lunedì 19 ottobre 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 29° Domenica A – 18 ottobre 2026

Matteo 22,15-21

“Rendete a Dio ciò che è di Dio”. Ma cosa mai è di Dio? Cosa rendere a Dio? Cosa restituire a Dio? riconoscendo che non abbiamo nulla di nostro. Mentre diciamo, o pensiamo, invece: Io sono mio, quello che possiedo è mio, quello che ho me lo son fatto io, mio è il mio lavoro, la mia casa, la mia famiglia; mio è il mio tempo, mia è la mia vita… Spesso lo manifestiamo con le nostre scelte e decisioni. 

Tutto l’annuncio del vangelo contesta e converte questa convinzione: noi siamo di Dio, siamo figli di Dio, sua immagine vivente qui, siamo suoi, gli siamo cari. Restituire a Dio ciò che è di Dio significa riconoscere questo fondamento, poggiare e innalzare su di esso la nostra esistenza. Se togliamo le fondamenta ad una costruzione, quella crolla; a fatica la puntelliamo perché stia su 

Riconoscere e restituire a Dio ciò che viene ed è di Lui significa che non c’è niente, anche se di estremamente importante bello, che poi è dono suo, che possa vantare su di noi un qualche diritto. No, noi non siamo del lavoro, non siamo dei soldi, non siamo degli ingranaggi che in qualche modo ci costringono, non siamo del benessere, non dipendiamo nemmeno dalla condizione di salute e malattie, anche se si fanno sentire, non siamo di nessuna autorità di questo mondo che vuole comandarci. Siamo di Dio e viviamo ogni realtà, famiglia compresa, in modo da riconoscere il primato Suo, il Suo amore sopra ogni cosa, luce e guida in ogni situazione.

“Io sono il Signore e non v’è alcun altro; fuori di me con c’è dio” è proclamato nella prima lettura. Di conseguenza, ci chiama a vivere innanzitutto con gratitudine l’esistenza, con amore, non con timore ma confidenza, il nostro essere tutti figli suoi e quindi fratelli tra noi. Concretamente equivale a rispettare la nostra vita non mettendola in balia dei vari idoli di questo mondo, e quando qualcosa ci prende cuore, testa, tempo, vuol dire che forse è o sta diventando l’idolo che serviamo, trascurando quel progetto di bene in cui siamo dentro e per cui ci ha voluti e creati. Noi siamo di Dio, siamo dell’amore e non delle nostre voglie o passioni. Non possiamo dare a nessun altro, a chicchessia, la nostra vita al di fuori di Dio o contro Dio.

Ma anche “dare a Cesare quello che è di Cesare”. Siamo figli di Dio, questa è la nostra identità profonda, ma lo siamo storicamente anche come cittadini di questo mondo, questa casa comune affidata alla cura e alla premura nostre. È il luogo in cui vivere da cristiani, testimoniando la nostra fede con impegno e convinzione, in gesti visibili e concreti, a vantaggio di tutti. Anche il mondo è di Dio, a lui dobbiamo restituirlo facendoci carico dell’umanità con le sue gioie e speranze, le sue tristezze e angosce. Ognuno lo farà con le competenze che gli sono proprie, ma tutti con eguale e generosa responsabilità, da chi ci governa e chiede sacrifici sino al semplice cittadino. Viviamo ogni compito che qui ci spetta con la dovuta presenza, collaborando con tutti gli uomini di buona volontà, portando il nostro particolare contributo che il vangelo ci ispira. Da buoni cristiani e da onesti cittadini.



lunedì 12 ottobre 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 28 ° Domenica A – 11.10.2026

Isaia 25,6-10      Filippesi 4, 12-20       Matteo 22,1-14


“Il regno dei cieli è simile ad un re che fece una festa di nozze per suo figlio”. Ecco il Regno di Dio, ecco la sua volontà. Non una tragedia, una sofferenza, una tristezza, ma una festa, una pienezza di vita e di gioia, immaginata come un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti vini raffinati, dove non c’è più spazio per morte e lacrime, secondo l’annuncio del profeta, Questo Dio desidera, vuole, questo Dio ha preparato per noi. Per il Figlio Suo, ma in realtà è per noi che non siamo meno amati, figli suoi, invitati a partecipare alle Sue nozze con l’umanità.
Sì, Dio non cerca la festa per sé stesso, ma per noi perché abbiamo ad esserne coinvolti, averne parte, usufruire della vita che questa festa è; una vita che altrimenti si trascinerebbe nella pesantezza, nella tristezza, nella solitudine, nel non senso.

Ma gli invitati alle nozze non volevano venire! Anche noi, oggi raggiunti da questo invito, presentiamo motivi per lasciarlo cadere l’invito. Abbiamo altre cose da fare, a cui badare: chi gli affari, chi il proprio campo, o interessi, così perdiamo l’opportunità che ci è data, immeritatamente, di una pienezza e vera vita. Ignoranti siamo, e addirittura con orgoglio e violenza, come narra la parabola, respingiamo al mittente l’invito togliendo di mezzo chi ne è portatore. “Allora il re si indignò…”, e le conseguenze sono tristi per la nostra esistenza. No, Dio non si sente offeso nel vedersi respinto, non è vendicativo. Rifiutare Lui e il suo invito è tirarsi la zappa sui piedi, come vediamo; è dare spazio alla violenza e sopraffazione, mediante le quali cerchiamo un po’ di soddisfazione, ma che di fatto non fanno altro che aumentare la pesantezza del vivere.

Dio, però, non si perde d’animo! Quasi si scusa: non siamo degni della sua attenzione, e chissà che non ci usi ancora misericordia! Non rinuncia alla festa, della quale, primo o poi, in un modo o nell’altro ci farà venire voglia, quando le cose non ci basteranno, gli eventi ci apriranno gli occhi, e cesserà il nostro orgoglio. Intanto, tutti, ma proprio tutti, anche coloro che si muovono nelle periferie, che sono emarginati e dimenticati, cattivi e buoni, – bella questa precisazione, questa preferenza – sono invitati ad essere commensali che riempiono la sala delle nozze, la comunità di coloro che Dio ama. Ecco la bontà inarrestabile di Dio.

Non è rovinata nemmeno dalle righe finali della seconda parte della parabola, là dove il re redarguisce e caccia colui che non ha indossato l’abito nuziale, un vestito che, secondo le consuetudini del tempo, chi invitava forniva all’ospite. Costui accetta sì di andare alla festa, ma con superficialità, leggerezza, mancanza di rispetto, supponenza, tanto per andare…Quell’abito nuziale, che non è una regola da osservare, ma un regalo, una grazia da ricevere e indossare, può indicare tante cose: il Battesimo, vissuto, non proforma, Cristo Gesù, come dice Paolo “rivestitevi di Cristo”, l’accoglienza della misericordia di Dio. Noi partecipiamo, magari siamo qui anche oggi, purtroppo, senza essere convinti e aperti a tutto ciò. Non gusteremo mai appieno la festa che Dio prepara per noi ogni giorno.

Torniamo ad indossare l’abito nuziale, il nostro Battesimo, poiché colui che si è rivestito della nostra umanità, Cristo, ci rivesta della sua divinità, e noi possiamo essere tutt’uno con questo Sposo che guarisce, risana, trasfigura, rende festosa, la nostra povera umanità.


lunedì 5 ottobre 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 27° Domenica A – 04.10.2026

Isaia 5,1-7          Matteo 21,33-43

Ancora la vigna, immagine della vita a cui Dio ci ha chiamati e ci chiama ogni giorno, a tutte le ore, perché diventi dimora del Regno di Dio, cioè una vita in cui è bello stare e lavorare, portando buoni frutti, la conoscenza dell’amore di Dio, il volerci bene, un’umanità giusta e buona; un inizio di quella vita che un giorno avrà compimento e pienezza quando ci sarà la vendemmia. Alla luce della parabola narrata da Gesù come occupiamo noi questa vigna? Ci rendiamo conto che ci è stata affidata? Ne siamo riconoscenti e responsabili? Accettiamo che, sempre il Signore della vigna, attraverso avvenimenti della nostra storia, e suoi inviati ci aiuti a gestirla, o ne facciamo quello che vogliamo.

L’atteggiamento di quei lavoratori che hanno avuto in dono il compito di lavorare nella vigna, illustra bene come noi purtroppo ci comportiamo. Non vogliamo aiuti né sentire ragioni, e respingiamo ogni visita che vorrebbe essere non controllo, ma illuminazione e sostegno per un proficuo lavoro. Un rifiuto che diventa anche mortale, perché ci sentiamo padroni di ciò che ci stato consegnato e affidato alle nostre cure.

