domenica 22 marzo 2020

BRICIOLE di PAROLA
...nell'omelia 


4° Quaresima A – 22.03.2020

1Sam 16,1b.4.6-7.10-13 e Giovanni 9,1-41

Che mancanza di rispetto! Che insensibilità! Che paradosso! Mentre il mondo è nell’angoscia più grande, nella paura che non si stempera, nel lutto e nel pianto che non trovano consolazione, nella faticosa ricerca per sopravvivere a tanto male, una simile parola ci è rivolta e invita alla preghiera oggi: “Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell'abbondanza della vostra consolazione”.
E se, invece, fosse la rivelazione che la prova volge al termine? L’assicurazione che Dio ha deciso di intervenire a nostro favore. Certo, troveremmo modo di dire : “Ma dov’è stato fino adesso? Sono morte tante persone, tanti sono ancora nella sofferenza per sé e per i propri cari. Dove è stato”. E’ stato lì, a condividere la pena, la paura, la malattia, la morte; a condividere le ore di fatica e di sonno di tante persone in soccorso ai malati, a cercare di dare sicurezza agli altri. Sì, la preghiera della Chiesa in questa 4° domenica di Quaresima sia apre con questa parola profetica, che non vuol dire lontana, ma che è parola di Dio che fa ciò che è detto. “Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell'abbondanza della vostra consolazione”. A Dio la fedeltà non viene meno. A noi, la fede non può venire meno!
E ancora la preghiera della Comunità che, anche se non si può riunire fisicamente, si fa un corpo e un’anima sola per affidare a Dio la salute e la salvezza propria e del mondo:  “O Dio, Padre della luce, tu vedi le  profondità del nostro cuore: non permettere che ci domini il potere delle tenebre,  ma apri i nostri cuori con la grazia del tuo Spirito, perché vediamo colui che hai mandato sa illuminare il mondo, e crediamo in lui solo, Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore”.
Poi la Parola. Di questa è il Salmo, la preghiera di chi confida nel Signore che dà protezione e salvezza poiché Egli è Pastore che nulla fa mancare al suo gregge, né cibo né letizia, il riposo; lo guida e difende. “Mi guidi per il giusto cammino. Anche se ora attraverso una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Tu mi dai sicurezza. Posso contare sulla tua bontà e fedeltà tutti i giorni della mia vita”. Vita, che non si ferma, noi lo crediamo, a questi anni, pochi o molti che passiamo qui.

Ma siccome noi siamo duri a credere, ecco la domanda dei suoi discepoli a proposito dell’uomo cieco dalla nascita. «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Un interrogativo che a volte con altre parole sorge anche in noi: “Ma cosa ho fatto io per meritarmi tutto questo? Cosa ha fatto quello lì per avere tutte quelle disgrazie?”. Risposta di Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. Traduciamo tutto per oggi: “cosa mai abbiamo fatto per attirarci, o addirittura meritarci, una disgrazia simile, un così grande flagello come il coronavirus?” Così, infatti, ci capita di pensare di Dio, in un modo che non corrisponde alla verità su di lui.

“…perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. No, Dio non strumentalizza a suo vantaggio la sofferenza o la disgrazia che ferisce l’umanità. Ne è pure Lui sottomesso. Accettando di incarnarsi in Gesù, è venuto a fare esperienza e a mettersi sotto questo giogo. Non ha voluto esserne esonerato. Vuole e “deve” obbedire perché l’amore glielo chiede! E allora dove sta “l’opera di Dio”? Proprio in questa solidarietà d’amore e di dolore, nel rivelarci il primo e nel farsi carico del secondo. Una rivelazione che ci sorprende e che la “cecità” nostra  vorrebbe negare, come gli scribi e i farisei; e un aiuto che ci “guarisce”, ci apre gli occhi, ci libera, un aiuto che l’orgoglio nostro  rifiuta. Dio non ha bisogno del male per farsi conoscere e amare. Sarebbe crudele, cinico approfittatore delle nostre sofferenze, ma vuole che noi, nelle sofferenze per un mistero di iniquità e fragilità, lo conosciamo, sappiamo di essere amati e salvati.

Noi non abbiamo tutta queste fede per credere ad una tale grazia. Non abbiamo “luce” a sufficienza. Allora ecco la parola confortante con cui si chiude la prima lettura che parla dell’unzione di Davide in mezzo ai suoi fratelli:  “lo Spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi”. Anche me lo Spirito “fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l'anima mia” (Salmo 23,2-3).



Nessun commento:

Posta un commento