giovedì 27 dicembre 2018

BRICIOLE di PAROLA
...nell'omelia

Notte di Natale 24.12.2018

Carissimi tutti “vi annuncio una grande gioia”. Sì, ci è data stanotte una “grande gioia”!
Troppo a lungo noi ci arrabattiamo e ci illudiamo con gioie, che poi non sono tali, minuscole, futili, passeggere, provvisorie, persino meschine…Ora viene una gioia “grande”, immensa, inimmaginabile fino a questo momento; “grande” come lo è il nostro Dio che ce la dona.

Questa gioia “sarà di tutto il popolo”, è per tutti, per l’umanità intera. Troppo spesso ciò che chiamiamo gioia, la teniamo per noi; e così si spegne tra le nostre mani, lasciandoci nella delusione e amarezza, al buio e al gelo. Sì, buio e gelo sono le nostre condizioni non metereologiche ma del cuore, della vita, in cui il peccato, la non conoscenza dell’amore, il diniego, il rifiuto di esso ci confinano. E allora, come i pastori, ci limitiamo a fare la guardia al nostro gregge, alla nostra… sicurezza.
Ma questa gioia è per tutti! Non possiamo pensare e lasciare che tante persone, nostri fratelli e sorelle, a causa di paura, egoismo, interesse, non conoscano la gioia, l’amore. Dai nostri stessi familiari, quelli che abitano la nostra casa a quelli che bussano alla nostra casa; da chi ha scelto per propria stoltezza strade di male, a coloro che noi stessi con la nostra indifferenza abbiamo spinto su queste, o li abbiamo fuggiti.Gioia grande per tutti è un “bambino nato per noi”, “un figlio ci è stato dato”: il Salvatore, il Cristo Signore!”
 
Tutti la cerchiamo la salvezza, l’attendiamo, la chiediamo, anche coloro che affermano di non averne bisogno. Salvatore non è colui che mi toglie dai guai, mette fine alle mie disgrazie, innalza muri e barriere. Il Salvatore viene a scioglierci da lacci della morte, a spezzare catene d’odio, a dare libertà a chi è prigioniero del male, perché annuncia e realizza una lieto messaggio: “Dio vi ama!”.
Voi volete vivere senza Dio – perché così ci siamo ridotti -? Ma Dio non può e non vuole vivere senza di voi, perché vi ama! Ecco l’Emmanuele, “il Dio con noi”. Ma dobbiamo essere disposti ad accoglierlo e seguirlo come si presenta, e sarà “gloria nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”.
Ha il volto di un Bambino, “…avvolto in fasce adagiato in una mangiatoia”, che sa di tenerezza e di latte, di baci e di panni che lo riscaldano, il volto dell’umiltà, della bontà, della debolezza. E questo è per noi scandaloso! Mendica accoglienza e porta gioia, rivela subito i tratti del Padre suo celeste che non s’impone ma offre la nostra vera salvezza: essere amati! Questo Dio fattosi “bambino” è umanità bella, umanità di cui abbiamo nostalgia.

Con stupore con e come i pastori andiamo a conoscere questa umanità di Dio in Cristo Gesù:“ Andiamo a vedere ciò che è accaduto”, diranno. Vedere, con gli occhi stupiti della fede, Gesù è la vera conoscenza che salva.
Diamo calore a questa umanità avvolta in “fasce”, ancora piccina ma che vogliamo cresca in noi, con noi, tra noi. Offriamo il calore di chi apre il cuore e, se necessario, le porte della propria casa; il calore di un abbraccio, di un sorriso, il calore del perdono, della solidarietà. Una calda umanità – che poi è amore - è vero decreto sicurezza. Dio ci ha dato un “decreto di salvezza” dall’individualismo e dall’egoismo di tante nostre relazioni gelide e formali.

Carissimi, tocchi il nostro cuore il vagito di quel Bambino che ci è nato e il pianto di ogni bambino, di ogni persona privata della nostra umanità E per quanti in questa santa notte di teneri affetti sono nel buio della prova, sentono l’assenza della persona più cara, conoscono solitudine, angoscia e preoccupazioni, per costoro sia l’eco del canto degli angeli, sia la pace che è scesa tra noi. Buon Natale!

domenica 23 dicembre 2018

Piccola Ode Natalizia!