Addirittura, a certo punto, quando Dio, il Signore della vigna e della vita, manda persino il Figlio Suo Gesù, non esitiamo a cancellarlo, ad eliminarlo. Ed è quello che la parabola vuole proprio denunciare agli ascoltatori. Il figlio del padrone della vigna, catturato, portato fuori e barbaramente ucciso (Mt 21,39), è il Signore Gesù, che viene in mezzo agli uomini, si espone e si consegna, e viene da loro messo a morte. E quel che è peggio ci esortiamo reciprocamente a farlo: “Dai uccidiamolo, togliamolo di mezzo, facciamolo fuori, è la vigna sarà tutta nostra, faremo della vita quello che vogliamo.”. Così non diverrà dimora del Regno di Dio con frutti buoni, ma del male con frutti di morte, Vediamo quello che sta accadendo nel mondo quando e dove Dio viene cacciato e ucciso nel mondo, viene ucciso e cacciato dalle nostre famiglie. Vogliamo noi, stolti, farci padroni della vita!

C’è un particolare in questa parabola che mi fa pensare quanto corrisponda alla nostra realtà. Ed è quello che si pensa di guadagnare la vita con il sangue. Ma non con il nostro, nel senso che ci impegniamo a produrre frutti buoni sudando sangue, come si suol dire; con il sangue degli altri, che equivale alla violenza in tutte le sue forme, uccidendo, umiliando, stroncando la loro vita. Le guerre, le varie aggressioni, costano il sangue di innocenti per impossessarci e dominare la vita.

Pensiamo che sia possibile entrare in possesso di qualcosa al prezzo del sangue di qualcun altro. È la radice di ogni violenza: pensare che ciò che si ottiene debba essere sottratto agli altri con l’inganno che è violenza.  In realtà chi vive così non ottiene mai nulla e la violenza non è mai un mezzo per possedere qualcosa, ma per perdere tutto. Questa è la prima illusione. 

La seconda illusione è che la vigna, la vita, possa appartenere soltanto ad alcuni, senza essere di tutti. Ma ciò che è di Dio è sempre di tutti e che la logica che ne fa la dimora del Regno è esattamente opposta a quella dei vignaioli: per poter possedere qualcosa, bisogna accettare di non averne l’esclusiva e accoglierla come un dono fatto a me come a tutti gli altri. Infine, il popolo che produce frutti — “A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” (Mt 21,43) — non è un altro gruppo etnico o religioso diverso la noi, ma è formato da chi accoglie il dono di Dio con gratitudine, senza mai impossessarsene, e vince la violenza con un sovrappiù di amore. 


mercoledì 30 settembre 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

26° Domenica A – 27.09.2026

Matteo 21,28-32

In questo ultimo mese la parola del Vangelo ci porta verificare se stiamo accogliendo nella nostra vita e concorriamo con Gesù. a costruire il Regno di Dio nelle nostre relazioni. Dapprima con l’insegnamento sulla correzione fraterno, poi con il perdono illimitato, e il saper gioire che nessuno sia escluso dalla generosità giusta di Dio (con la parabola non ascoltata, quella degli operai dell’ultima ora!)), e oggi con questa breve parabola che ci svela chi fa la volontà di Dio.

Già, chi fa la volontà di Dio? Dei due figli a cui il Padre chiede di andare a lavorare nella vigna, il secondo figlio che dice “sì, Signore” a parole, quasi in un rapporto di servo e padrone, ma poi si rimangia la parola? O chi respinge subito il comando, ma poi si pente, forse perché intende che quella richiesta veniva da un padre, e va a lavorare nella vigna?
Gli uditori di Gesù hanno ben individuato: ha fatto e fa la volontà di Dio, chi si comporta come il primo. Così i peccatori. che dicono no con la loro vita all’invito di Gesù, e a tante occasioni di Grazia, danno spazio al pentimento e possono beneficiare del regno di Dio. Mentre, invece, chi resta nell’ipocrisia, nella falsità, rimane indietro, rimane fuori. Discriminante non è la risposta, ma il pentimento!

Cos’è mai il pentimento nelle nostre relazioni, prima ancora che con il Signore e il suo vangelo, al quale diciamo sì, sì, ma poi facciamo e viviamo tutt’altro? 
Il pentimento è la capacità di ricredersi, rendendosi conto con dispiacere di aver sbagliato, di aver giudicato male, di aver preso una decisione sbagliata. E non è un senso di colpa di cui ci vergogniamo constatando il nostro comportamento errato che ci fatto fare una brutta figura.  Già questo sarebbe una buona cosa! Non è ancora una conversione vera e propria, un radicale cambiamento della mente e della vita, ma un primo passo. Il pentimento non è nemmeno il dispiacere di aver deluso, perché chi ci ama non teme che rechiamo delusioni. Ma il pentimento è la sofferenza che gli abbiamo inferto, è il dispiacere di avergli fatto del male, non ricambiando il bene che ci vuole.  

Come al perdono si arriva attraverso un cammino, anzi è un cammino di accoglienza e riconciliazione verso chi ci ha offeso, così sapersi ricredere è il primo passo che porta al pentimento. Ci vuole verità e umiltà per tale carità. Allora si ricompongono malintesi, rotture, divisioni; si ritrova fiducia l’uno nell’altro. Ma se uno non si ricrede che può aver sbagliato, che ha sempre ragione, non sa rivedere il proprio comportamento, che non domanda mai “scusa”, direbbe Papa Francesco, non costruirà nulla di bello. Piuttosto, “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”, esorta Paolo nella seconda lettura, sentimenti di umiltà, non certo arroganza e prepotenza.
La conversione è una via lunga e faticosa, e il Signore lo sa, ma oggi ci sta chiedendo di essere almeno disposti a fare ogni giorno dei piccoli passi, quei piccoli atti di ammissione di colpa che ci aiutano a smetterla di pensare che abbiamo sempre ragione noi e che sono gli altri a sbagliare. Imparare a ricrederci, a dire «scusami, mi sono sbagliato» è già un piccolo passo di quel cammino di umiltà necessario alla completa conversione, che ci porterà a fare in tutto e per tutto la volontà di Dio
 

lunedì 14 settembre 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 24° Domenica A – 13/09/2026 
Matteo 18, 21–35

La Parola ascoltata oggi ci illumina sul perdono. La bella parabola di Gesù ci rivela che l’elemento centrale della vita e di ogni comunità cristiana, a cominciare dalla famiglia, è il perdono, senza limiti. “Quante volte dovrò perdonare?”. E Gesù: “Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”. Dobbiamo essere disposti a ricominciare sempre di nuovo a perdonare perché anche Dio ogni giorno ci perdona di nuovo. “Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”, è il punto di partenza del perdono che dobbiamo darci tra di noi. Chi vive il perdono di Dio con cuore sincero, non può non perdonare chi lo ha ferito. È risposta alla misericordia, alla pietà che è stata usata verso di lui.

Come si sviluppa il perdono? Il perdono non è legato alla sparizione immediata di risentimenti, pensieri di rabbia, esigenza di giustizia, voglia di fargliela pagare, che possono accompagnarci per tanto tempo davanti al male, all’offesa, al torto recatoci, come una ferita rimane là dove è stata inferta, e vi rimane pure la cicatrice. Perdono è portare questi pensieri o sentimenti che sembrano fare a pugni con la riconciliazione, in modo totalmente nuovo. È opera della Grazia a cui dà assenso la nostra volontà! Perciò non aspettiamo a fare questo cammino di perdonare quando ci è passata o abbiamo avuto giustizia, come si dice, o abbiamo dimenticato. Anzi il ricordare, paradossalmente, è condizione per un perdono continuo ininterrotto. “Perdono, ma non dimentico”, diciamo rivelando dei residui amari nel nostro cuore; invertiamo l’ordine delle parole, o meglio dei sentimenti, e il risultato cambia: “non dimentico, quindi perdono!”. 

Il perdono, inoltre, passa attraverso parole buone, dette con sincerità, parole che vogliono la serenità dell’ambiente. Non certo un silenzio imbronciato, a muso duro!  La nostra capacità, e volontà, di mettere in pratica la lezione e la pietà ricevuta, contenuta nella parabola, prendono forza dalle parole che possiamo riprendere e far circolare per smorzare i toni, portare calma e pace Quando in famiglia si insegna i figli a farsi rispettare più che a perdonare; quando si ricama o si rincara su errori e ingiustizie, quando seguiamo la mentalità e il linguaggio di “tolleranza zero” senza carità, le parole non costruiscono il perdono, contribuiscono ad un inquinamento ambientale dei cuori.

Il perdono, infine, si realizza nei gesti, con i fatti. Il re “impietositosi del servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito”. Dire a uno, orgoglioso, che non ammette il proprio sbaglio, “ti perdono”, si rischia di farlo imbestialire di più, quando, addirittura, in cuor nostro non si pensa di umiliarlo facendogli pesare la sua cattiveria. Allora ecco: può aiutare il semplice saluto senza girare la testa dall’altra parte, un gesto di cortesia, un atteggiamento di comprensione, di simpatia, una disponibilità … senza ritornare sul male che ci è stato fatto, altrimenti si rischia una catena infinita di recriminazioni; le ferite aperte richiedono tempo per guarire, e occorre usare intelligenza e tatto per trovare il modo di mostrare all’altro che gli si è perdonato.

