...nellomelia
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Quaresima A – 29.03.2020
Ezechiele 37,12-14 -
Romani 8,8-11 – Giovanni 11,1-45
Quale annuncio di speranza, oggi!
Già lo avvertivamo nelle preghiere, suppliche, nell’abbandono all’amore di Dio,
che contagiavano di bene, contrastando il male, la nostra convivenza, il mondo
intero. Dio vede il cuore, e sa ascoltare, apprezzare, il lamento dei suoi
figli! Sono stati momenti di grazia quei segni che ci hanno fatto sentire
comunità, anche universale, un solo corpo e una sola anima: la supplica del
nostro Vescovo Beniamino alla Madonna di Monte Berico, la preghiera del Padre
Nostro con il Papa, e sempre con Papa Francesco, l’affidamento al Crocifisso e
l’adorazione all’Eucaristia, così intensa, dove nel silenzio, così profondo, e
nelle suppliche umili e accorate abbiamo invocato l’aiuto del cielo, ricevendo la
Benedizione estesa al mondo.
Quale annuncio di speranza in
tutto questo, confermato dalla Parola che oggi ci viene rivolta! Nelle
espressioni riportate dal profeta Ezechiele: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe,
o popolo mio…” e poi nel prodigio compiuto Gesù presso la tomba dell’amico
Lazzaro, “colui che tu ami”, e che
era ammalato: “Lazzaro, vien fuori!”.
Anche qui, come domenica scorsa con il cieco, Gesù aveva rassicurato chi aveva
sollecitato un suo intervento: “Questa
malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo
di essa il Figlio di Dio venga glorificato”, cioè venga manifestato l’amore
e la potenza di Dio, che non è per evitare la morte, ma per vincerla. La vince
con questo grido: “Lazzaro, vieni fuori!”
Perché Gesù grida? Perché non può
permettere che il male gli porti via colui e coloro che il Padre gli ha
affidato. Nemmeno la morte può farlo, e affinché questo non avvenga più,
l’affronterà egli stesso. Pur sperimentandola, la vincerà. Ecco il primo
segreto, ma non troppo, che dà salvezza, che ridà vita: l’amore che il Padre
gli ha consegnato per noi, suoi fratelli, e lo Spirito per manifestarlo. Vale
per Lazzaro, e per tutti noi che in Lazzaro ci ritroviamo. Innanzitutto perché siamo
coloro che Egli ama. E poi per questa esperienza di morte in cui ci troviamo seppelliti
e non riusciamo o ci chiediamo quando ne verremo fuori. La nostra speranza è in
Gesù che con noi e per noi, per tante persone ammalate assalite portate via dal
male, per le loro famiglie, piange. No, Gesù, anche se come Marta non possiamo
tacere il lamento e trattenerci dal
muovergli un rivolgergli un fraterno rimprovero, “se tuo fossi stato qui…”,
non tarderà a manifestare la sua gloria, cioè tutto il suo amore, amore
che sta nella vita dell’uomo non più preda della morte.
Accanto all’amore che muove Gesù
alla compassione fino alle lacrime è la fede di Maria e anche di Marta che
riporta in vita l’amico che già da quattro giorni sta nel sepolcro; che apre al
gesto clamoroso per la gente, grazie al Padre Suo che sempre ascolta la sua
preghiera. Anche se noi ci siamo, ormai, da molti più giorni nel sepolcro, verrà
la nostra guarigione profonda, la nostra liberazione, se crediamo in Lui. Tutto
quello che viene fatto, ordinato, predisposto, possiamo paragonarlo a quel “togliere
la pietra” che ostruiva l’accesso alla tomba in cui era stato sepolto
Lazzaro. Ben vengano, l’attenzione, la
dedizione dei molti che si prodigano nella cura e nella consolazione di chi è
provato, l’impegno di uomini e donne che nelle varie responsabilità si danno da
fare per arginare, rimuovere questo male. Determinante è affidarci a Gesù, che,
accettando il lamento che Marta gli aveva rivolto, conferma: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la
gloria di Dio? Tuo fratello risorgerà”.
Ma che significa in questo momento
“risorgere”? Questa la nostra risurrezione: “…
aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò
entrare in voi il mio spirito e rivivrete… Saprete che io sono il Signore”.
Opera di Dio e della nostra fede! Ci sono le tombe, i sepolcri, che hanno
accolto il corpi o le ceneri di tanti nostri cari che, morti nella solitudine,
piangiamo, e che onoreremo. Ma ci sono le tombe, i sepolcri, da cui patendo
questo virus, il Signore ci trae fuori. Le nostre tombe più oscure sono lo
stare sotto il dominio della “carne”, cioè la mentalità di questo mondo, e il
peccato, la mancanza d’amore che la infetta; i sepolcri impenetrabili sono la
nostra arroganza, superbia, la presunzione, gli idoli con i quali pensiamo di aver
abbellito, ipocritamente, la nostra esistenza. La nostra risurrezione è allora
non lasciarsi più dominare dal peccato, dallo spirito mondano; la guarigione la
liberazione da esso. Non dimentichiamo l’annuncio ripetuto da Paolo nella
seconda lettura : Già “lo Spirito di Dio abita in noi”. Ed è Spirito di risorti!
Viviamo in esso! Fino a qui, è questo un mondo in cui l’amore di Dio non può e
non vuole lasciarci. Piange e ci grida “Vieni
fuori”. E fuori noi veniamo! Sì, andrà tutto bene, perché, anch’io, “dal profondo a te, grido o Signore”
(Salmo 130,1) e “con te è la
misericordia”.
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