Attesa e non solo  (Luca 1,39-45; 2,8-16)

23 dicembre

Luna piena
il grembo materno,
a tempo di grazia
è il disegno paterno

Vergine madre,
testimone in carità,
sollecita annuncia
l’inattesa bontà

Seme divino l’abita,
di vita Spirito e d’amore
dal Padre e dal Figlio
procede il Salvatore

Della casa la soglia
è spazio di danza,
vien dal cuore di donna
incontenibile speranza

Abbracci di lode,
gioioso il canto, 
per umile fede pronta
verrà da Dio il Santo

Non stai nella pancia
tu bambino asceta,
con la forza di Elia
dell’Altissimo profeta

Donna, nome nuovo
di creatura e grazia,
per te il mondo s’inebria,
calice di vita buona, sazia

Donne di casa,
sterile e chiuso giardino,
prodigioso luogo,
commosso m’inchino

Giorni d’incontro
son benedizione e lode,
familiari ed amici,
ognun ne gode

Non più doglie
nell’ attesa finita,
sussulti di gioia
son spinte di vita

Precorri Giovanni,
dono di Dio,
prepara le strade
al Signor tuo e mio

Nascerà il Bambino,
il nome suo Gesù,
del Cielo il volto
porterà quaggiù

* * * * * *

Notte di Natale!

Nebbia e oscurità,
ma benedetto l’inverno,
splendore e Luce
son dono dell’Eterno

Or festa si fa d’angeli,
nel silenzio tutto tace,
e luce la Parola carne
per l’umana pace

Esplosione sia
viva vera santa,
di celestial gioia
la terra colma tanta

Non augurio né voti,
ora si fa certezza
l’Amore alto, s’abbassa,
mostra Sua Bellezza

“Dunque”, fuor della notte
curiosi il passo moviamo
stupiti a veder l’Amato,
con “gioia grande” adoriamo.

domenica 16 dicembre 2018

BRICIOLE di PAROLA
...nell'omelia

 3° Avvento C – 16.12.2018

- Sofonia 3,14-17 - Filippesi 4,4,-7 - Luca3,10-18

“Deponi le vesti del lutto e del lamento”, così ci esortava domenica scorsa la parola del Signore. Oggi è ancora più chiaro e forte l’invito: “Rallegrati, grida di gioia, esulta e acclama con tutto il cuore”, insiste il profeta. Anche Paolo, nella 2° lettura, è sulla stessa linea: “siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti…la pace custodirà i vostri cuori”.
 
La ragione? “Il Signore gioirà per te, esulterà per te”. Il Signore gioisce per me, è contento per me, spera in me, non a motivo della mia bravura o santità, ma per il suo amore e misericordia. “Sta contento, dice il Signore, io sono felice per te e di te”.
E avere qualcuno che mi dice: “Sai, sono proprio contento di te, tu sei la mia gioia, tu mi fai tanto felice” è pure motivo della mia gioia. Mi sento amato! E la vita cristiana è gioia di essere amati, lo va ripetendo papa Francesco.
 
Allora «non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia». Tutto questo dentro un orizzonte di idolatria, di ingiustizia, di materialismo e abusi che intristiscono la nostra esistenza.
Manifestiamo questa serenità interiore con la nostra amabilità verso tutti come augura Paolo nel suo scritto. E noi vogliamo convertirci a questo annuncio, a questa “bella notizia”.

Ci viene una domanda che non deve essere angosciante. “ Che cosa dobbiamo fare?”.
La parola concreta e precisa di Giovanni Battista, dal quale viene la forte esortazione alla conversione, ci dà qualche indicazione, qualche dritta.
Egli dice che non si tratta di fare cose strane o in più. “Voi che siete addetti alla tasse non spremete la gente mettendo tangenti a vostro interesse; e voi che avete in mano la forza, non approfittate del vostro ruolo per maltrattare, estorcere”.
 
A noi che siamo cristiani quotidiani potrebbe dire “fate bene le cose di ogni giorno”: se siete sposi e genitori, siate fedeli nel matrimonio e capaci di ascoltare i figli; se siete lavoratori, fate una vita professionale onesta e seria pensando che il frutto del lavoro può essere fonte di solidarietà e carità…
E così, cristiani quotidiani, diventiamo motivo di gioia anche per gli altri, per tutti, e mostriamo che davvero è in mezzo a noi Dio.