Dove ci porta il perdono? Sulla soglia del…Paradiso! Oltre a costruire un mondo “nuovo” qui, quello del “vero amore”, che non esiste senza perdono, ci porterà proprio alla porta del Paradiso, Il Signore non terrà conto delle malefatte da noi commesse quando gli domandiamo perdono, ma ci chiederà conto, questo sì, se non abbiamo dato noi il perdono agli altri: “Così anche il Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”. Non è una minaccia. È la sua correzione fraterna e paterna nei nostri confronti.


domenica 6 settembre 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 23° Domenica A – 06.09.2026
Ezechiele 33, 7-9        Romani 13,8-10      Matteo 18,15-20

Credenti, discepoli di Gesù, Maestro e Signore, Figlio di Dio, come attestava Pietro qualche domenica fa, non siamo solo chiamati ad essere annunciatori della buona notizia che Dio ci ama, ma anche ad amarci tra di noi. Tale amore, tra le varie attenzioni cui è fatto non esclude quell’intervento che oggi la Parola di Gesù raccomanda: prendersi cura del fratello che sbaglia; più precisamente che commette una colpa contro di te, dice Gesù. 

Non si tratta di lasciargliela passare liscia, come si suol dire, di alzare le spalle, né tanto meno di fargliela pagare alla prima occasione. No. Mi sta a cuore il tuo bene, con te voglio ricomporre una ferita, ricostruire una bella comunione, che è poi la più vera testimonianza di vangelo, a tal punto che non ti posso lasciar passare quello che hai commesso o fatto contro di me. Non si tratta di fare i maestri presuntuosi o permalosi, ma avere, ripeto, a cuore il bene e dell’altro e della comunità, della nostra relazione, familiare, o altro, guadagnare qualcosa di prezioso che non ha prezzo.

Ora la correzione “fraterna”, e già questa caratteristica è un buon punto di partenza per ricomporre conflitti e divergenze, non considerarci estranei l’uno all’altro, per cui qualche volta si esce non espressioni poco disponibili alla correzione, tipo “chi credi essere “o “pensa agli affari tuoi “, “non rompere”, prevede un protocollo, una procedura, in cui filo conduttore è la vera carità, immagine del pastore che si preoccupa e va in cerca della pecora perduta. Quindi nessuna rivendicazione o richiesta di scuse, ma preoccupazione del bene del fratello che ha fatto del male.

Questa procedura prevede, primo passo, la riservatezza, la delicatezza, persino la dolcezza, per non infliggere, a nostra volta, spesso, una ferita più grande di quella ricevuta; in un dialogo che è pazienza infinita e offre la possibilità di un ripensare a quello che è stato detto o fatto “La correzione è animata dalla carità quando è fatta con spirito di dolcezza. La dolcezza è in verità grande amica e indivisibile compagna della carità…Nelle buone insalate ci vuole più olio che aceto e sale. Procurate di essere il più mansueto possibile e ricordatevi che si prendono più mosche con poco miele che con cento barili d’aceto”. (San Francesco di Sales)
La presenza poi di qualche testimone può aiutarci, appunto, a non andare più in là di quello che abbiamo patito; ci aiuta a verificare se la nostra reazione non sia mossa da risentimenti o vendette, ma discernere meglio quello che può essere successo. 
E la comunità più vasta a cui Gesù fa riferimento non è per sbandierare e svergognare queste miserie, ma per affidare alla preghiera di tutti le difficoltà e lotte che rimangono sconosciute, ferite che non possiamo condividere con tutti, opportunità di amore che ci avvicinano a quello di Gesù. 

Nessun risultato di questi passi? La storia continua? Allora “…sia per te come il pagano e il pubblicano”. Più volte, i pagani e i pubblicani, che Gesù ha ripreso, sono stati oggetto della sua instancabile attenzione; ha sempre tenuto le porte aperte, persino li ha indicati come esempio, poiché, mai per nessuno è chiusa la porta del suo cuore. Lo sia anche la nostra! E’ il segno che il Regno è qui.

lunedì 31 agosto 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 22° Domenica A – 30.08.2026

Matteo 16,21-27 

Siamo al seguito del vangelo di domenica scorsa, del dialogo intercorso tra Gesù e Pietro; dialogo che aveva suscitato l’ammirazione di Gesù, “beato te Simone”, perché il discepolo aveva intuito, per dono del Padre, la verità sul Maestro, “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Ma ecco, che in pochi secondi Pietro passa dall’essere, possiamo dire, l’amministratore delegato del Regno dei Cieli, “la roccia” di sostegno, alla roccia di inciampo, addirittura quale portinaio degli inferi! Pochi minuti per cadere dalla beatitudine alla rovina. Pietro si trasforma: dall’essere ispirato da Dio all’essere confidente del diavolo! Gesù Risponde con parole dure: “Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”. Che batosta questo esorcismo che Gesù fa su Pietro. Molto più di un rimprovero, per amore di verità! 

A volte mi si chiede in che cosa consista il ministero che la Chiesa mi ha affidato in modo particolare: smascherare il nostro diabolico pensare e agire secondo gli uomini e non Dio, con relative conseguenze, che vorrebbe insegnare a Gesù la giusta via. Pietro, appunto, si trova a fare i conti con la tentazione di voler insegnare a Gesù come fare il Messia, insegnare a Dio come essere Dio! Il discepolo non è colui che dà risposte giuste da catechismo; è colui che deve stare dietro il Maestro per seguirlo, per lasciarsi guidare, perché è Lui “la via, la verità e la vita”.

 Come stare dietro a Gesù e vincere Satana? “Se qualcuno vuole starmi dietro, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua…”. E come io posso prendere la mia croce, la mia fatica quotidiana di amore, perché questa è la croce, se non partecipo a quella di Gesù, che per dimostrare l’amore del Padre, il bene che Dio ci vuole accetta di “andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”? 

La croce di Gesù diventa la nostra luce in questo cammino di cui non comprendiamo sempre il senso; la croce che culmina nella vittoria sulla morte; diventa la mia luce come recita la preghiera di San Benedetto, grande esorcista, preghiera riportata sulla sua medaglia: “la santa croce mi sia luce, non il demonio il mio duce, il mio condottiero, vade retro Satana”  (crux sancta sit mihi lux, non draco sit mihi dux, vade retro Satana); e ancora: “non mi attirino le tue vanità, sono mali le tue bevande, bevi tu stesso il tuo veleno” (numquam suade mihi vana, sunt mala quae libas, ispe venena bibas).

Dobbiamo «tornare dietro» a Gesù, lasciarci istruire da Lui… è lasciare l’ultima parola a Lui. “Uno solo è la vostra guida, uno solo è il vostro Maestro”, dice altrove, e voi non dovete passargli davanti, ma prendere posto dietro. “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà poi la propria vita”, seguendo queste vanità? Sì, la croce, il cammino, la scelta di Gesù del Suo amore fino a dare la vita, è la nostra luce.

Le ultime righe del brano del vangelo odierno ci svelano che ci sarà una nuova venuta di Gesù, e una… ricompensa, “renderà a ciascuno secondo le sue azioni”. Difficilmente noi facciamo qualcosa senza attenderci qualcosa di ritorno. Non indaghiamo. Sappiamo che misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno, Proprio perché abbiamo preso posto dietro al nostro Signore e Maestro, e lo abbiamo seguito.


lunedì 27 luglio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

17° Domenica A – 26.07.2026

Matteo 13,44-52

Ancora parabole e parole che ci dicono qualcosa Regno di Dio, questa novità che il Vangelo è venuto a portare. Operatore principale di questa novità è il seminatore, generoso tanto da apparire sprovveduto e sprecone nel gettare il buon seme su ogni terreno, quanto paziente e fiducioso nell’attendere che cresca anche se contrastato dalla zizzania. Tutto agire di Dio.

Ma in questa novità entra in scena anche l’uomo dal cuore inquieto, potremmo dire ricordando le parole di Sant’Agostino, che, mai sazio, va in cerca di un bene sempre più prezioso, una perla di grande valore, per la quale vale la pena non fermarsi mai, non accontentarsi mai di quello che si ha. Oppure l’uomo che fatica umilmente nel campo, che pure non è suo, e incappa in un tesoro nascosto.

Qual è il nostro compito, la nostra responsabilità in questa collaborazione al progetto di Dio?

Innanzitutto, per alcuni, è cercare, rispondere ad una chiamata del cuore. Cercare è faticoso, domanda tempo, saggezza, un cammino, discernimento, a volte una guida, un aiuto per non cadere in inganni. Cercare per incontrare il Signore, la perla preziosa. Con umiltà instancabile!

