comunità risorge ed è viva, può aiutare a risorgere anche chi fa più
difficoltà, o perché non sempre è presente, o il suo cuore ha bisogno di prove
che aiutino a vincere il dubbio, l’indifferenza, la rassegnazione. La
difficoltà a credere nella buona notizia del vangelo, il fatto che non pochi,
giovani o no, affermano a parole e con scelte che per loro non è più importante
Gesù, forse potrebbe derivare che la comunità in cui sono e crescono (famiglia,
amici, relazioni sociali, la stessa comunità cristiana) non è sempre fatta di
risorti.
Certo la comunità oscilla tra essere ideale (e ne abbiamo
un bellissimo tratto nella prima lettura) e l’esser reale - con paure,
sospetti, chiusure, dubbi, come erano i discepoli di Gesù prima che si
manifestasse loro. C’è un via d’uscita, ed quella di essere “vera” comunità
perché riconosciamo e diamo spazio a Gesù, all’amore più forte della morte;
vera comunità la cui anima è la misericordia che è avere cuore per le miserie
che portano afflizione, e farsi carico di ferite e piaghe. Qui Gesù viene
incontro alla singolare miseria o ferita in cui si trovano i suoi amici.
Per noi credenti questa domenica, poi, è dedicata in
particolar modo alla singolare presenza del risorto, come Misericordia.
Misericordia che rivolge a noi e che a noi consegna e insegna.
E qui veniamo alla risurrezione di Tommaso, la cui
“miseria”, la cui chiusura, è diventata proverbiale. Egli è vinto nella sua
paura e nella sua incredulità, ritorna alla vita, perché tocca con mano e
impara la misericordia di Dio che si è manifesta in Gesù, per noi trafitto e
morto in croce per noi. Gesù ha pietà e misericordia di lui e l’aiuta a fare un
passo che non riusciva a fare.
Tommaso risorge, arriva a credere, quando mette la mano
nelle ferite di Gesù, si rende conto del segno dei chiodi. A quanti di noi,
giovani o no, dicono di non credere, si sono allontanati da Gesù, io dico:
mettete la mano nelle ferite dei vostri fratelli, rendetevi conto dei chiodi
che ancora li crocifiggono, partecipate alle loro miserie (di vario tipo),
abbiate il coraggio di “toccare” con la misericordia di cui avete goduto chi
porta i segni della sofferenza (una famiglia che si dividi, chi non trova casa,
chi non ha lavoro, chi è ammalato e triste, chi patisce solitudine, chi è depresso, chi ignora stoltamente il vangelo, chi non vuol
più saperne di Gesù…) toccate e arriverete a credere; toccate e dimostrerete
che credete!
Gesù dice “beati quelli che non hanno visto e hanno
creduto”. Ancor più beati quelli che hanno visto e vedono nelle ferite dei
fratelli quelle di Cristo Gesù, quelli che lo riconoscono vivente in loro.
Significa che sono diventati misericordia, davvero sono risorti con Lui.
Mettiamo la
nostra mano, e il nostro cuore soprattutto, nelle ferite e piaghe dei fratelli,
sono essi che ci aprono gli occhi su Gesù, perché avvicinandoci a loro siamo
investiti dalla stessa misericordia che usiamo. Questa è Cristo in noi, in noi
risorti con Lui. La sua parola ci abita e la sua parola possiamo donare: “Pace a voi”. Ed è così che siamo “vera”
comunità.
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