Nelle risposte di Giovanni Battista a questa domanda non c’è nulla che riguardi la religione, nulla che riguardi il culto. Non dice “andate di più al tempio, portate delle offerte, pregate di più”, ma suggerisce atteggiamenti di giustizia, di solidarietà, di condivisione nei confronti dell’uomo. Se vogliamo veramente corrispondere a Dio in modo gradito a Lui, dobbiamo avere a che fare con l’uomo.

Manca poco più di una settimana al Natale del Signore, che si rallegra per noi perché ci vuole bene. Rassereniamo il nostro animo e la nostra mente . Se qualcosa ancora ci inquieta, raccogliamo questo invito: “Non temere, non lasciarti cadere le braccia…il Signore è vicino”.




mercoledì 12 dicembre 2018

BRICIOLE di PAROLA
...nell'omelia


2° Avvento C – 09.12.2018

- Baruc 5,1-9       - Fil 1,4-11        - Luca 3,1-6

“Verranno giorni in cui realizzerò le promesse di bene che ho fatto”, era la bella notizia di domenica scorsa prima di Avvento, in mezzo a tante inquietudini e paure.

Oggi, la parola del Signore, attraverso un altro uomo di Dio, Baruc, continua sulla stessa linea di speranza . “Deponi, Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione rivestiti dello splendore della gloria, cioè dell’amore, che ti viene da Dio per sempre”. Bellissimo invito.
“Abbandona ogni tristezza e amarezza”, Egli dice a noi, a ciascuno e a tutti. Questa “gloria” è condizione della nostra gioia, conferma l’ ultima riga del brano proclamato. Sempre nello stesso brano, veniamo così a riascoltare l’esortazione di domenica scorsa ad alzarci in piedi : “Sorgi e sta’ in piedi, o Gerusalemme”.
Perché, ecco ancora la “buona notizia”, Dio stesso ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni di colmare le valli livellando il terreno, affinché camminiamo sicuri sotto la sua bontà.

Nel Vangelo Giovanni il Battista riprende questo impegno di Dio perché diventi anche impegno dell’uomo, e lo preciserà; ma intanto è Dio stesso che si assume l’onere di un grande intervento che è per il nostro bene e felicità, la nostra gioia.  
Ma chi raccoglie questo impegno? Chi viene coinvolto? Su chi conta Dio per realizzare le sue promesse?
La solennità dell’Immacolata che abbiamo celebrato ieri ci fa conoscere che il progetto di Dio di dare e assicurare salvezza all’umanità comincia con una sconosciuta creatura, Maria di Nazareth, nella sua esistenza libera fin dal primo istante da ogni ombra di peccato. Per fare qualcosa di nuovo e di bello, Dio, pur nominandoli l’evangelista Luca i potenti di turno, inizia dagli umili, dai poveri.

Infatti “la parola di Dio scese su Giovanni nel deserto”.
Nel deserto delle parole umane, spesso consumate, ambigue, interessate.
Nel deserto, che è la nostra aridità, la prova, il disorientamento che ognuno può portare dentro di sé.
Nel deserto: condizione o luogo dove s’impara a conoscere, purificare la nostra fede e confidare nella vicinanza di Dio, se vogliamo sopravvivere e giungere ad una vita dignitosa e buona. Andare incontro a Colui che viene, come esortava la Parola domenica scorsa, è un nuovo esod,o un cammino che ci fa nuovi.

Ecco il senso della citazione del profeta Isaia nella parole di Giovanni: Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”. Occorre riassestare la vita: colmare burroni di disparità e vuoti di giustizia, abbassare ogni prepotenza, e volontà di essere sopra gli altri, togliere di mezzo la tortuosità dell’inganno, spianare  le alture della superbia, come diceva preghiera poco fa, che crea difficoltà a chi vuol camminare diritto… Tutto questo attraverso la carità, l’amore.