Poi, Vendere! Rinunciare a ciò che si possiede per comprare qualcosa che è vantaggioso e grande. Vendere e comprare: due operazioni che conosciamo molto bene nel nostro quotidiano vivere, ma che non sempre ci riescono indovinate. Non mancano, imbrogli, trovarci con delle patacche invece che con veri tesori, con qualcosa che per quanto bello, si svaluta in poco tempo. Rinunciare a ciò che il mondo spaccia per preziosi, a ciò che ci affascina, ma dura poco, e scegliere il Vangelo.

Con sapienza intelligente!

Vendere per comprare non riguarda solo chi cerca, ma anche chi il tesoro se lo ritrova nella fatica della vita quotidiana, nella realtà, nei luoghi di tutti i giorni. Esso è nascosto perché è dono. Il contadino non lo cerca: ci inciampa, e questo significa che il Regno, questa novità che può cambiare l’esistenza, precede l’uomo; la sua scoperta è grazia, non merito. L’uomo lo nasconde di nuovo, lo difende. Ecco l’operazione del contadino. Noi dobbiamo difendere, di questi tempi, il nostro tesoro, il Vangelo!

 Con Coraggio senza resa.

In un clima particolare che, sì, dice che abbiamo trovato davvero la perla o il tesoro, Cristo Signore; una ricchezza, un autentico investimento, ed è la gioia, più grande di ogni timore che il rischio comporta. Sorpresi dalla gioia che niente e nessun rovescio può toglierci.

Custodire la gioia è il nostro compito, perché abbiamo fatto l’affare della nostra vita!

Cercatori di perle preziose o fortunati scopritori di tesori, il Vangelo, Cristo Gesù, il Regno, qual si voglia dire, questo tempo della ricerca o il momento del ritrovamento diventa il tempo della decisione. Ed è forse la fatica maggiore: “Noi che ti abbiamo seguito che cosa otterremo in cambio?” è stata domanda degli apostoli che voglio conferma al Maestro. Risposta di Gesù: “avrete cento volte tanto e la vita in pienezza”.

Fiducia illimitata. Così il Regno viene.

domenica 19 luglio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 16° Domenica A – 19.07. 2026

 Matteo 13,24 -43

 

Povero buon seminatore, quello che getta il seme con grande generosità, che sembra uno sprecone, uno sprovveduto, ma che in realtà ha del buon seme tra le mani, di alta qualità e ama ogni terreno per cui non si risparmia la fatica. Era la parabola di domenica scorsa. Buon pastore che arriva a fare di un pezzo di terreno, un terreno buono perché questo si apre ad una accoglienza sincera. Infatti, è la Parola che trasforma alla fine il terreno. È la Parola che trasforma il cuore. 

 Ebbene, povero questo buon seminatore che vede il suo lavoro vanificato. Glielo fanno notare i suoi zelanti collaboratori, che mettono in dubbio che abbia fatto una cosa buona e intelligente. Dubitano di Lui e della qualità della Sua opera. Le erbacce sono arrivate ad intaccare il terreno buono, a disturbare chi ha risposto positivamente, a rompere, scusate l’espressione, le palle a chi fa del bene, a soffocare ogni bella novità che attecchisce nel cuore e in questo mondo. Come reagisce questo seminatore? Tanto è fiducioso in quello che ha seminato, tanto è fedele nella passione verso quel terreno, tanto è paziente!

Impariamo da Gesù la generosità, impariamo la pazienza! Questi due atteggiamenti Egli li tiene verso di noi. Noi siamo il terreno che egli ama e di cui si prende cura; noi siamo il terreno, in cui, per rispetto della nostra libertà, lascia spuntare anche ciò che non è buono; noi siamo il terreno che qualcuno, un nemico, vuol rovinare. Ci vuole pazienza e prudenza per non rovinare tutto vigilando certamente perché nessuno vi semini erba maligna, né in noi, né negli altri che ci stanno a cuore; pazientare e avere fiducia che il buon seme cresca e rafforzandosi non sola resista, ma anche arrivi a rendere inutile chi vuole rovinare tutto, e magari compiere un miracolo impossibile, la riconversione o almeno la sparizione della zizzania.

Da dove nasce questa fiducia nell’impossibile miracolo? Da cosa sono sostenute la nostra pazienza e fiducia? Ed ecco che a coronamento di questa parabola vengono altre due brevissime: la piccolezza del seme la cui vocazione nulla può fermare o soffocare, cosicché il bene può convivere con il male, lo può pure riconoscere e, secondo una parola della prima lettura che facciamo nostra “ tu giudichi, o Dio, con mitezza e ci governi con molta indulgenza”; e arrivare, come detto, anche a trasformare quanto meno chi del male è preda o vi si adatta. Possibile tutto ciò? Bellissima la conclusione sempre della prima lettura, piena di speranza: e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento. E qui entra in azione la potenza del lievito che, a fronte di questa presenza che sembra voler conquistare il mondo fa crescere il bene. Se il male conquista terreno, il cuore, la società, il bene, come lievito nella pasta, può farlo fermentare quale Regno di Dio, luogo che Dio abita ed è accolto.


lunedì 29 giugno 2026

BRICIOLE di PAROLA... nell'omelia

 13° Domenica A – 28/06/2026

2Re 4,8-16    -    Matteo 10,37-42


Se c’è una considerazione con cui commentare queste parole di Gesù rivolte ai suoi apostoli è che appaiono parole esagerate, scandalose, d’inciampo anche a chi lo vuol seguire. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Esagerato! Scandaloso! Incomprensibile come possa Gesù chiederci una cosa simile!

Gesù non dice di non amare i propri parenti, i propri familiari. Non sta neppure chiedendo un amore per Lui che escluda gli altri, che li dimentichi o che non se ne prenda cura. Sta dicendo che ogni nostra capacità di amare viene da Lui ed è dono suo. È l’incontro, la relazione con Lui che rende possibile ogni altro amore. Senza questa relazione che mette Lui davanti, l’amore rischia di diventare possesso, schiavitù, violenza; ogni tentativo di andare avanti si blocca.  Se invece la nostra vita è fondata sulla relazione con Gesù, allora siamo e diventiamo via via capaci, anzi, “degni”, adatti, di amare Lui e tutti come Lui ama; di portare la croce come Lui la porta; la croce dell’amore poiché voler bene può costare! Egli si propone decisamente come fonte inesauribile, limpida, del voler bene ai nostri cari; sostegno irrinunciabile, traino di ogni nostro buon impegno che a volte curiamo più di Lui. L’abbiamo sentita qualche volta la battuta: “Se non fosse per il Signore, non sarei lì. Avrei già spento ogni pazienza e comprensione”. Non è che non si ami di meno, se davanti mettiamo Dio, e non c’è bisogno di essere gelosi del Signore se qualcuno cerca e trova in Lui la forza per andare avanti. Ma con Lui si può amare di un amore di qualità perché Dio è presente mediante la Sua grazia e misericordia, che ci consentono di non fare calcoli o ripicche.

Altra affermazione che può apparirci esagerata. “Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, sia chi riceve sia chi dà, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”. 
C’è una forma concreta dell’amore fatto di piccoli gesti, nell’accogliere con piccole attenzioni chi vive con voi, chi viene a noi. Spesso immaginiamo che fare del bene sia compiere azioni straordinarie e non badiamo al fatto che il Vangelo può stare in un bicchiere d’acqua dato con amore, in una condivisione del poco che abbiamo o è nelle nostre possibilità, nell’accoglienza di chi chiede aiuto, accoglienza, nella delicatezza e premura con cui trattiamo le persone.  
 

Dove sta la ricompensa che ne viene, se chi chiede questo aiuto non può darci nulla, e dal quale non vogliamo nulla? In una comunione che ci avvicina a quella che Dio offre a noi che a Lui ricorriamo nelle nostre necessità, in una comunione che ci fa simili a Lui. E poi non è vero che non riceviamo nulla. Ce ne viene la benedizione del Signore oltre a quella, a volte non manifesta, di chi abbiamo accolto e aiutato. E se non ci sarà quest’ultima, per distrazione o ingratitudine, non verrà meno quella di Dio. Il risultato è sempre una speciale benedizione: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu stringerai un figlio fra le tue braccia”, dice l’uomo santo di Dio alla coppia che lo ospita, coppia che non ha figli. L’amore non è uno scambio di favori, ma una delicatezza reciproca! Quanto viene fatto nel nome del Signore - “per causa mia”, dirà Gesù – non manca della Sua benedizione, poiché Dio non si lascia vincere in generosità.

lunedì 22 giugno 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 12° Domenica A – 21/06/2026
Geremia 20,20-13   -   Matteo 10,26-33


