...nella meditazione
Quaresima 2020
26 marzo 2020
Esodo 32,7-14 e Giovanni 5,31-47
Le parole di Dio, il suo triste lamento, l’”accusa”
che, nella prima lettura, rivolge al suo popolo, ci potrebbero far cadere nella
tentazione che ce lo fa sentire ancor più lontano da noi il nostro Dio. Lo
sfogo Suo, riportato nella prima parte del dialogo con Mosè, porterebbe a
pensare che quanto ci accade sia una punizione perché anche noi che, a volte “popolo dalla dura cervìce” (cfr Es
32,9) ci siamo fatti, con il nostro modo di vivere, un “vitello di metallo fuso” (cfr Es 32,8). Abbiamo riposto in questo
la nostra salvezza e felicità, e dimenticato invece chi davvero ci ha liberato,
può e vuole ancora farci “uscire dalla terra
d'Egitto con grande forza e con mano potente” (cfr Es 32,11).
Ma questo pensiero su Dio, alla luce della
rivelazione del Suo volto che ne ha fatto Gesù, rimane bestemmia. E scriverlo,
Dio mi perdoni!, Gli reco un’ingiustizia grande quasi quanto la sua Bontà! Ma
lo faccio, non per mancare nei confronti della verità che Gesù ha portato e
verso di Lui, Padre nostro, ma perché, nella prova del momento, c’è la
tentazione di pensare in questo modo.
Dio non punisce, Dio libera, e là dove i Suoi figli
s’ingannano, sbagliano, partecipa alle conseguenze delle loro scelte errate che
spesso lo ignorano o lo rifiutano; e manda il suo Figlio, non a condannare, ma
a dare salvezza; ci chiama, noi, Suoi figli, nelle vicende dell’esistenza, nel
cammino in questo deserto in cui possiamo smarrirci, a conversione. Manda Gesù a
condurci sulla via della vita! Per questo Egli richiama oggi con espressioni forti
coloro che non credono in lui, non lo riconoscono, non lo accolgono nelle opere
che il Padre gli ha dato da compiere, opere che “testimoniano di me che il Padre mi ha mandato (cfr. Gv 5,36).
E’ vero! Gesù non ha parole tanto tenere con chi lo
rifiuta per la testa dura, per il cuore chiuso, che tiene a motivo della
propria superbia, arroganza, presunzione di essere giusti e bastare a sé stessi
condannando gli altri, e trasgredendo, invece, ciò che Dio vuole, cioè la misericordia,
la verità di tanti atti esteriori, la pietà. “Vi conosco: non avete in voi l'amore di Dio… voi che ricevete gloria
gli uni dagli altri…” (cfr. Gv 5,42) Ma anche per costoro vivrà e offrirà
fino in fondo tutto l’Amore che l’ha mandato a noi, fino alla morte sulla
croce! Perdonando!
Richiamando fortemente chi non vuol comprendere e
si chiude, Gesù non rinuncia a manifestare quanto Gli stiamo a cuore, a tal
punto che morirà per liberarci dal male e dalla morte, affrontandola e
sconfiggendola con la risurrezione. Egli è il nuovo “Mosè” che intercede perché
noi abbiamo salvezza. Salvezza che viene non perché una punizione potrebbe
incombere su di noi. Ripeto: Dio non punisce, Dio libera, Dio educa alla libertà
vera! Quindi Gesù non storna da noi “l’ardore
dell’ira di Dio” (cfr Es 32 ,12) – benedetto sia l’Altissimo – ma ci ottiene
“il fuoco del Suo Amore”, che è misericordia e perdono, guarigione e
liberazione, per una via nuova. Gesù ricorda a Dio il Suo giuramento di non
abbandonarci! Anzi, Lui, non abbandonato nella morte ma risorto, ne è la
memoria vivente!
Nel contrastare la tentazione che ci assale, ci
difende la parola di Gesù, parola confermata dalle sue opere: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il
Figlio unigenito; chiunque crede in lui ha la vita eterna” ( Gv 3,16).
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