Impresa impossibile? Paolo, nella lettera di cui abbiamo letto alcune righe, rassicura tutti che Dio porterà a compimento la sua opera buona. Egli non lascia niente a metà! E così “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”, e il deserto, il nostro deserto fiorirà!



domenica 2 dicembre 2018

BRICIOLE di PAROLA
...nell'omelia

 1° Avvento C – 02.12.2018

- Geremia 33,14-16 - 1Tessalonicesi 3,12-4,2 - Luca 21,25-36

Inizia il tempo di Avvento.
Tempo di attesa gioiosa del Signore che viene.
Viene nell’umiltà e nella bellezza della carne umana,
per vivere con noi.
Verrà un giorno nella bellezza e nella gloria,
perché abbiamo a vivere con Lui.
Viene ogni giorno, in una presenza che vogliamo imparare a scorgere e ad accogliere.

Ma chi è Colui che viene? Colui che attendiamo e che è pur presente? Colui in cui crediamo?
E’ il Figlio dell’uomo (così lo annuncia il vangelo e si riferisce a Gesù). Egli è colui che perdona i nostri peccati, si mostra solidale con noi perché non abbiamo a perire, è venuto a salvare ciò che era perduto, ci ama sino a dare la vita per i peccatori; il suo giudizio sarà misericordia persino per i suoi uccisori, è giudice di misericordia per tutti. Il Signore che viene è Colui che mi ha amato e ha dato se stesso per me, perché io abbia la pienezza della vita che va oltre la morte.

Poiché è questi Colui che io, noi, attendiamo, e viene, le promesse di bene annunciate nella prima lettura attraverso le parole del profeta (Geremia 33,14), si realizzeranno. Allora quella angoscia, ansia e paura che sanno di maledizione, paventate nelle prime righe del vangelo che abbiamo ascoltato stamattina, dovranno lasciare il passo ad uno sguardo di speranza, di sollievo, al capo che non si trova schiacciato per tanti sconvolgimenti che sono all’ordine del giorno, ma che si alza “perché la liberazione è vicina”.
Colui che viene, viene proprio per mostraci la sua misericordia e darci salvezza!
Ecco perché osiamo annunciare ed invitare ad una attesa gioiosa. Ciò che ancora ci turba, ci spaventa, ci fa soffrire, permane, ma chi fa passare dalla tristezza e paura alla sollievo e alla liberazione, è Gesù, ormai vicino, sempre vicino. Questa “buona notizia” ha il sopravvento su ogni sciagura e sofferenza!

Come attendere? Come non vanificare questa venuta di Colui che mi risolleva da ogni prostrazione? “State attenti a voi stessi” . Le parole sono chiare. Non sono le cose, pur tristi e pesanti, che ci succedono attorno che possono farci del male, ma noi stessi, rendendo pesante il nostro cuore con dissipazioni, distrazioni, stordimenti, preoccupazioni esagerate. “State attenti a voi stessi!”. Abbiate occhi per discernere, per orientarvi bene, per scegliere bene ciò che vale. Insomma: “Vegliate!”
E fatelo “pregando”, abbiate cuore, cioè amore, che è la preghiera più grande, che rende “saldi i vostri cuori, onesti e fedeli nella santità vera” (Tessalonicesi 3,12-13). Nell’amore c’è la forza per non lasciarci imprigionare da eventi malvagi e da prove, e stare davanti a Colui che viene non con timore ma con lode e gratitudine.

La Vergine Immacolata, che tra qualche giorno onoreremo nella sua solennità, già “veglia e prega” su di noi. Con la materna protezione sua, segno della grazia di Dio, nell’attesa gioiosa del Signore sia sciolta ogni paura e si rialzi il nostro capo,

lunedì 26 novembre 2018

BRICIOLE di PAROLA
… Apocalisse 14,1-3.4b-5 e Luca 21,1-4

(omelia S.Messa trasmessa da Radio Maria nella Parrocchia SS. Redentore – Lonigo –VI)

La Parola ora proclamata ci fa testimoni di due liturgie: la liturgia del cielo, di cui parla la prima lettura, tra gli angeli e i redenti davanti all’Agnello in piedi, davanti al suo trono. E’ una liturgia gloriosa e solenne, maestosa, grandiosa, dove le voci, potenti come tuoni, si accordano nel canto nuovo con il suono delle cetre. E’ una liturgia alla quale ambiamo, una liturgia di paradiso. Per il momento ci accontentiamo di sognarla attraverso queste parole, in attesa di goderne la visione e di prendervi parte pienamente quanto sarà il tempo.