Ecco il nemico della vita, della vita cristiana, della felicità: la paura. Gesù non può far altro che ripetere l’incessante ritornello ai suoi e a noi: non temete, “Non abbiate paura”. Per ben tre volte ripete: “Non abbiate paura” Ci sono tante cose che vorrebbero chiuderci nella paura: dalla preoccupazione per la salute ai nemici che cercano di farci del male, dalle relazioni che non funzionano alle umiliazioni, dai problemi di lavoro, risultati che non arrivano, a sorprese amare. A fronte di tutto ciò che terrorizza e immobilizza, alla paura che ci prende, non reagiamo con spavalderia, ma con fiducia
La parola di Gesù non è un invito ad essere spavaldi, temerari e dissennati di fronte ai pericoli, ma ad essere fiduciosi perché siamo sotto lo sguardo costante dell’unico che ci può proteggere e difendere da ogni pericolo: Il Padre. “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure, nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere, meglio la presenza, la vicinanza del Padre vostro… Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!”. Non siamo mai soli.
Il testo va chiarito, perché la traduzione, purtroppo, non è delle migliori: in greco non c’è scritto «senza il volere del Padre vostro», ma «senza il Padre vostro».! La traduzione alla lettera non contempla il “volere”, ma “… senza il Padre vostro”. Nessuno cade a terra, è schiantato, perché Dio l’ha voluto (fatalismo pagano), ma anche quando cade a terra non è abbandonato dal Padre! Anzi cade con lui. 
Anche nel momento più pauroso della nostra vita, la morte, non saremo soli, ma il Padre sarà lì accanto a noi, anzi: sarà lì per accoglierci tra le Sue mani. Se nemmeno un passero cade a terra senza che Dio se ne preoccupi, possiamo star tranquilli noi, che valiamo più di molti passeri.

Quanto vale la nostra vita? La paura più grande che schiaccia come una morsa il nostro cuore è quella di non valere nulla, di non contare nulla, di non essere cari a nessuno. Per questo Gesù ci dice che, invece, siamo preziosi per Dio, tanto preziosi da valere la Sua stessa vita. Difatti ce l’ha donata, la sua stessa vita. Gesù ha detto in lungo e in largo: “Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore” Perciò, guardando la Croce dobbiamo ripeterci: “Io sono prezioso, io valgo la vita stessa di Dio. Dio ci ama così come siamo.  Critiche e umiliazioni rischiano talvolta di farci perdere la stima verso noi stessi: ed è proprio lì che il maligno vuole portarci, vuole farci credere che la nostra vita non serva a niente, e che nessuno s’interessa a noi, tantomeno Dio.
E, invece, valiamo così come siamo, per come siamo, con le nostre fragilità, con le nostre fatiche, anche se siamo “spelacchiati”, con solo quattro peli rimasti sulla testa, perché perfino i capelli del nostro capo sono tutti contati. Niente di noi è insignificante per Dio, ed è quello che Gesù, dopo avercelo sussurrato all’orecchio, come dicevano le prime righe del vangelo, possiamo dire, al nostro cuore, ci invita ad annunciare dalle terrazze, cioè apertamente. Nella paura c’è una particolare tentazione: tacere e rinunciare per paura, appunto, alla libertà, prima di tutto quella interiore, e poi quella esteriore che dobbiamo saper strappare per dare testimonianza di Gesù.  Dobbiamo ripeterci come il profeta Geremia: “il Signore al mio fianco…e i miei persecutori …non potranno prevalere”; e affidare a Lui la nostra causa.
 Essere, quali discepoli di Gesù,  il compito: riconoscere e far conoscere non un Dio che fa paura ma un Padre che si prende cura di noi e che tiene immensamente alla nostra gioia.
 


lunedì 15 giugno 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 11° Domenica A – 14.06.2026
 

Esodo 19,2-6°   -   Romani 5,6-11   -   Matteo 9,36-10,8

 

Abbiamo accolto la parola del santo Vangelo. 
Ora la facciamo risuonare dalle ultime parole ascoltate per dire che noi, discepoli di Gesù, non ci sentiamo supereroi e non abbiamo super poteri, anche se confidiamo di poter fare del bene con il Suo aiuto e annunciare che Dio ci è vicino, il Regno è qui.
“Guarire ogni infermità, risuscitare i morti, liberare i lebbrosi, scacciare i demoni”. Non riusciamo a fare tutto questo per mancanza di fede? Possiamo, però, entrare in contatto con le ferite di tante persone e prendercene cura, portare a tutti la presenza del Regno, la vicinanza di Dio che restituisce vita, poiché il Regno non è un’idea, ma la realtà in cui siamo immersi da quando è venuto Gesù che ci offre salvezza.
“Scacciare gli spiriti impuri”, cioè tutto ciò che disumanizza, imprigiona, violenta, divide e toglie libertà. Occorre spezzare catene interiori, e non solo guarire il corpo.
La cura di tutti quelli che si trovano in queste condizioni e situazioni è uno stile che Gesù mostra dalle prime parole di questo brano evangelico con cui si apre la sua missione, la sua predicazione; uno stile fatto da uno sguardo che è un “vedere”. Non è un guardare superficiale, che dà spazio all’ indifferenza, al fastidio, al rifiuto, ma un vedere che muove a compassione, vede in profondità e non fa giudizi. Uno stile che chiede aiuto!
Uno stile che coinvolge anche altri in questa cura. Ecco la chiamata di coloro che saranno i suoi più stretti collaboratori, i suoi amici. Una chiamata a cui pure noi non possiamo sottrarci; anche se ci costa la risposta, poiché questo stile porta a seguire le sue orme, come ricorda Paolo nelle sue righe alla lettera ai Romani: dare la vita per coloro che non lo meriterebbero! Sì, come Gesù ha dato la vita per noi peccatori, ha fatto cose grandi Dio, così noi non possiamo fare di meno.
Supereroi o super poteri, no! Ma possiamo desiderare e chiede umilmente un amore riconoscente, fiducioso, per contribuire al Regno di Dio, questo sì!


lunedì 25 maggio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 Pentecoste -24.05.2026

Atti 2,1-11    -   1Cor 12,3-13   -    Gv 20,19-23


Non sono chiuse le porte di questo luogo, ma soprattutto sia aperto il vostro cuore, carissimi. Ci salutiamo, ci accogliamo, celebriamo il dono dello Spirito Santo in questo 50° giorno dalla Pasqua di risurrezione perché ci è data la nostra risurrezione.  Spirito del Signore ora guida la nostra storia, ci sostiene nei nostri passi, ci rialza dalle nostre cadute, e sempre ci apre ad una esistenza che è testimone che siamo amati da Dio e chiamati ad amarci tra di noi, ad annunciare queste bella notizia, il Vangelo.  Per realizzare un mondo di fraternità, dove ci si può ancora intenderci, come una nuova Pentecoste, nonostante molti tanti fatti cattivi e giudizi malvagi che vorrebbero tenerci prigioni della paura, dell’odio, della divisione. Il Risorto ci consegna tre parole che dicono l’opera dello Spirito.
“Pace a voi”, al vostro cuore spaventato per come vanno le cose nel mondo, per il timore che esse ci incutono; spaventato o arrabbiato perché sembra che Dio ci abbia abbandonato, quando, magari, siamo noi che ci siamo allontanati; forse anche amareggiati e delusi di noi stessi. “Pace a voi” nella vostra famiglia, nella vostra casa, in ogni cuore. in questa comunità. “Pace” è la presenza di Gesù che sta in mezzo a voi, sappiamo con le sue ferite alle mani e al costato, come a dire che dare la vita per la Verità, l’amore di Dio, non è sconfitta ma misura di questo e di quello nostro, grazie allo Spirito! Senza lo Spirito l’è tutto un fallimento, ma con lo Spirito di Dio è un’impresa divina nella storia umana! “Pace”, presenza, motivo di gioia, come narra il Vangelo.
Vi assicuro, carissimi, che la fiducia del Risorto, vivente in mezzo a noi, grazie allo Spirito, che nella solennità di oggi accogliamo, è l’altra parola che vi consegno. “Come il Padre ha mandato me, io mando voi”: no discepoli di Gesù che ha vinto la morte per rimanere chiusi, in difesa, disinteressati di quello che succede nel mondo, né conquistatori con arroganza, ma annunciatori con dolcezza e rispetto, dirà Pietro in una sua lettera; capaci di intendere il linguaggio degli uomini, cioè le loro necessità e di andare loro incontro con il linguaggio del Vangelo, l’amore. Lo Spirito è soffio che rianima, che dà vita; è pure vento forte che allontana dubbi, è fuoco che dà forza, infonde fiducia che ogni opera di bene non sarà mai fermata e vana. Sì, abbiate fiducia!
La terza parola, il terzo dono dello Spirito è il perdono. Ogni storia conosce delle ferite che non sono d’amore o vissute con amore, in ogni casa, famiglia, comunità; ogni tessuto della nostra storia ha bisogno di qualche rammendo, e forse di più. Ed ecco allora l’opera in profondità dello Spirito Santo: il perdono che è la capacità di ricucire, di più di far rinascere l’amore dalle sue stesse ceneri, di liberare da una tomba di morte, quando verrebbe a dire “è tutto finito”. Si vince il male con il bene, l’odio con l’amore, e il massimo grado di questo è il perdono. Vieni, Spirito Santo, opera in noi per primi questa risurrezione affinché possiamo testimoniarla, estenderla, offrirla al mondo; accendi in noi il fuoco del tuo amore e la faccia della terra, il cuore degli uomini, tutto sarà ricreato. Amen. 


