25° Domenica B – 23.09.2012
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Sapienza 2,12.17-20
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Giacomo 3,16 - 4,3
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Marco 9,30-37
La
parola di Gesù conferma le prospettive poco allettanti che lo riguardano: sarà
preso, ucciso, poi ci sarà la risurrezione. Le prime sono chiare, e fanno male;
le altre incomprensibili per il momento. Questo dire fa a pugni con la nostra
mentalità, con la nostra cultura che ci vuole sempre vincenti, davanti a tutti,
a casa, scuola, lavoro, società. E se sei secondo sei soltanto il primo dei
perdenti.
In
maniera consapevole o inconsapevole siamo spinti verso una concorrenza più o
meno spietata, a voler essere sopra agli altri, o almeno a non aver nessuno che
ci metta in piedi in testa, o ne approfitti di noi. È lo scalino più alto del
podio della vita che interessa. Nessuno è esente da questa voglia di supremazia
o riconoscimento.
Ancora un volta, “per
la strada”, cioè nel corso della storia che stiamo facendo, le aspirazioni
umane, i desideri del cuore ci conducono in questa direzione; siamo tutti concentrati
nello stabilire il nostro ruolo, nel ritagliarci se non una poltrona, almeno un
posto che non sia proprio l’ultimo, nell’ottenere benefici. Discutiamo chi
debba essere il più grande, o come si fa a diventarlo. Anche noi, come i
discepoli di Gesù, siamo troppo ripiegati su noi stessi per accorgerci di lui,
della sua parola, e corriamo il rischio di andare nella direzione sbagliata.
Allora Gesù chiama a sé i suoi discepoli, e noi, per
insegnare "la sapienza che viene dall’alto".
Quella che viene dal
basso non è da buttare, quella che è richiesta dalla concretezza dell’esistenza
e dei problemi non è da trascurare. Anzi può essere segno di responsabilità.
Famiglia, lavoro, scuola, economia, salute… sono gran parte della nostra
umanità, e il mondo può migliorare, diventare migliore se viviamo in modo
giusto queste nostre realtà. Ed è qui che abbiamo bisogno e salvezza dalla sapienza
che viene dall’alto, come la chiama Giacomo nella sua lettera. L’avidità di
essere e avere più di tutti causa di grande infelicità, è la fine di ogni pace.
Gesù ci offre una
soluzione, ci indica la strada, anzi la fa con noi: “se uno vuole essere il
primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Che significhi essere
l’ultimo e il servo di tutti lo mostra con un gesto che vale più delle parole:
prese un bambino, lo pose in mezzo a loro, e lo abbracciò.
Un bambino è oggetto
della sua attenzione, l’essere che è considerato un nulla, impotente e fragile,
in quel contesto di società; uno che anche importuna, disturba, che risulta
essere un peso; magari anche un essere da sfruttare per i capricci dei grandi.
La buona notizia, il vangelo, non sta nell’onorevole, in chi è in alto, al
comando o dovrebbe badare alla gestione del bene o dei soldi pubblici, ma nel
“bambino”.
Gesù, Sapienza che
viene dall’alto, pura, pacifica, arrendevole, mite e umile di cuore, pone in
mezzo a noi chi più di ogni altro lo rappresenta, chi più di tutti rende
presente Dio; in mezzo, non ai margini. Nella società non c’è nessuna persona
più importante, più grande, ma sì ci sono persone più vicine a Gesù. Sono coloro
che dipendono da noi, dagli altri; coloro che vivono grazie alla nostra
attenzione, al nostro abbraccio.
Ecco il vangelo: un abbraccio riservato, donato
a chi non conta! Ecco ciò che ci fa primi: essere servi degli ultimi. Prima di
tutto noi viviamo dell’abbraccio di Gesù, lo sentiamo sulla nostra pelle, nel
nostro cuore, attraverso quelli che umanamene e con sincerità ci scambiamo ogni
giorno; e poi lo regaliamo, con gesti di carità, solidarietà, sostegno,
partecipazione, a chi maggiormente dipendente dagli altri.
Dov’è Dio? In un abbraccio che si riceve e si
dà.
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