Non è da meno l’altra liturgia, quella della terra, che, come narra il vangelo, si svolge al tempio dove una vedova povera compie il gesto di gettare due monetine nel tesoro. Era il suo modo, secondo le sue possibilità, di celebrare il Dio altissimo e di dare lode a Lui, di manifestare la sua fede semplice. Come semplice e nascosta, dignitosa e umile, è appunto questa liturgia. Ma non è meno celestiale di quella descritta nel libro dell’Apocalisse; anzi attira l’ammirazione, la benedizione di Gesù, testimone di tale atto di adorazione che non sfigura davanti ad angeli e santi. Ecco la “buona notizia” di oggi!

In questa singolare liturgia della terra noi vorremmo ritrovarci nel vivere con dignità la nostra condizione di creature semplici, umili, lontane da ogni ostentazione, e, come ha fatto appunto la donna, vedova povera, nel “gettare – in Dio - tutto quello che abbiamo”, o meglio quello che siamo, quello che la vita ci chiama ad essere.

Non poteva esserci vangelo più appropriato oggi per la Chiesa vicentina che onora la Beata Gaetana Sterni, vissuta nel secolo 19°. Giovanissima, rimase vedova dopo pochi mesi dall’aver contratto matrimonio con un vedovo; fu separata dagli orfani a lei affezionatissimi, e venne allontanata dalla casa; impegnò tutta se stessa a servizio dei poveri nella città di Bassano del Grappa. Gettando tutto di sé nelle mani di Dio, come la vedova del vangelo, visse da religiosa e dette vita alla congregazione delle Suore della Divina Volontà.
Sul suo esempio, e per la sua intercessione, anche la preghiera nostra, la liturgia quotidiana della vita, sia a lode della Sua gloria e a gioia dei fratelli. Assaggio e anticipo di paradiso. Amen.


domenica 25 novembre 2018

BRICIOLE di PAROLA
...nell'omelia

34° Domenica B – Cristo Re – 25.11.2018

- Daniele 7,13-14 - Apocalisse 1,5-8 - Giovanni 18,33-37

Riconosciamo, onoriamo, adoriamo, Cristo Gesù, il Figlio di Dio, “simile ad un figlio di uomo” (1° lett.), Re e Signore della nostra vita, della nostra storia, della mia vita e della mia storia, Re e Signore di amore di misericordia, di perdono. “Io sono re…”. Ma “il mio regno non è di questo mondo, non è di qui”.

E non perché non si interessa della terra, del mondo, ma perché è un regno che ha un’altra logica, tutt’altra, lontanissima anni luce, dalla mentalità dei regni terreni.
Quest’ultima è combattere. “I miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei”.
Dove si combatte, dove si fa violenza, dove il criterio è essere vincenti, dove si abusa dell’altro, dove si fa strada la voracità del potere, del denaro, dell’ “io”..., Gesù dice: no, non è di qui, non passa di qui il mio regno.


E’ là dove l’altro conta più della mia vita, là dove ci si consegna agli altri, là dove ci si batte per la libertà dell’altro, per il rispetto dell’impronta di Dio nell’altro e nel creato. Là si può dire: passa di qui il regno di Dio. Il Regno di Gesù è servizio, è dare la vita, è pace, giustizia. Egli è re perché serve, cioè consegna se stesso e la propria vita, ama sino al dono totale e completo di sé. E il Suo è il Regno dell’amore!

Se non è di questo mondo un tale regno, se non è di quaggiù, perché ostinarsi a volerlo?
Per la bellezza e la felicità di essere e di saperci figli amati da Padre, di essere e di vivere da fratelli che si vogliono bene, di essere uomini e donne che si impegnano a custodire questo mondo.


La regalità di Gesù consiste nella testimonianza della verità ( “Io sono re. Per questo io sono nato e venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità”), cioè nel mostrare l’amore di Dio, fino al sangue, con il perdono che libera dai nostri peccati (2° lett.)
Se la facciamo nostra questa verità, e la testimoniamo, anche noi diverremo “regali” in questo mondo, riconoscendo la grandissima dignità e l’immenso valore della vita, sapendoci amati, pensati voluti, creati accolti, fatti eredi dei beni eterni.


