...nell'omelia
4° Quaresima A – 22.03.2020
1Sam
16,1b.4.6-7.10-13 e Giovanni 9,1-41
Che mancanza di rispetto! Che
insensibilità! Che paradosso! Mentre il mondo è nell’angoscia più grande, nella
paura che non si stempera, nel lutto e nel pianto che non trovano consolazione,
nella faticosa ricerca per sopravvivere a tanto male, una simile parola ci è
rivolta e invita alla preghiera oggi: “Esultate
e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell'abbondanza della
vostra consolazione”.
E se, invece, fosse la
rivelazione che la prova volge al termine? L’assicurazione che Dio ha deciso di
intervenire a nostro favore. Certo, troveremmo modo di dire : “Ma dov’è stato
fino adesso? Sono morte tante persone, tanti sono ancora nella sofferenza per
sé e per i propri cari. Dove è stato”. E’ stato lì, a condividere la pena, la
paura, la malattia, la morte; a condividere le ore di fatica e di sonno di
tante persone in soccorso ai malati, a cercare di dare sicurezza agli altri.
Sì, la preghiera della Chiesa in questa 4° domenica di Quaresima sia apre con
questa parola profetica, che non vuol dire lontana, ma che è parola di Dio che
fa ciò che è detto. “Esultate e gioite,
voi che eravate nella tristezza: saziatevi
dell'abbondanza della vostra consolazione”. A Dio la fedeltà non viene
meno. A noi, la fede non può venire meno!
E ancora la preghiera della
Comunità che, anche se non si può riunire fisicamente, si fa un corpo e
un’anima sola per affidare a Dio la salute e la salvezza propria e del mondo: “O Dio,
Padre della luce, tu vedi le profondità
del nostro cuore: non permettere che ci domini il potere delle tenebre, ma
apri i nostri cuori con la grazia del tuo Spirito, perché vediamo colui che hai
mandato sa illuminare il mondo, e crediamo in lui solo, Gesù Cristo, tuo
Figlio, nostro Signore”.
Poi
la Parola. Di questa è il Salmo, la preghiera di chi confida nel Signore che dà
protezione e salvezza poiché Egli è Pastore che nulla fa mancare al suo gregge,
né cibo né letizia, il riposo; lo guida e difende. “Mi guidi per il giusto cammino. Anche se ora attraverso una valle
oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Tu mi dai sicurezza. Posso
contare sulla tua bontà e fedeltà tutti i giorni della mia vita”. Vita, che
non si ferma, noi lo crediamo, a questi anni, pochi o molti che passiamo qui.
Ma siccome noi siamo duri a credere, ecco la domanda dei suoi discepoli a proposito dell’uomo cieco dalla nascita. «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Un interrogativo che a volte con altre parole sorge anche in noi: “Ma cosa ho fatto io per meritarmi tutto questo? Cosa ha fatto quello lì per avere tutte quelle disgrazie?”. Risposta di Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. Traduciamo tutto per oggi: “cosa mai abbiamo fatto per attirarci, o addirittura meritarci, una disgrazia simile, un così grande flagello come il coronavirus?” Così, infatti, ci capita di pensare di Dio, in un modo che non corrisponde alla verità su di lui.
“…perché in lui siano manifestate
le opere di Dio”.
No, Dio non strumentalizza a suo vantaggio la sofferenza o la disgrazia che
ferisce l’umanità. Ne è pure Lui sottomesso. Accettando di incarnarsi in Gesù,
è venuto a fare esperienza e a mettersi sotto questo giogo. Non ha voluto esserne
esonerato. Vuole e “deve” obbedire perché l’amore glielo chiede! E allora dove
sta “l’opera di Dio”? Proprio in questa solidarietà d’amore e di dolore, nel
rivelarci il primo e nel farsi carico del secondo. Una rivelazione che ci
sorprende e che la “cecità” nostra vorrebbe
negare, come gli scribi e i farisei; e un aiuto che ci “guarisce”, ci apre gli
occhi, ci libera, un aiuto che l’orgoglio nostro rifiuta. Dio non ha bisogno del male per farsi
conoscere e amare. Sarebbe crudele, cinico approfittatore delle nostre
sofferenze, ma vuole che noi, nelle sofferenze per un mistero di iniquità e
fragilità, lo conosciamo, sappiamo di essere amati e salvati.
Noi
non abbiamo tutta queste fede per credere ad una tale grazia. Non abbiamo “luce”
a sufficienza. Allora ecco la parola confortante con cui si chiude la prima
lettura che parla dell’unzione di Davide in mezzo ai suoi fratelli: “lo Spirito
del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi”. Anche me lo Spirito “fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l'anima mia” (Salmo 23,2-3).
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