lunedì 18 maggio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 Ascensione di Gesù – 17.05.2026

Atti 1,1-11   -   Efesini 1,17-23   -   Matteo 28,16-20 


Si può essere felici e contenti per un’assenza? Dai, ammettiamolo! Si può, si può! È naturale. Bisogna ammetterlo. Quando qualcuno che rompe, mette a disagio, disturba… se ne va, si tira un respiro di sollievo. Ma quando chi si allontana, è qualcuno che amiamo e che tanto ci ama da morire, che ci vuole un tal bene da dare la vita per noi, e che senza di costui o costei pensiamo di non poter vivere, allora una grande tristezza ci invade. 
Forse, e senza forse, è quello che hanno provato i discepoli, gli amici di Gesù, com’ egli li aveva chiamati, in questo evento del Suo ritorno al Padre e che la Chiesa celebra con tanta letizia e speranza. In fin dei conti non si tratta di una partenza che lascia soli, non è un’assenza che ora si verifica, ma è una presenza nuova che realizza la promessa che Egli aveva fatto: Non vi lascerò orfani, Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo, sino ai confini della vostra esistenza, fino al massimo delle vostre forze… Non possiamo vivere senza la presenza che ci dice amore, che ci dona amore!
Con l’Ascensione al cielo, con il ritorno di Gesù al mistero del Padre Suo, altro momento della Sua risurrezione da morte e anticipo del dono dello Spirito Santo, ancora una volta promesso ai suoi, noi celebriamo la presenza nuova del Signore nostro, non più tra noi con una modalità umana, come è stato coloro che l’hanno visto in carne ed ossa. Dopo Cristo non è senza Cristo!

E vi dico perché. Chi sono i poveri, gli ultimi, i bisognosi, i tribolati nella vita, se non la carne di Cristo oggi? Egli stesso l’ha ricordato: ogni volta che fate o negate del bene a costoro, voi lo fate o lo negate a me. E a Paolo che dava la caccia cristiani disse: Perché mi perseguiti? Non possiamo dubitare della Sua presenza.
Ancora Gesù ebbe a dire: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a voi”. “Ed è il corpo della Chiesa, il popolo di Dio che insieme formiamo. Corpo reale, con la nostra povera umanità che sarà presto abitata dallo Spirito di Gesù. Presenza nuova, magari non sempre affascinante, imperfetta, che dubita e che suscita dubbi, mandata a raccontare come siamo stati amati, e salvati, come lo siamo ancora oggi, aiutati nelle tempeste della vita; con il compito di portare la sua Parola nel mondo. 
Altra presenza, la Parola, viva ed efficace, che ce lo fa sentire vicino, ci fa testimoni e annunciatori della buona notizia dell’amore di Dio e della fraternità di tutti gli uomini. 
Infine, una presenza nuova, un incontro, una vicinanza che ci fa del bene sono quei segni efficaci di tanta bontà e misericordia che sono i Santi sacramenti. Non riti vuoti o magici, ma davvero incontri con Lui il Vivente che a noi vuole comunicare la Sua stessa vita. In particolare, l’Eucaristia che celebriamo, quel pane e vino che ci sono dati trasfigurati dallo Spirito, sono il suo corpo e sangue; le parole di benedizione che ci assolvono dai nostri peccati, sono la Sua misericordia e il Suo abbraccio ancora e sempre vivi… e così ognuno dei sacramenti, sono incontri con Gesù nel Suo Corpo che è la Chiesa.
Lo Spirito santo, la cui conferma attendiamo domenica prossima nella solennità della Pentecoste, ci aiuti a cogliere e a corrispondere a questa presenza nuova per una storia nuova.

martedì 12 maggio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 6° Domenica di Pasqua – 10.05.2026

Atti 8,5-17   - 1Pietro 3,15-18 - Giovanni 14,15-21
Nell’avvicinarsi del ritorno al Padre, - domenica sarà festa della sua Ascensione al cielo - Gesù assicura che la Sua presenza tra noi non verrà meno. Il Buon Pastore che non abbandona il gregge, mai ci molla, Ora la promessa di mandare lo Spirito Santo.
La nostra vita conosce in continuità turbamenti, preoccupazioni, paure di vario genere. Come e dove, possiamo attingere serenità, speranza e fiducia? E poiché siamo credenti della buona notizia che il nostro Signore risorto dalla morte è vivente tra noi, credenti di quanto ha fatto Dio, come sarà la nostra testimonianza, che può subire contestazioni e derisioni?
Ecco l’assicurazione di Gesù che sa della nostra fatica: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità” (Gv 14,16-17). 
Sono parole che trasmettono la gioia di una nuova venuta di Cristo. Il “Paraclito”, termine tradotto con “consolatore” potrebbe indurre ad un’opera semplicemente di rassegnazione, significato non preciso dello stesso. Meglio la traduzione “difensore”, ancora meglio, “colui che si mette a fianco”, “colui che prende il mio posto, le mie difese” perché richiama ad una presenza, che è data per resistere al male, vincere la rassegnazione, il lamento, la sfiducia.

“Non vi lascerò orfani” (Gv 14,18). Quale tenerezza in questa espressione! Lo Spirito di verità, l’Amore, rimane tra noi, in noi. “No, non vi lascerò orfani”. Non cediamo alla tristezza, alla depressione, a cui porterebbe una condizione di solitudine in cui invece Gesù non ci lascia. Non la vuole per noi, per nessuno. Nemmeno per coloro che non gli credono o non lo vogliono. Non siamo privati di Lui, non siamo orfani! Ci ha svelato, ci ha autorizzato a chiamare Dio con il dolce nome di “papà”, ci ha insegnato a confidare nella sua provvidenza, ci ha assicurato che Egli sempre ci ascolta, ci ha mostrato e abbracciato con la sua misericordia, ci ha richiamati alla vita con il perdono Suo… e tutto questo continua grazie allo Spirito di verità. E questo Spirito è Gesù: “verrò da voi”. Ce lo assicura! Verrà in noi! “Chi ama me, accogliendo i miei comandamenti, sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui”. (Gv 14,21).

Se le cose stanno così, e sono così, carissimi, scrive Pietro, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi spiegazione perché avete speranza e fiducia pur soffrendo. Con dolcezza e rispetto, con onestà facciamo risuonare questa “buona notizia”; dolcezza perché lo Spirito è forte sì, ma anche dolce ospite dell’anima, come amiamo invocarlo; rispetto perché Dio rispetta la nostra libertà e ci insegna a rispettare gli altri, senza imposizioni, ma anche senza arretramenti, o silenzi che diventano spesso connivenza con il male e privano coloro che cercano la luce di vedere.  Non si tratta di convertire: ci pensa lo Spirito. Ma di non tacere la verità del vangelo, della buona notizia che Gesù è e ha portato, l’amore di Dio, perché la speranza e la fiducia, la vita siano davvero tra noi, in noi.

domenica 3 maggio 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 5° di Pasqua – 03.05.2026

Gv 14,1-12

 

I turbamenti non mancano! Ha un bel dire Gesù: “Non sia turbato il vostro cuore”, agitato, ansioso, spaventato… Sta rivelando ai suoi discepoli il compimento della sua missione, e vorrebbe prepararli al quel momento. Essi non comprendono.  
I turbamenti non mancano neanche nella nostra esistenza; non mancano i motivi per essere disorientati, tristi, spaventati; un po’ ovunque, in famiglia, in questo povero mondo, nelle nostre responsabilità, per noi, per i nostri cari… 

Allo stesso tempo desideriamo un “posto” tranquillo, calmo, sereno, magari comodo; un posto anche remunerativo di tutte le nostre fatiche e premure; un posto dove vediamo realizzarsi le nostre attese, desideri più belli, speranze… Vogliamo e cerchiamo serenità e pace. Chi ci potrà soccorrere? Il Risorto è con noi, è tra noi, è vivente, ma questa presenza ci sfugge, o almeno temiamo che sia così. “Io vado a preparavi un posto”. Quasi Gesù ritorna ad assicuraci di non temere di perderlo, il posto e Lui. Non si dimenticherà di noi, non ci lascerà soli e nei nostri turbamenti: “verrò di nuovo e vi prenderò con me”. 

Condizione? “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me!”. C’è un posto nella casa del Padre mio dove potete stare bene con me: il Suo cuore. Lì sono sciolti tutti i turbamenti, le paure, le tristezze, perché è la dimora di un amore più grande di ogni cosa; un amore fedele. De resto, “se Dio ci ha dato il Suo Figlio, scriverà Paolo, come non ci darà ogni cosa con Lui”? Ogni cosa che è per il nostro bene, la nostra vita, la nostra felicità!  