Tutto questo possibile grazie al nostro Re, Gesù, a cui spettano davvero la gloria e la potenza nei secoli, l’adorazione e l’onore presso gli uomini. Egli è il principio, la fine, la ragione e la meta di tutte le cose. Di Lui non siamo sudditi, né servi, ma siamo fratelli e amici come ci ha voluti. Anche questa è verità!


domenica 18 novembre 2018

BRICIOLE di PAROLA
...nell'omelia



33° Domenica B – 18/11/2018   

- Daniele 12,1-3     - Marco 13,24-32

Siamo alle domeniche conclusive di un percorso di vita e di fede che ci ha condotto a partecipare al mistero di Cristo che a sua volta ci guida alla pienezza della vita. La Parola che oggi ascoltiamo è una parola che ci parla di una fine, di un tempo in cui tutto, per giunta tragicamente, è destinato a tramontare, a sciogliersi, a sparire. Ma poiché il nostro Dio, e Padre, è Creatore, non può assolutamente volere la fine di ciò che di bello e di buono ha fatto, questo mondo, l’universo intero, l’umanità che gli è cara.
Ha mandato addirittura il suo Figlio a dare pienezza di speranza e di vita, e ora volete che cancelli tutto, magari irritato perché non lo abbiamo ascoltato? Che idea errata ed ingrata abbiamo di Lui, a nostra immagine e somiglianza! Dio non è colui che mette fine alle cose, ma colui che ci conduce di inizio in inizio, di novità in novità, fino ad una pienezza impensabile di vita.

A conferma di questa convinzione che è data al nostro cuore ed anche alla nostra mente, le terribili cose che ci sono dette oggi, i fatti drammatici che ci sono svelati, anche se non li comprendiamo appieno, sono superati, illuminati, trasformati, da due immagini cariche di poesia e di verità. Chi avrebbe immaginato la fine del mondo, il tracollo di questo universo, ponendo come segno un cielo pieno di stelle che risplendono per sempre (1° lettura), cioè “i saggi e coloro che avranno indotto altri alla giustizia” e il germogliare di una pianta dai frutti dolci e saporiti (vangelo)? Si parla anche di cataclismi, catastrofi, oscuramenti di sole, luna, le stesse stelle, di tempi di angoscia e di vergogna. Ma la parola che firma tutti questi avvenimenti è una parola di speranza e di bellezza uniche. Perché?

Ciò che Dio ci ha donato, non se lo riprende. Il desiderio di dare la vita e non la morte rimane in Lui, rimane in noi e per noi. Se ci sarà una fine del mondo, come la pensiamo o la temiamo noi, non sarà operata da Dio, ma causata dall’uomo. Dio non realizza mai la fine, Dio non distrugge. Egli crea. La fine è opera nostra. L’opera di Dio, ed è questa che ci fa impazienti, almeno curiosi, è il ritorno glorioso del Cristo: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”. Sarà una festa, ce l’ha assicurato: “le mie parole non passeranno”. E il ritorno di chi ci ama e di chi noi amiamo, come può essere la fine della vita, della gioia, della festa? Non ci esprimiamo anche noi così davanti ad una cosa piacevole, che ci dà allegria, ci stupisce, ci fa contenti: è la fine del mondo? Altro che terrore! E’ la cosa più bella che ci possa capitare.

Certamente andiamo verso il massimo di tenebra e di morte, di distruzione, se rifiutiamo Dio, ma saremo noi la causa di tanto male. Andiamo invece verso il massimo di luce, di vita, di amore, se accogliamo ogni giorno il Cristo, e poi nell’ultima sua venuta.
La nostra vita non ha una fine, ma un fine, uno scopo, un traguardo: che risplendiamo quali stelle di giustizia e che a fronte di distruzioni fioriscano germogli promettenti di ogni dolcezza e bontà. Tutto questo è opera di Cristo che ritorna, anzi, che già è qui, che vive già in noi; è azione della grazia e insieme impegno nostro. Prego che nella mia esistenza io possa dire, ora e nel momento della morte, all’Amore che mi viene incontro: “Maranthà! Si, vieni, Signore Gesù”.