giovedì 23 febbraio 2012

OMELIA
 
(mercoledì delle ceneri - 22.02.2012) 

Nel giorno della Ceneri prende il via il cammino quaresimale. E’ un itinerario consueto che facciamo ormai da tanti anni, ed è pure una via nuova che conduce a novità l’esistenza, la novità della Pasqua dove la morte è sconfitta, il peccato è perdonato e quindi vinto, la vita dei figli amati dal Padre è ritrovata in tutta la sua bellezza e verità. Questa novità non è un’improvvisa rivoluzione che si compie nei giorni di Pasqua, anche se quei giorni sono unici e in essi ora continuiamo a vivere per il dono dello Spirito. Come l’Avvento è stato un tempo di attesa lungo il quale si è concretizzata l’incarnazione del Figlio di Dio nel grembo di Maria, anche la Quaresima è un tempo di gestazione della nuova vita che ora viene data a noi. Gesù nasce a Natale, noi rinasciamo nella Pasqua, la sua e nostra Pasqua. Queste settimane sono tempo di formazione, di conversione, tempo per ritornare, come dice la liturgia oggi, a Dio con tutto il cuore, per ritornare e ritrovare la sua immagine in noi e fare in modo che, collaborando con la grazia e la misericordia che incontriamo in questo tempo,  davvero diventiamo i suoi figli,  quelli che Egli ama e vuole felici.  Se la via di Dio è stato l’uomo, come ci ha ricordato il tempo dell’Avvento, quella dell’uomo, di ogni uomo che voglia essere se stesso, è la via di Gesù. La Quaresima è la via di Gesù.


Come percorre Gesù questa via? Un passo è ispirato dall’amore del Padre ui e per il Padre, un passo è ispirato dall’amore per gli uomini. Gesù cammina con una mano al Padre e con un mano ai fratelli.

E’ un’immagine che mi è assai cara e di grande conforto; una verità nella quale trovo fiducia e forza non per lasciarmi trascinare, ma lasciarmi portare dal pastore come la pecora ferita e per seguire l’Amico, il Maestro e Signore, Amore che si consegna sulla croce.

In quale modo Gesù tiene la sua mano nella mano del Padre? Come i suoi passi si muovono nella comunione e non solo in sintonia con il Padre suo? Sintonia è quando c’è uno stesso sentire, comunione è quando c’è lo stesso amore. Il sentire può essere diverso, e in Gesù uomo il sentire era messo alla prova, poiché anch’egli si interrogava, cercava, ed ha conosciuto la prova, l’incertezza, la tentazione fino alla notte dell’agonia. La comunione è essere nello stesso amore, avvolto come il bambino nel grembo della mamma. Gesù viveva avvolto dall’amore del Padre, ne era nutrito e cresceva come il Figlio che doveva rivelarlo.

Questa comunione, questo essere di Gesù una cosa sola con il Padre, questo tenere la propria mano in quella del Padre, significa che Gesù viveva nella preghiera, viveva della preghiera, della presenza e del dialogo, anche senza parole, con il Padre. Una delle prime note del vangelo ci ricorda che Gesù si ritirava in luogo appartato a pregare, si alzava di buon mattino per stare il preghiera, ascoltava il cuore del Padre che gli comunicava l’amore che riversava sugli uomini, sui poveri, ammalati, sui peccatori, sulla vita quotidiana di coloro che lo incontravano. Alcuni l’accoglievano, altri lo contestavano, altri l’hanno rifiutato.

Il nostro primo passo sulla sua via in questa Quaresima, è allora vivere anche noi della comunione con Dio nella preghiera quotidiana, feriale, semplice, confidenziale; preghiera che si giova e si unisce a quella di Gesù in modo straordinario partecipando all’Eucaristia, alla Messa, nel giorno della domenica, e qualche volta pure nei giorni della settimana, con qualche piccola  fatica o organizzazione nelle nostre cose o doveri; preghiera che scopre anche il silenzio di sostare qualche momento davanti a Gesù Eucaristia in quell’atteggiamento di adorazione che non è distanza o abbassamento nostro, ma confidenza e familiarità che Gesù stesso ci offre e a cui ci attende. Per questo inizieremo questi passi di Quaresima con la proposta di 24 ore di veglia d’amore o catena di preghiera come l’abbiamo chiamata.

 La preghiera si alimenta con l’ascolto della parola di Dio che leggiamo nel vangelo, che leggiamo nella vita, che leggiamo sul volto dei fratelli e nelle loro necessità di amore e di aiuto. Anche la modestia del nostro tenore di vita, una misura peraltro sana nel soddisfare le esigenze del vivere quotidiano, la sobrietà nell’uso delle cose, del cibo, delle nostre possibilità, possono renderci liberi per questo ascolto, e pure attenti e responsabili degli altri.

E qui ecco la mano di Gesù agli uomini, mano che ci sorregge e ci insegna a muovere i nostri passi da fratelli, gli uni verso gli altri. La mano di Gesù è l’amore, dicono anche qui le prime note del vangelo, è una mano che si tende verso il povero, l’ammalato, il lebbroso, il peccatore, e lo tocca senza paura di venire infettato dalla miseria che incontra o che gli si fa incontro, e che la comunione con il Padre gli chiede di non fuggire, ma di portare e di guarire. Gesù segue i passi dei poveri o si fa trovare là dove essi si nascondono, vergognandosi della loro condizione, il ciglio della strada, gli angoli delle piazze, i luoghi solitari. Se invece, questi poveri, sono peccatori non teme di visitarli nelle loro case e nella loro sicurezza di sentirsi a posto, nella loro illusione e presunzione di essere creditori di Dio. La via di Gesù, il suo passo è sempre l’amore, la su mano agli uomini è la carità.



Fin qui la nostra riflessione. La possiamo continuare in modo molto concreto leggendo alcuni tratti del messaggio del Papa per questa Quaresima.


“Il nostro impegno è fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». La voce del Signore chiama ognuno di noi a prendersi cura dell'altro. Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell'altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell'amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità deve portarci a vedere un altro se stessi, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore.
L’attenzione all’altro comporta desiderare tutti il bene, sotto i vari aspetti: fisico, morale e spirituale. Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell'altro, desiderando che anch'egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. Stiamo in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui. Nella parabola  del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti, e in quella del ricco che banchettava lautamente, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta .Questi comportamenti sono il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione.
Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. L’umiltà di cuore e l'esperienza personale della sofferenza ci risveglino alla compassione e alla solidarietà.
Il «prestare attenzione» agli altri comprende la premura per il loro bene spirituale, al quale si concorre anche con l’aiuto e la correzione fraterna. Siamo sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli.
E’ importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. A volte, per rispetto umano o per semplice comodità, ci si adegua alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono il vangelo e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recriminazione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello.
E’ un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona, come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi.
La  comunità tutta allora non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo, gioisce e si adopera per il bene e la carità che in essa ci sono… Attenzione agli altri è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi figli. Quando un cristiano scorge nell'altro l'azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e dare gloria al Padre celeste.
Questo tempo della Quaresima, come tutta la nostra vita, è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, essendo la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui, sempre presente.”


E’ tempo per tenere una mano a Cristo e con Cristo a Dio, di tenere una mano a Cristo e con Cristo ai fratelli, per stimolarci nella carità, per giungere alla piena maturità di Cristo, per fare la sua stessa via.





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