“Io vado a preparavi un posto” è una promessa che rivela tutta la tenerezza di Gesù. Non ci consegna mai ad un futuro incerto, ma ci assicura che la nostra vita ha già una dimora presso il Padre Suo e nostro. Tante volte ci sentiamo come fuori luogo, fuori posto, non accolti, senza uno spazio dove far riposare il cuore… Ma Gesù ci rivela che per ciascuno esiste invece un posto pensato, preparato, e custodito, dove possono e devono trovare fine tutte le nostre paure e turbamenti. Non pensiamo subito a quello che ci attende a termine di questa esistenza, che certamente ci sarà, ma, come dice, al suo Cuore, al Suo amore. Ecco il “posto” che nessuno ci porterà via!

“Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”, esordisce Gesù, quando percepisce quello che c’è nell’animo dei suoi e nostro. E ha il coraggio di chiedere tanto anche a noi, perché Egli ha fiducia in noi, e lo fa con le parole di Pietro nella seconda lettura: “voi siete pietre vive”, vive, vivete della mia vita, e a questo “posto” concorrete; cioè concorrete ad abitare, a trovare dimora in Dio lasciando ogni paura e solitudine.  

“Pietre vive” non solo per trovare un posto comodo e sicuro per noi stessi, ma per costruire pure un mondo nuovo, una realtà che tutta trovi compimento e pace in Dio, un’umanità che faccia conoscere la Sua bellezza e bontà. Qui entra in gioco, allora, il nostro impegno di cercare le vie per realizzare una comunità di credenti che sanno di essere da Dio amati e si amino tra di loro, si prendano cura con amore di questo nostro mondo, abbiano premura gli uni degli altri. Non siamo soli per quest’opera di risurrezione! 
“Io sono la via, la verità, e la vita”! Così si offre Gesù alle richieste di chiarificazione di Tommaso e Filippo. La via per andare al Padre, la verità del Suo amore, la vita che ne consegue. “Abbiate fede in me”!... E conclude: “Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio…più grandi”!

martedì 28 aprile 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 4° Domenica di Pasqua A – 26/04/2026


In questa quarta domenica del tempo pasquale, riconosciuta e celebrata come la domenica del “buon pastore” o pastore bello, unico, che è ovviamente Gesù, il Risorto, io sono in mezzo a voi e condivido la preghiera e la vita con alcuni particolari sentimenti Quando nel vangelo di oggi Gesù parla del pastore delle pecore, parla di sé, della sua missione. E poiché non è di facile comprensione quello che dice, anche perché ci può dare un po’ fastidio essere considerati “pecore”. Ma tant’è che molti vogliono esserci guide e pastori! E da costoro, social o potenti, siamo guidati, purtroppo. Gesù usa anche un’altra similitudine: Io sono la porta delle pecore, vale a dire l’accesso alla vita

Chiedo che questi sentimenti siano anche in voi. 
Innanzitutto, la gratitudine e la commozione per questa immagine di tenerezza e di premura, di affetto e familiarità stretta che viene dalla figura del pastore. E non posso non andare alle parole dell’apostolo Pietro nella sua lettera dove ci fa sapere che “Cristo Gesù patì per voi”, cioè ha dato la vita, ha vissuto fino in fondo l’amore per me, per voi, per noi; con una mitezza, una misericordia e fiducia che danno la misura di quanto gli siamo cari, e gli sono cari anche quelli che non lo accettano e arrivano a rifiutarlo. 

Il Suo è sangue prezioso, ci diceva ancora Pietro domenica scorsa, e oggi ritorna a confermare: “dalle sue piaghe siete stati guariti”, dalla nostra esistenza senza senso. “Eravate erranti come pecore”. Cioè quando ci perdiamo, ci smarriamo, siamo nella più nera confusione, non sappiamo da soli ritrovare la via di casa, ecco allora che siamo “ricondotti” a Lui, al pastore. Egli ci riconduce a sé, egli fa per noi quello che conta e dà salvezza; non noi da soli ce la facciamo a ritrovare la via. Egli è il custode, colui che si prende cura del nostro nutrimento, del nostro bene; non noi da soli, ma, dice a conclusione del brano del vangelo, “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Egli rimane porta aperta per la vita! 

C’è un’altra serie di sentimenti davanti a questa figura del pastore, e con voi li condivido. Sono sentimenti di responsabilità che io provo, chiamato ogni giorno a raffigurare ai vostri occhi proprio questo unico Pastore per grazia, per un dono particolare dello Spirito. 

Innanzitutto, Gesù è stato costituito Signore e Pastore, dice sempre Pietro nelle sue prime prediche, perché è stato prima “agnello” e “servo obbediente”. Vale per me, vale per tutti noi nella nostra condizione di essere accanto agli altri come responsabili del loro bene. Prima occorre farsi agnelli e vivere in obbedienza al Padre. “Chi pecora si fa, lupo lo mangia”, dice un proverbio. Il vangelo insegna diversamente: “Chi agnello si fa, pastore diventa”. Non è questo un suggerimento per imparare a servire e a guidare gli altri chiunque essi siano?

E poi sentimenti di gioia. Il motivo? Eccolo: il pastore chiama le sue pecore una per una, ascoltano la sua voce; poi le conduce fuori, cammina innanzi a loro, esse lo seguono. Un pizzico di amarezza fa capolino, invece, quando “un ladro, un brigante, un estraneo”, che vanno per “rubare, uccidere, distruggere” fanno breccia tra coloro che ami, ai quali interessa assai poco conoscere l’amore di cui sono oggetto; coloro che non hanno tempo, non hanno spazio, non hanno libertà, non credono, e non vogliono cercare in Gesù la vita.

Carissimi, rigenerati, risorti con Gesù, siamo continuamente ricondotti e custoditi dal Suo amore. Preghiamo, in questa domenica in modo particolare, perché il Pastore grande delle pecore, come lo chiama al Scrittura, sia presente in mezzo a noi attraverso anche la disponibilità di chi accoglie la vocazione a diventare sacerdote nel popolo di Dio, e ad esserlo sull’esempio e le orme di Cristo.

martedì 14 aprile 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 Seconda Pasqua A – 12.04.2026
 

1Pietro 1,3-9   -   Giovanni 20,19-31

 

Siamo all’Ottava di Pasqua, e continua la luce di questo evento della risurrezione di Gesù. Anzi, ne siamo partecipi anche noi siamo con Lui risorti grazie al Battesimo che abbiamo ricevuto. Questa domenica è la Festa della Divina Misericordia, come ha voluto indicare già Papa Giovanni Paolo II, poiché la nostra risurrezione, la nostra rinascita, la nostra ricreazione, avviene proprio per la Misericordia che ci è stata e ci è usata a fronte dei nostri peccati e delle loro conseguenze, a fronte delle nostre fughe o tradimenti, come è avvenuto per gli stessi discepoli di Gesù. Visitati dal Risorto, come narra il Vangelo, si sono visti confermare i suoi doni di pace e di liberazione da ogni paura, di amicizia, di fiducia. 
La Misericordia non è una tomba, un sepolcro, una sconfitta; non è debolezza, se non di amore, che Dio non può trattenere, per noi suoi figli, che ha trovato nel Cuore di Gesù l’accesso per entrare nel nostro mondo, per riversarsi, trafitto, sul nostro mondo; per insegnare all’umanità la via della pace. La Misericordia è un grembo che si apre e ci dona la vita di risorti, la vita di Gesù, che noi possiamo, e dobbiamo toccare con le nostre mani, come Tommaso. Questi non è il maestro del dubbio, non è semplicemente l’emblema dell’incredulità, anche se così viene richiamato dallo stesso Gesù, non è colui che ci pianta il naso come siamo soliti dire. 
No, Tommaso ci dice che non possiamo nemmeno accontentarci di quello che ci dicono gli altri. Del resto, lui non si lascia convincere dalle parole dei suoi amici, non essendo stato presente quella prima sera di Pasqua. Ci insegna che dobbiamo fare esperienza del Risorto: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.  E che significa? “Se io chiudo gli occhi per non vedere le sofferenze dei fratelli, e quanto patiscono a causa del male che li affligge, e del bene che cercano di perseguire, io non posso dire di essere risorto con Gesù”.  Ancora una domanda: come fare per toccare le ferite del Risorto e dei miei fratelli? Accogliere la pace che ripetutamente ci dona: “pace a voi…pace a voi… pace a voi… che da soli non siete capaci di darvi”.
La Misericordia ci porta la pace: non rifiutiamola. Non è debolezza! Ci offre il perdono. Non è sconfitta! La Misericordia ci manda a liberare il mondo dal male, dal peccato proprio con il perdono. Se noi non perdoniamo, dice Gesù, il mondo tutto resta invischiato nel male, se non si perdonano vicendevolmente e non cercano vie diverse dalle attuali quei potenti che pensano di gestirlo il male, ne rimangono prigionieri e noi vittime con loro. La preghiera per la pace e la riconciliazione, il toccare le ferite dell’umanità più povera invece di infliggerle, il renderci conto ed unirci a chi ha dato la vita per amore, Cristo crocifisso risorto, può smuovere noi, credenti finalmente a diventare credibili agli occhi del mondo.
“Siete ricolmi di gioia”, assicura Pietro nella sua lettera. “Esultate di gioia”, incoraggia. Una ritrosia può essere in noi nel toccare le ferite del Cristo Risorto, che ancora sanguinano in tanti nostri fratelli o nelle nostre famiglie; paura di contrarre chissà quale infezione. Se sarà, ben venga. Non c’è infezione o contagio più sano di un contagio o infezione d’amore. Si apriranno i nostri occhi e pure il nostro cuore diventerà più misericordioso e fonte di perdono. Amen.

domenica 5 aprile 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

SABATO SANTO - Veglia Pasquale - 04.04.2026

Cari fratelli e sorelle, Gesù il Cristo, il mio Gesù, il nostro Signore e fratello, è risorto dalla morte! Siamo sorpresi ancora una volta da questo evento di Grazia, e non possiamo che esultare con il coro degli angeli che così prolungano il canto che già al Natale di Gesù fecero, con la Chiesa, con la terra come ci invitava l’acclamazione di poco fa.

I segnali di quanto stanotte compie la potenza dell’amore di Dio già ci erano stati dati quando Gesù svegliava dalla morte la figliola di Giairo, o con un semplice tocco della sua mano richiamava in vita il figlio unico della madre vedova e ancor più gridava all’amico Lazzaro di uscire dalla tomba. No, la morte non poteva vincere sull’ amore, sulla vita, ed ecco allora il gran prodigio, al culmine di tanti prodigi, narrati dalla Parola proclamata, che Dio aveva operato per il suo popolo perché noi tutti lo apprendessimo: Gesù è risorto!

E’ la vittoria della luce sulle tenebre, vittoria che abbiamo accolto e salutato con la liturgia iniziale di questa nostra assemblea: Cristo Gesù, luce del mondo, il mondo che tanto buio, rischiarato purtroppo solamente da bagliori di guerra e esplosioni di violenza, ancora vorrebbe tenere sepolto, senza speranza. La Parola ha illuminato la nostra mente e ha confermato che speranza c’è: Dio non abbandona i suoi figli, a cominciare dal Figlio prediletto, e noi suoi fratelli, non abbandona l’umanità. Cristo è Risorto! C’è speranza nel nostro cuore, ed è sempre così, quando con meraviglia e gratitudine, ci lasciamo dai Lui sorprendere.

Ecco, allora, sorpresi da questo evento di Grazia e misericordia, come dicevo, siamo sopresi dalla gioia, ed anche il timore che non sia vero quello che l’angelo ha annunciato alle donne e quindi ai discepoli, comprensibile per la nostra incapacità a comprendere l’opera e l’amare di Dio, non fa che accendere e bruciare di desiderio che, sì, è tutto vero. Non c’è spazio per la paura di essere tratti in inganno. Subito fugge, in fretta, la paura. Invece, presto, il desiderio, la speranza, verranno confermati, poiché la vittoria di Gesù sul male, sulla morte, sul peccato, rifiuto di Dio, su colui che vorrebbe convincerci che non è per nulla vero (e nel mio ministero, mi è capitato di sentirmelo dire!), questo desiderio e speranza di risurrezione divengono realtà anche nella mia vita, nella mia storia, nella nostra vita, nella nostra storia. Come?

Tra qualche istante rinnoveremo le promesse del nostro Battesimo, che è la nostra risurrezione in cui siamo stati posti, in cui vogliamo vivere ogni giorno. Spesso siamo ricacciati nella tomba, afferrati da ombre di morte, e, cosa più triste, trasciniamo altri in questa condizione che non sa più accogliere, cercare, gioire del bene per cui siamo stati creati e redenti. Redenti, cioè liberati da ogni pietra tombale.

 L’altra sera alla Cena Ultima, ma anche la prima di una storia di amicizia che continua sino alla fine dei tempi, abbiamo avuto in dono la comunione con il nostro Maestro e Signore, e il suo insegnamento; ieri, silenziosamente, sulla croce, Gesù, con la sua offerta ha colmato il nostro ammanco di amore affidandosi al Padre Suo, e togliendoci così dalle pretese del peccato ci ha redenti, liberati; stanotte, in questa Veglia e giorno di Risurrezione, gioiamo perché Egli, grazie al Padre, ha stracciato il decreto di morte, ci ha portato con sé alla piena liberazione e santificazione, poiché lo Spirito di Gesù completa l’opera per cui il Padre l’aveva mandato. Ritorno a dire, allora: sì, sorpresi dalla gioia! Ecco come dobbiamo essere stanotte, domani, oggi e sempre! Confusi un po’, ma umili e gioiosi, contenti, o almeno sereni e nella pace, diverremo presto testimoni e annunciatori che Dio ci ama, che Dio vuole la vita dei Suoi figli, e mai smetterà, attraverso Gesù, di offrircela in abbondanza.

La conferma? L’Eucaristia, la cui celebrazione ora proseguirà, nutrimento della Parola, del Corpo e del sangue del Signore, lì ci viene incontro,  e di lì nella nostra quotidiana Galilea, ci manterrà risorti con Lui, vivi e nella gioia. Gesù è risorto: Buona e felice Pasqua di Risurrezione!

lunedì 9 marzo 2026

 BRICIOLE di PAROLA...nell'omelia

 3° Quaresima A – 08.03.2026

Giovanni 4,5-42


L’incontro assai noto di Gesù con la donna di Samaria, ricco di particolari sentimenti e illuminazioni, incrocia il nostro cammino quaresimale, cammino di conversione. Ogni battuta, ogni silenzio, ogni sguardo, ogni respiro che caratterizzano questo incontro ci sono dati perché anche noi, come è avvenuto per la donna alla fine, possiamo riprendere, anzi correre, per dire la novità che, accolta può cambiare, rinnovare la nostra la nostra vita. 

Gesù, prova la stanchezza del cammino, soffre anch’egli caldo del giorno. E il fermarsi al pozzo non è una scusa per accedere a questo incontro con un’altra assetata. Due assetati di amore; due che hanno bisogno di dissetarsi, al di là di un ristoro fisico, sì, cercano amore. Sì, anche Gesù cerca amore, attenzione, accoglienza, per poter offrire il Suo amore, la sua acqua che disseta il cuore mai sazio e che si aggrappa e attinge a tante esperienze per calmare la sete, colmarlo di felicità che subito evapora.  Quindi, primo aiuto, non fuggiamo l’incontro con Gesù che non disdegna di attenderci e incontrarci là dove noi pensiamo di risolvere la nostra sete, le cose di questo mondo, o le scelte che non seguono i suoi insegnamenti.

È un incontro che deve svolgersi nella più grande sincerità, senza nulla nascondere a chi conosce il nostro cuore, e ci aiuta a prendere atto dei nostri tentativi di calmarlo, non riuscendoci noi. Egli accetta pure che tentiamo di distrarlo con argomentazioni che vorrebbero impiantare discussioni pur di non assumerci le nostre responsabilità o una ricerca sincera, come fa la donna quando viene scoperta nella sua condizione. Pone una questione, diremmo, teologica: dove dobbiamo adorare Dio? Qui o a Gerusalemme?”. Risposta: Non dobbiamo preoccuparci “dove” incontrare Dio, ma “come”!

Infatti, ecco la risposta di Gesù, “adorerete Dio in Spirito e verità”, richiama a quell’acqua viva che egli dà a coloro che lo accolgono, e che poi diventa pure fonte anche per altri. Questo può già avvenire risvegliando il dono che è in noi con il Battesimo. Il primo passo di conversione è riappropriarci di esso, e quindi il recupero di un vero rapporto intimo con Dio che ha sete di noi; un rapporto personale d’amore non basato su pratiche religiose, vuote ritualità, finte devozioni.  In questo rapporto sta a cuore al Signore che noi troviamo di che saziare la nostra sete, e far sì che avvenga quello che è accaduto alla donna che dopo cinque mariti, ha trovato finalmente lo Sposo! Non è necessario che facciamo la stessa trafila.  Basta che ci lasciamo sorprendere da Lui, dalla Sua vicinanza, dalla sua comprensione, dalla sua offerta di acqua viva, lo Spirito, e allora, lasciata l’anfora con cui ci sforziamo di attingere, diverremo anche fonte della stessa acqua, dello stesso Spirito, dello stesso amore, per tutti quelli che andiamo ad incontrare ogni giorno.